Il 30 settembre 2026 segna il quarantesimo anniversario di uno dei più significativi atti di riorganizzazione ecclesiastica nel panorama della Chiesa italiana del XX secolo, interessando ovviamente anche quella pugliese e la nostra Chiesa: la piena unificazione – plena unio, secondo la formula canonica – delle quattro antiche sedi episcopali di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi in un’unica diocesi, disposta dalla Congregazione per i Vescovi con il decreto Instantibus votis. Un atto giuridico e insieme spirituale che sanciva la fine di secoli di autonomia istituzionale per ciascuna di quelle Chiese particolari, inaugurando una nuova stagione di comunione e di governo unitario.
Non vi è dubbio che la coincidenza di questa ricorrenza con l’avvio del ministero episcopale di monsignor Domenico Basile – nominato da papa Leone XIV il 9 gennaio 2026 e ordinato vescovo l’11 aprile dello stesso anno – carichi ulteriormente di significato il momento presente. La storia a volte offre coincidenze che invitano alla riflessione, e quarant’anni dopo che don Tonino Bello riceveva il mandato di guidare la diocesi unificata, un nuovo pastore prende possesso di quella stessa cattedra, con il compito di custodire e far crescere un’eredità teologica, pastorale e umana di straordinaria densità.
Per comprendere il significato dell’unificazione del 1986, occorre risalire indietro di almeno dieci secoli. Le quattro sedi ecclesiastiche che confluirono nella diocesi unificata affondano le loro radici nell’alto medioevo, in un contesto geografico e culturale segnato dalla presenza normanna, dalla tradizione benedettina, dai flussi culturali dell’Adriatico e dall’influenza della metropolia barese.
La diocesi di Molfetta, la cui istituzione è convenzionalmente fatta risalire alla bolla di Giovanni XIX del 1025 – con cui l’arcivescovo di Bari, Bisantio, riceveva la facoltà di consacrare dodici vescovi suffraganei tra diciotto località pugliesi, tra cui Molfetta –, vide il suo primo presule storicamente documentato nel 1071, quando un vescovo della sede molfettese prese parte alla consacrazione della basilica abbaziale di Montecassino (1). Da quel momento, la cronotassi episcopale si fa pressoché ininterrotta, intrecciando la storia della città con quella della sua Chiesa.
La diocesi di Ruvo custodisce una tradizione ancor più antica. La leggenda agiografica vuole che san Pietro stesso abbia fondato la comunità cristiana rubastina, consacrando come primo vescovo il futuro papa Cleto. Al di là dell’elemento leggendario che la critica storica ritiene del tutto spuria (2), il territorio di Ruvo emerge come sede episcopale documentata dall’XI secolo, con primo vescovo storicamente attestato in Guiberto, presente anch’egli alla consacrazione di Montecassino nel 1071.
Giovinazzo e Terlizzi completano il quadro delle quattro Chiese particolari. La diocesi di Terlizzi ebbe un’esistenza particolarmente travagliata. Eretta da papa Benedetto XIV nel 1749 con la bolla Unigenitus Dei Filius, fu soppressa già nel 1818 da Pio VII con la bolla De utiliori e annessa a Molfetta, per poi essere ripristinata nel 1836 da Gregorio XVI con la bolla Aeterni Patris e unita aeque principaliter alla sede giovinazzese. Un intreccio di giurisdizioni che riflette le complesse dinamiche tra Santa Sede, Corona napoletana e Borboni delle Due Sicilie.
Al momento della piena unificazione del 1986, Molfetta contava 16 parrocchie, Ruvo 8, Giovinazzo 5, Terlizzi 7. Il processo che portò all’unificazione non fu fulmineo, fu il risultato di un lento ma inesorabile cammino, segnato da tappe giuridiche e da personalità episcopali che, ciascuna a suo modo, preparò il terreno per la ricomposizione delle quattro Chiese in una sola.
Il punto di partenza va individuato nell’episcopato di Mons. Achille Salvucci (Cessapalombo, 18 luglio 1884-18 marzo 1978), eletto vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi il 15 ottobre 1935 e consacrato il 17 novembre dello stesso anno da monsignor Ettore Fronzi, arcivescovo di Camerino. Marchigiano di nascita, meridionale per vocazione, Salvucci resse le sue diocesi per oltre quarant’anni attraverso il fascismo, la Seconda guerra mondiale, il Concilio Vaticano II al quale partecipò imprimendo alla vita diocesana uno stile austero e profondamente pastorale. Fu lui, di fatto, il primo vescovo a reggere contemporaneamente tre delle quattro sedi che avrebbero poi formato la diocesi unificata (3).
A partire dal dicembre 1969, per raggiunti limiti di età, gli fu affiancato monsignor Settimio Todisco (Brindisi, 10 maggio 1924-Ostuni, 26 marzo 2025), nominato amministratore apostolico sede plena delle diocesi di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi il 15 dicembre 1969 con il titolo vescovile di Bigastro, e ordinato vescovo il 15 febbraio 1970 nella cattedrale di Ostuni dal cardinale Corrado Ursi, co-consacranti l’arcivescovo Nicola Margiotta e lo stesso Salvucci. Todisco svolse un ruolo di transizione essenziale nel periodo post-conciliare, sino alla sua promozione all’arcidiocesi di Brindisi il 24 maggio 1975. La sua longevità straordinaria – morì centenario il 26 marzo 2025, considerato sino alla fine il vescovo italiano più anziano – lo rese un testimone eccezionale di quasi un secolo di storia ecclesiastica pugliese.
A Todisco subentrò monsignor Aldo Garzia (Parabita, 3 maggio 1926-Nardò, 17 dicembre 1994), eletto il 7 ottobre 1975 da Paolo VI alla chiesa titolare di Assidona e assegnato vescovo coadiutore di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi. Alla morte di Salvucci, il 18 marzo 1978, Garzia divenne vescovo diocesano iure successionis, guidando le tre diocesi sino al 1982, anno in cui Giovanni Paolo II lo trasferì come coadiutore alla diocesi di Gallipoli.
Fu proprio Giovanni Paolo II, con la Costituzione Apostolica Qui Beatissimo Petro del 20 ottobre 1980, a disporre che le tre diocesi tornassero a essere suffraganee del metropolita di Bari, preparando così il quadro giuridico entro cui maturò il progetto di riordino definitivo (4).
Il 10 agosto 1982, Giovanni Paolo II nominò vescovo delle sedi di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi don Antonio Bello, sacerdote della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, nato ad Alessano il 18 marzo 1935 e ordinato presbitero l’8 dicembre 1957. Il 30 settembre dello stesso anno, appena due mesi dopo la sua nomina, Bello fu nominato anche vescovo della diocesi di Ruvo, separata dalla sede di Bitonto e unita in persona episcopi alle altre tre. La sua ordinazione episcopale avvenne il 30 ottobre 1982, per mano dell’arcivescovo di Lecce Michele Mincuzzi, con i co-consacranti Aldo Garzia e Mario Miglietta, arcivescovo di Ugento (5).
Il 30 settembre 1986, esattamente quattro anni dopo la prima unione personale, la Congregazione per i Vescovi sancì con il decreto Instantibus votis la piena fusione delle quattro sedi nella nuova diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi. Il decreto stabiliva un solo tribunale ecclesiastico, un solo seminario, un solo Consiglio presbiterale, un solo Collegio dei Consultori, tutti con sede a Molfetta. Le cattedrali di Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi assumevano il titolo onorifico di concattedrali, con i rispettivi capitoli come Capitula Concathedralis.
Antonio Bello divenne così il primo vescovo della diocesi pienamente unificata. Lo fu sino alla morte, sopraggiunta a Molfetta il 20 aprile 1993, dopo una malattia affrontata con quella trasparenza evangelica che aveva contraddistinto ogni aspetto del suo ministero. Il 25 novembre 2021, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sulle virtù eroiche di Antonio Bello: egli è Venerabile della Chiesa cattolica.
Dopo la morte di Mons. Bello, la diocesi unificata conobbe altri quattro pastori.
Monsignor Donato Negro (San Cesario di Lecce, 3 gennaio 1948), nominato il 22 dicembre 1993 da Giovanni Paolo II e ordinato vescovo a Molfetta il 10 febbraio 1994 dall’arcivescovo di Lecce Cosmo Francesco Ruppi, co-consacranti gli arcivescovi emeriti Francesco Minerva e Michele Mincuzzi, guidò la diocesi sino al 29 aprile 2000, quando fu trasferito all’arcidiocesi di Otranto.
Monsignor Luigi Martella (Depressa di Tricase, 9 marzo 1948-Molfetta, 6 luglio 2015), nominato il 13 dicembre 2000 e ordinato vescovo il 10 marzo 2001 dall’arcivescovo di Bari-Bitonto Francesco Cacucci, avviò formalmente la causa di beatificazione di Antonio Bello, aprendo la fase diocesana il 20 aprile 2008 e chiudendola il 30 novembre 2013. Morì improvvisamente per infarto a Molfetta il 6 luglio 2015, a 67 anni.
Monsignor Domenico Cornacchia (Altamura, 13 febbraio 1950), già vescovo di Lucera-Troia dal 30 giugno 2007 e consacrato il 22 settembre 2007, fu trasferito a Molfetta da papa Francesco il 15 gennaio 2016, prendendo possesso della diocesi il 20 febbraio successivo. Si è ritirato per raggiunti limiti di età il 9 gennaio 2026.
Il 9 gennaio 2026, papa Leone XIV ha nominato monsignor Domenico Basile – nato ad Andria il 3 giugno 1966, ordinato presbitero il 14 settembre 1991, già vicario generale della diocesi di Andria dal 2021 al 2025 – vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, in successione a Cornacchia dimessosi per raggiunti limiti di età. La consacrazione episcopale è avvenuta l’11 aprile 2026 nel palazzetto dello sport di Andria, per mano del vescovo di Andria Luigi Mansi, co-consacranti l’arcivescovo di Bari-Bitonto Giuseppe Satriano e il predecessore Domenico Cornacchia.
Basile, dunque, è il primo vescovo di questa diocesi a iniziare il proprio ministero in prossimità del quarantennale. Il 30 settembre 2026 non sarà soltanto un anniversario da celebrare, sarà un’occasione per una verifica storica e spirituale profonda. Quattro decenni di vita comune hanno trasformato in modo irreversibile il profilo di questa Chiesa locale, e si apprestano oggi a evidenziare al nuovo vescovo almeno cinque fronti, o ambiti, in cui il Pastore novello dovrebbe incidere con il suo governo.
Il primo e più stringente di questi fronti è la beatificazione di don Tonino Bello. Ma non per promuovere una semplice devozione locale, piuttosto, per riscoprire la dimensione più autentica dell’identità “missionaria” di questa diocesi. La sua beatificazione non è soltanto un obiettivo giuridico-canonico da perseguire presso la Congregazione delle Cause dei Santi, ma una sfida pastorale che interroga ogni comunità della diocesi. Don Tonino Bello non può essere soltanto un nome sulle targhe delle piazze, un volto sulle copertine dei libri o un personaggio da citare nei discorsi ufficiali. Deve tornare a essere quello che è stato in vita: un fermento, una provocazione, uno stile. Uno stile fatto di casa aperta, di mensa condivisa, di pace cercata fino alla fine, come testimoniò la sua presenza a Sarajevo prima di morire. Monsignor Basile eredita questa causa non come un peso burocratico, ma come una grazia e una responsabilità per animare la diocesi affinché don Tonino non sia venerato come un’icona, ma imitato come un modello. Non sembra una casualità la citazione del Venerabile nella sua omelia di ingresso con queste parole: «Il Venerabile don Tonino Bello, di cui abbiamo in questi giorni ricordato il 33° Dies Natalis, quarant’anni addietro, offriva alla nostra Diocesi alcune linee programmatiche che risultano di grande attualità, prima di tutto nel mettere in guardia dal rischio di sterili personalismi: “Non ci sentiamo strumenti inseriti nella coralità di una orchestra. Eseguiamo, forse anche alla perfezione, ognuno il proprio spartito, ma i suoni si accavallano senza comporsi mai nell’armonia del concerto. Diamo prova di bravura personale, non di organicità collettiva. Esibiamo scampoli di virtuosismo, ma non prove di virtù. Col risultato tragico che spesso sperimentiamo: ogni volta che si annulla l’avverbio “insieme”, si annulla anche il verbo “camminare”». Mons. Basile, richiamando questo pensiero del Venerabile, sembra voler dire con chiarezza che il futuro della nostra diocesi non passerà attraverso leadership isolate o iniziative scollegate, ma attraverso una rinnovata esperienza di comunione, corresponsabilità e sinodalità concreta. In questo senso il passaggio dell’omelia di Mons. Basile non è marginale, ma rappresenta uno dei segnali più importanti del suo avvio di ministero. È come se venisse già indicata alla nostra Chiesa locale una direzione chiara, quella di ritrovare la bellezza e la fatica della comunione, di superare i personalismi sterili, di riscoprire la necessità del camminare insieme, di assumere finalmente come compito ciò che troppo a lungo è rimasto soltanto come memoria. Ed è proprio in questo orizzonte che il riferimento a don Tonino Bello acquista tutta la sua importanza (6).
Il secondo fronte è di carattere demografico e sociale, però le sue implicazioni sono profondamente pastorali. La diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi registra da anni, come quasi tutto il Mezzogiorno, due fenomeni strutturali che si alimentano a vicenda: la denatalità e l’emigrazione giovanile. I giovani che partono per studiare, per lavorare, per costruirsi un futuro che la loro terra fatica ancora a offrire, sono spesso gli stessi che avrebbero potuto essere il nerbo di domani delle parrocchie, dei movimenti, dei gruppi di volontariato ecclesiale. Di fronte a questa emorragia silenziosa non bastano risposte gestionali. Occorre una pastorale che sappia intercettare le domande di senso di una generazione segnata dalla precarietà, dall’incertezza e, al tempo stesso, da una sete di autenticità che le strutture tradizionali faticano talvolta a soddisfare. Il quarantennale può essere l’occasione per un ripensamento coraggioso. Non del messaggio evangelico, che rimane integro e urgente, ma dei linguaggi, degli spazi e delle modalità con cui la comunità cristiana incontra e accompagna i più giovani.
Il terzo fronte è quello della memoria. Quarant’anni di vita unitaria non hanno cancellato – né avrebbero dovuto cancellare – le specificità storiche, devozionali e culturali delle quattro antiche sedi. Molfetta con la sua cattedrale di San Corrado e il legame viscerale con la Madonna dei Martiri; Ruvo con la sua basilica romanica e il culto del patrono Biagio; Giovinazzo con la sua diocesi affacciata sull’Adriatico e la tradizione della Cattedrale normanna; Terlizzi con la storia travagliata della sua sede e la devozione alla Madonna di Sovereto. Queste sono radici, non folklore. La sfida di Basile è tenere insieme queste identità plurali in un progetto pastorale unitario. La plena unio non è mai stata la fine della pluralità perché è stata, nel sogno dei suoi artefici, il suo compimento più alto.
Vi è però un quarto fronte, forse il più radicale, che il quarantennale porta con sé e che nessuna celebrazione potrebbe onestamente eludere. È la questione della qualità spirituale della vita ecclesiale: del clero, dei laici, dei fedeli tutti.
Questa diocesi porta sulle spalle una tradizione di straordinario spessore spirituale. Eppure proprio la grandezza di questa eredità rende più visibile, e più dolorosa, ogni distanza tra l’altezza della testimonianza ricevuta e la mediocrità che può insinuarsi nel quotidiano. Non è giudizio sommario, è la misura severa che ogni comunità cristiana è chiamata ad applicare a se stessa quando si confronta con i propri santi e i propri martiri.
Il tema che affiora con urgenza è quello che papa Francesco ha posto al centro del suo pontificato fin dall’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium del 2013: la mondanità spirituale. Riprendendo il teologo Henri de Lubac, Francesco l’ha definita come la corruzione più pericolosa della vita cristiana, perché si nasconde «dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa» (7). Nella sua lettera ai sacerdoti della diocesi di Roma dell’agosto 2023, egli l’ha descritta come un modo di vivere che riduce la spiritualità ad apparenza, che trasforma i pastori in «mestieranti dello spirito», uomini rivestiti di forme sacrali che in realtà pensano e agiscono secondo le logiche del mondo (8).
Questa diagnosi non risparmia nessuno. Tocca il clero, quando antepone la gestione dei propri interessi – di potere, di prestigio, di comodità – all’obbedienza radicale al Vangelo. Tocca i laici, quando si fanno clericalizzare per comodità, per paura o per una visione ristretta di Chiesa. Tocca i fedeli tutti, quando riducono la pratica religiosa a un insieme di adempimenti rituali privi di conversione interiore. Il quarantennale, insomma, chiede a questa diocesi non soltanto di commemorare, ma di convertirsi. Di non alimentarsi di eventi, di comunicati stampa, di iniziative mediatiche, ma di preghiera quotidiana, di ascolto della Parola, di vita interiore autentica. In poche parole, di recuperare quella densità spirituale che ha fatto di questa terra un luogo capace di generare un santo come don Tonino ma anche tanti santi sacerdoti.
Il quinto fronte che il quarantennale dischiude è quello del magistero pastorale. Una diocesi non cresce soltanto per le iniziative che promuove o le strutture che mantiene, cresce per la qualità della parola che il vescovo è capace di offrire alla sua comunità. Una parola che non sia soltanto di circostanza come la predica delle grandi occasioni, ma magistero ordinario, continuativo, capace di guidare il discernimento della comunità di fronte alle sfide del presente.
Don Tonino Bello è stato, prima di ogni altra cosa, un maestro di parola. La sua predicazione era teologicamente solida e umanamente accessibile, capace di parlare ai dotti senza annoiare i semplici e ai semplici senza svilire i dotti. I suoi testi sul Natale, sulla Quaresima, sulla pace, sulla povertà, sono entrati nel patrimonio della spiritualità cattolica italiana del Novecento non perché fossero documenti eruditi, ma perché erano parole vissute. Venivano da un uomo che praticava ciò che predicava, e i fedeli lo sapevano.
Monsignor Basile inizia il suo episcopato in un momento in cui la diocesi ha bisogno di ritrovare questo respiro. Non di documenti programmatici – sempre necessari, ma non sufficienti – quanto di una parola pastorale capace di orientare, consolare, correggere e sperare. Una parola che sappia parlare ai giovani che faticano a trovare senso nella vita, agli anziani che custodiscono la memoria di una comunità, ai sacerdoti che rischiano la routine, alle famiglie che navigano in acque difficili. Una parola che torni a incarnarsi nella vita concreta della gente, come si incarna la Parola di Dio ogni volta che qualcuno la annuncia con autenticità.
Il quarantennale può essere, in questo senso, l’occasione per una nuova stagione di magistero pastorale. Non soltanto nelle celebrazioni solenni, ma nelle visite alle parrocchie più piccole e dimenticate, nei luoghi del disagio, nelle piazze dove si decide il futuro della comunità civile. Un vescovo che frequenta i margini della sua diocesi per ascoltare e per servire, compie già, con la sola presenza, un atto di magistero.
Quarant’anni dopo il decreto Instantibus votis, la diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi si trova a un crocevia che non è soltanto istituzionale, ma spirituale. Il nuovo episcopato di monsignor Basile non è l’inizio di un semplice governo amministrativo, è l’inizio di un secondo tempo nella vita di una Chiesa che ha già attraversato la sua prima grande stagione unitaria, ha generato un Venerabile, ha sofferto le perdite dei suoi pastori, ha custodito e trasmesso una fede che le viene da secoli lontani.
Le sfide che attendono il nuovo vescovo sono grandi, ma questa Chiesa sa cosa vuol dire essere all’altezza delle sfide grandi.
(1) Cfr. L. M. de Palma, Contributo alla storia dell’episcopato meridionale. Cronotassi dei vescovi di Molfetta (1071-1986), in «Rivista di Scienze Religiose», III, 1989, pp. 143-161.
(2) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII, Faenza 1927.
(3) Cfr. L. M. de Palma, Dalla guerra al Vaticano II. Tracce per una «storia diocesana» nelle relazioni «ad limina» di mons. Achille Salvucci vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi (1935-1978), in «Studi in onore di mons. Antonio Bello», a cura di L. M. de Palma, Mezzina, Molfetta 1992, pp. 469–533.
(4) Cfr. Giovanni Paolo II, Costituzione Apostolica Qui Beatissimo Petro, 20 ottobre 1980.
(5) Cfr. Sergio Magarelli, Don Tonino Bello Servo di Cristo sul passo degli ultimi, Luce & Vita, Molfetta 1996.
(6) Cfr. Sergio Magarelli, Mons. Basile e l’eredità di don Tonino Bello, L’altra Molfetta, 24 aprile 2026, al link https://laltramolfetta.it/mons-basile-e-leredita-di-don-tonino-bello/
(7) Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, 24 novembre 2013, n. 93.
(8) Papa Francesco, Lettera ai sacerdoti della Diocesi di Roma, 5 agosto 2023.
Sergio Magarelli, Una Chiesa che si fa unità, A quarant’anni dalla plena unio delle diocesi di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi (1986-2026), L’altra Molfetta, Anno XLII, n. 6, giugno 2026, pagg. 31-35.
© L’altra Società Editoriale S.r.l.
Vietata anche la riproduzione parziale senza autorizzazione

























