Una devozione marinara in retrocessione

La devozione alla Vergine Maria, sempre diffusa nella cristianità sin dai primi tempi apostolici, è stata man mano nei secoli ufficializzata sotto tantissimi titoli, legati alle sue virtù (vedi le Litanie Lauretane), ai luoghi dove sono sorti santuari e chiese che ormai sono innumerevoli, alle apparizioni della stessa Vergine in vari luoghi nel corso dei secoli, al culto instaurato e diffuso da Ordini Religiosi e Confraternite, fino ad arrivare ai dogmi promulgati dalla Chiesa. In questo contesto si inserisce la festa della Madonna del Monte Carmelo, comunemente chiamata Madonna del Carmine, che si celebra il 16 luglio di ogni anno.
A Molfetta, il centro di devozione della Madonna del Carmine è la chiesetta barocca di San Pietro (re menécéddere) la quale ospita la Confraternita omonima riconoscibile dalla mozzetta viola dei suoi confratelli. In detta chiesa è venerata una statua lignea della Madonna del Carmine, opera dello scultore napoletano Giuseppe Verzella, lo stesso che scolpì il simulacro della nostra Compatrona. La Confraternita fu fondata per volontà della Madonna. Scrive infatti un benemerito confratello, Domenico Solimini fu Corrado (Cenni storici sulle origini e fondazione della Congregazione di M. SS. del Carmine che si venera nella chiesa di S. Pietro in Molfetta, Tip. Iris 1943): “Nell’estate del 1812 un gruppo di pescatori stava allestendo le reti al molo S. Corrado (molo vecchio), quando ad un tratto sentirono una voce rivelatrice che diceva: “Continuate la mia devozione, io sono la stella del mare”. A queste parole, abbandonarono le reti e tutti insieme si recarono dal parroco della vicina chiesa di S. Corrado (Chiesa Vecchia), al quale raccontarono l’accaduto. Parroco dell’epoca era don Luigi Pansini, il quale d’accordo con gli umili pescatori decise di formare una Congregazione, ufficialmente costituita nel 1813 e successivamente riconosciuta come ente morale col nome di Congregazione del Carmine con R.D. del luglio 1814 redatto a Napoli.
La statua, un tempo molto venerata dai marinai, reca nella parte inferiore del vestito la seguente dicitura: “A devozione dei padroni e marinai delle bilancelle da pesca di Molfetta. Pel centenario luglio 1913”. La Madonna regge il Bambino con il braccio sinistro, mentre col braccio destro lascia pendere lo scapolare. Pare che la statua fosse di proprietà della signora Donna Maria Lucrezia Rotondo che nel 1827 la cedette alla Confraternita (Priore Giuseppe De Biase) in cambio di 100 ducati. L’opera del Verzella, come ha scritto Gaetano del Rosso (La Chiesa di San Pietro e la Congregazione di Maria SS. Del Carmine in Molfetta, Mezzina, Molfetta 2003), prese il posto della “vecchia statua” della cui presenza aveva già preso nota Mons. Giudice Caracciolo nella sua Santa Visita compiuta nel 1821, scrivendo: «in detta chiesa (di San Pietro) esiste la Confraternita del Carmine in cui si tiene la statua in uno stipo di cristalli avanti innanzi la porta che va al pulpito». Da quel momento e fino al 1844 la vecchia statua della Madonna del Carmine fu messa da parte finché, col priorato di Tommaso Antico, si deliberò di cederla all’Arciconfraternita della Morte. Da un artigiano locale fu trasformata in Veronica, asportando la statuina di Gesù Bambino e mutando la positura delle braccia. Il viso non fu ritoccato e restò nella sua espressione statica e inerte. La statua, così modificata, fu portata in processione fino al 1908 quando venne sostituita dall’attuale, plasmata da Giulio Cozzoli. Attualmente è conservata nel Museo Diocesano, mentre non si sa più nulla del Bambino che recava in braccio. I nostri avi pensarono anche ad opere di beneficenza. Infatti, per molti anni il 15 luglio (giorno della vigilia della festa) venivano sorteggiate otto figlie di confratelli poveri, dando loro un letto matrimoniale del valore di 8 ducati.
In passato la festività apparteneva alla categoria delle “feste grandi” ed aveva la sua massima espressione nella domenica successiva al 16 luglio. I festeggiamenti esterni erano contraddistinti da artistiche luminarie, bande rinomate, fuochi pirotecnici, variopinti palloni aerostatici. Caratteristica era l’usanza dei componenti della “bassa musica” i quali, nelle ore pomeridiane del sabato che precedeva la festa, si imbarcavano su una barchetta e nello specchio di acqua del porto aspettavano il ritorno delle barche da pesca. Il tamburo suonava e le barche, passando vicino, regalavano il pesce ai suonatori.
Per le molteplici difficoltà gestionali del Sodalizio, manifestatesi nel corso degli anni, la festività ha perso il suo sfarzo originario e quella gioiosa mondanità che la contrassegnavano. Inoltre, oggi sono davvero pochi i marittimi molfettesi ad invocare la Madonna del Carmelo come propria protettrice in quanto questi preferiscono ormai di gran lunga invocare un altro titolo Mariano e cioè quello della Regina dei Martiri che secondo la tradizione popolare, come ricorda il canto “O fiore di grazia gentile”, avanza sul mare burrascoso (procella) che poi si infrange ai suoi piè. Questo fenomeno sociale non sfuggì neanche a Gaetano Salvemini, il quale scrisse nel 1897: «per una sola cosa (i marinai) sono pronti a fare una sommossa anche sanguinosa e lasciarsi tagliare a pezzi: per impedire che venga abolita la festa della Madonna dei Martiri, loro Protettrice».

Cosmo Tridente

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