Presso il circolo territoriale “Norma Cossetto” di Fratelli d’Italia, è stato presentato il libro “Uccidere un Fascista” di Giuseppe Culicchia, edito da Mondadori nella collana Strade blu. Oltre all’autore erano presenti il coordinatore del circolo cittadino Adamo Logrieco e l’europarlamentare Michele Picaro.
Il libro narra del brutale assassinio di cinquant’anni fa di cui fu vittima il giovane Sergio Ramelli, studente iscritto al Fronte della Gioventù, ucciso a colpi di chiavi inglesi da un gruppo di otto aderenti ad Avanguardia Operaia, un movimento extraparlamentare di sinistra.
Sergio Ramelli viene aggredito il 13 marzo 1975 e morì 47 giorni dopo in un letto di ospedale durante i quali, ed anche dopo, la famiglia e cioè il papà Mario, la madre, il fratello maggiore Luigi, la sorella di nove anni Simona, ricevevano continuamente telefonate di minaccia che proseguirono anche nei confronti dei vicini di casa quando Mario decise di non rispondere più a telefono.
Nel 1985, dieci anni dopo, il giudice Salvini riprende lo studio del caso Ramelli, scoprendo che il giovane non aveva fatto nulla che potesse motivare la sua brutale uccisione.
Sergio Ramelli era un giovane studente dell’Istituto Molinari di Milano. Amava la musica, giocava a pallone con gli amici, faceva volontariato all’oratorio, aveva una fidanzata di nome Flavia, portava i capelli lunghi che suo padre minacciava di tagliarglieli, girava con un motorino che gli era stato regalato in occasione di una promozione scolastica.
Il giudice Salvini, analizzando il fascicolo di Ramelli, non trovò nulla se non l’episodio riguardante un tema nel quale lo studente aveva stigmatizzato il fatto che, all’indomani del duplice omicidio delle brigate rosse a Padova dove persero la vita Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, né i partiti democratici né alcuni giornali avessero alzato un ciglio.
Quel tema venne sottratto al professore di lettere e affisso in bacheca con la scritta “questo è il tema di un fascista”.
Da quel momento il ragazzo fu sottoposto a persecuzioni: minacce, maltrattamenti, botte che non risparmiarono nemmeno suo padre quando, essendo stato informato qualche mese dopo, andò a scuola per ritirare il figlio e iscriverlo altrove.
Una fotografia di Sergio finì nello schedario di Avanguardia Operaia, nella soffitta di via Bligny 42. La fine del giovane fu segnata.
Ancora oggi questo brutto ricordo degli “anni di piombo” è divisivo anche in seno ai movimenti politici odierni. Ecco che i cinquant’anni trascorsi non sono ancora riusciti a rimarginare completamente la ferita profonda che riguardò non solo la famiglia Ramelli, ma anche l’Italia intera. Dunque, l’approfondimento è d’obbligo e questa lettura offerta dal “coraggioso” Giuseppe Culicchia, diviene più che mai opportuna.

























