Eccellenza Reverendissima, giunge ora, al termine del Suo episcopato, il momento più delicato: il saluto. Non un saluto formale, non un gesto di circostanza, non una riga di protocollo. Un saluto sincero. Un saluto “dal basso”, come lo avrebbe definito il nostro don Tonino, da parte di un figlio della città che in questi dieci anni ha cercato – con il pudore della penna e la fatica della coscienza – di rivolgerLe la parola quando sembrava che il silenzio avesse preso il sopravvento sul dialogo. Dieci anni non sono poca cosa. Dieci anni segnano una chiesa, una città, un territorio, un episcopato. E segnano anche chi osserva, chi ascolta, chi soffre, chi spera. Mentre Lei lascia la guida della nostra diocesi, desidero porgerLe un saluto rispettoso, onesto, senza ambiguità, senza filtri. Un saluto che porta con sé la verità di ciò che ho scritto e la sincerità di ciò che provo. Perché – in questa stagione ecclesiale così fragile – la verità è un atto di carità.
Il Suo episcopato ha attraversato una città in trasformazione e una diocesi scossa da cambiamenti profondi, non è stato un tempo facile. La pandemia, le tensioni sociali, gli scandali giudiziari, le fatiche del clero, la dispersione dei giovani, le contraddizioni del nostro territorio e l’amarezza di tante povertà invisibili sono state prove non leggere per nessuno, tantomeno per Lei.
Per questo, Eccellenza, desidero anzitutto dirLe grazie. Per la Sua presenza, sempre rispettosa. Per la Sua dedizione quotidiana, per il servizio silenzioso e costante che non smette mai di pesare sulle spalle di un vescovo, anche quando le parole non bastano e i gesti non riescono a raggiungere ogni ferita della comunità. In questi dieci anni – e lo sa bene – ho espresso più volte riflessioni severe, talvolta pungenti, sempre appassionate. Ma non un solo rigo, non una sola parola, non un solo giudizio è mai stato rivolto alla Sua persona. La persona l’ho sempre rispettata, il ministero l’ho sempre riconosciuto, l’autorità l’ho sempre considerata. La critica, quella vera, non nasce mai dal risentimento, nasce dall’amore. Nasce da un desiderio, quello di vedere la Chiesa camminare a passi più coraggiosi, a volte più profetici, a volte più scomodi. È il desiderio che ha abitato ogni mia parola, anche la più ruvida. È il desiderio che ha mosso ogni mia penna, anche la più esigente.
Non ho mai criticato l’uomo. Ho criticato – quando necessario – il silenzio della voce, non la voce; la prudenza eccessiva, non la prudenza; la scelta pastorale, non il pastore. Ed è fondamentale che questo sia chiaro. Non c’è stata polemica personale, non c’è stata contrapposizione ideologica, non c’è stata avversione privata. C’è stata solamente – e profondamente – cura. Cura per una Chiesa che amo, cura per un popolo che soffre, cura per la profezia che non deve spegnersi.
Ora che Lei consegna il timone a chi verrà dopo, desidero rivolgerLe un augurio vero. Possa il Suo futuro essere sereno, luminoso, libero da ogni peso che questo ministero Le ha imposto. E desidero anche dirLe, con tutta la sincerità che un laico può avere davanti al suo vescovo, che la storia – quella vera – leggerà il Suo episcopato per ciò che è stato. Un tempo di stabilità, di continuità, di cura ordinaria, e lo farà senza ingiustizie, senza iperboli, senza condanne. Ogni vescovo offre alla sua diocesi ciò che può, ciò che ha, ciò che è. Lei ha offerto quello che la Sua coscienza Le ha suggerito, con la discrezione che La caratterizza. Chi verrà dopo di Lei avrà un compito diverso, forse più tempestoso, forse più audace. Ma la Chiesa – lo sappiamo – è fatta di stagioni. E ogni stagione serve, anche quella dell’attesa.
Il mio auspicio – e credo quello di tanti – è che la nostra Chiesa possa tornare ad alzare la voce quando serve, a custodire il silenzio quando è necessario, a prendere posizione quando è urgente, a camminare tra la gente quando è doveroso. Non Le chiedo un bilancio, la storia lo farà. Non Le chiedo un esame di coscienza, quello appartiene solo a Dio. Le chiedo soltanto di portare con sé, nella preghiera, questo popolo che Le ha voluto bene e che continuerà a volergliene anche ora che si affaccia un nuovo inizio. Perché i vescovi passano, gli uomini cambiano, ma la comunità resta. E resta anche la responsabilità di custodirla, guidarla, proteggerla, amarla.
Eccellenza, La saluto con rispetto sincero, con stima personale e con quella franchezza che ritengo onesta nei confronti di chi ha portato sulle spalle il peso di un’intera diocesi. La ringrazio per ciò che ha dato.
Le auguro pace per ciò che darà ancora altrove. E Le chiedo, con cordialità fraterna, di continuare a ricordare questa Chiesa e questa città nelle Sue preghiere. Perché, anche attraverso le differenze di visione, ci lega comunque un’unica appartenenza: il desiderio che questa città e questa diocesi trovino finalmente, e profondamente, la loro strada. Con deferenza, gratitudine e un sincero augurio per il Suo cammino,
La saluto cordialmente.
Sergio Magarelli

























