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Una trappola in alto mare

Troppe incognite e gli spettri di Ustica sulla tragedia del “Francesco Padre”

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Piange Molfetta. Piange i suoi figli orrendamente dilaniati da quell’esplosione, tanto misteriosa quanto incredibile, al largo delle coste montenegrine, assassinati a tradimento mentre erano impegnati, come ogni giorno, nel duro lavoro dei mari.
Piange la marineria molfettese. Piange i suoi fratelli colpiti da un destino crudele che pure, in ogni momento, potrebbe attendere in agguato qualsiasi marittimo di questa città. Del resto, lo sappiamo tutti: le acque slave, così turbolente per quanto ricche di risorse ittiche, sono sempre più frequentate dalla nostra flotta peschereccia. E già in un recente passato altri figli di questa terra vi hanno lasciato la vita nel corso di comuni battute di pesca.
Un’intera città è attonita, sgomenta e, soprattutto, impotente. Troppi i misteri che sì addensano sulla tragica vicenda del “Francesco Padre”, troppi gli interrogativi ben lontani da una sia pur vaga risposta. E, tra le righe, ecco affiorare sorprendenti similitudini con un altro giallo, rimasto irrisolto nelle nebbie della prima Repubblica. Sembra quasi come quel giorno d’estate, di tanti anni fa. Quando americani e libici giocavano a farsi la guerra, nei cieli di Ustica…
No, non si tratta di un paragone irriverente, né di una montatura giornalistica. È che la realtà ha superato l’immaginazione, e siamo tutti più tristi. Così diviene difficile intuire un barlume di verità, specie dalle fonti ufficiali, che mantengono il necessario riserbo. Più attendibili, invece, le genuine testimonianze dei colleghi dei Cinque martiri del “Francesco Padre”. O meglio del “ML 990″: tutto ciò che del peschereccio e del suo equipaggio è rimesto integro, tra i rottami di una fiancata, sulle onde del mare.
Scopriamo in tal modo come in quella stessa zona, sì badi bene, di acque internazionali, che i testi sacri del diritto si affannano — inutilmente, dobbiamo aggiungere noi — a definire “res communis omnium”, altri pescherecci abbiano ripescato, nelle scorse settimane, un intero arsenale. È vero, nell’ex Jugoslavia infuria le guerra civile, e questa si combatte con le armi e con le bombe. E poi, un peschereccio di quelle dimensioni non avrebbe mai dovuto trovarsi nelle acque al largo del Montenegro, sia per motivi di sicurezza, sia, soprattutto, perché non abilitato alla pesca a tale distanza. Però i dubbi restano. E con essi la girandola delle ipotesi.
Ipotesi terribili, drammatiche. Sarà esplosa la bombola del gas di bordo? Impossibile, i pescherecci la portano in coperta, pertanto il “Francesco Padre” nella peggiore delle ipotesi se la sarebbe cavata con una falla, ed i poveri membri dell’equipaggio avrebbero certamente avuto il tempo di lanciare il “May-day”. Qualcuno ha già malignato: e se avessero avuto esplosivi a bordo? Ipotesi da respingere, giacché con gli esplosivi si pesca di frodo sotto costa, ma non a centinaia di metri di profondità. Ed allora il cerchio si stringe attorno alle ipotesi più sconcertanti. È stata un’autentica trappola in alto mare per il “Francesco Padre”: lo avrà polverizzato l’urto di una mina, un ordigno bellico pescato nelle reti o persino un siluro?
Ora, se è vero che in quella zona a così alta concentrazione militare non risultavano essere in corso, come asseriscono le fonti ufficiali, esercitazioni aeronavali, se le navi U.E.O. svolgono abitualmente servizio di pattugliamento in Adriatico nel quadro dell’operazione di embargo all’ex Jugoslavia e se è vero che le motovedette slave sono solite indirizzare raffiche di mitragliatrice contro le imbarcazioni che sconfinano nella pesca in quelle acque territoriali (ma 20 miglia al largo di Budva è un limite troppo ampio per ricondurci alla tesi della pesca in acque territoriali), è difficile pensare al siluro e restano in piedi le ipotesi dell’urto di una mina o dell’ordigno impigliato nelle reti. Potrebbe essere quest’ultima la più plausibile delle possibilità, benché in tal caso la poppa del peschereccio non sarebbe rimasta intatta, ma si sarebbe sbriciolata mentre le reti venivano ritirate a bordo. O forse il “Francesco Padre” non aveva reti in mare, ed allora tornerebbe a farsi strada la pista dell’urto di una mina.
Quanto alla tesi del siluro, questa, se accolta, ci ricondurrebbe ad uno scenario a metà strada tra la fantascienza e la follia allo stato puro: un siluro (e poi di quale provenienza?) sganciato non contro una fregata o un sommergibile, ma contro un peschereccio? Suvvia, dobbiamo rifiutarci di credere ad una tesi tanto agghiacciante, non può contare così poco la vita umana. Tuttavia, cos’altro, se non un siluro, un missile o qualsivoglia diverso corpo esterno potrebbe aver squarciato in due lo scafo del “Francesco Padre”?
Ma poi sorge un quesito ancor più angosciante: e se quel pilota inglese, quello che ha avvistato il bagliore e lanciato l’allarme, sapesse ancor di più di quanto dichiarato? Insomma, se non siamo al centro di un intrigo internazionale, poco ci manca. E la sensazione è che ben difficilmente riusciremo a venirne a capo. Così tornano ad aleggiare intorno a ciò che resta del “Francesco Padre” i fantasmi di ieri, e barcolla la speranza che al largo di Budva non venga eretto un “muro di gomma” dei mari.
Di certo oggi la comunità marinara molfettese conta cinque unità in meno, e tra breve le uniche lacrime che rimarranno vive, e vere, saranno solo quelle dei famigliari delle vittime. Intanto, pian piano, nel porto tutto sta tornando alla normalità. Anche l’occhio indiscreto delle telecamere della Rai e della Fininvest ha cessato di riprendere e rimbalzare per l’Italia le scene di strazio consumatesi all’ombra delle torri del Duomo Vecchio. Mentre nei vicini locali della Capitaneria prosegue l’inchiesta e vanno avanti le indagini, così come prescritto dalla fredda procedura, di fronte, sulla banchina del porto, il solito ometto è tornato a tessere le reti e la routine consuetudinaria è ripresa a pieno regime, senza più ministri della Repubblica a pronunciare sterili parole se circostanza e senza più inviati strappalacrime della stampa che conta alle calcagna. E la prua, in questa travagliata rotta della vita, è già rivolta verso il nord-vero della quotidianità, della dura fatica, del sudore della fronte e dell’acre odore di salsedine.
Altri pescherecci molfettesi hanno ricominciato a solcare i mari, e soprattutto ad attraversare, tra mille patemi d’animo, quelle maledette acque montenegrine. Che la storia non si ripeta. Mai più.

Giovanni Abbattista, Una trappola in alto mare, L’altra Molfetta, Anno X, n. 12, dicembre 1994, pag. 3.
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