Editoriale

Tutti santi(ni)

In poche parole: raccontano il più delle volte una politica superficiale

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Un tempo invadevano le cassette postali, si accumulavano tra pubblicità, bollette e giornali. Oggi, con minore spreco di carta ma con identica insistenza, si distribuiscono sui social network, nei gruppi WhatsApp, nelle bacheche personali, nelle storie confezionate con zelo da sostenitori improvvisati. Ma il santino elettorale, cartaceo o digitale che sia, continua a raccontare lo stesso impoverimento della politica. Perché non si chiede al cittadino di valutare una proposta, ma di riconoscere un nome, un sorriso, un’appartenenza. Si vota sempre meno per convinzione e sempre più per adesione emotiva, per fedeltà personale, per piccola utilità sperata o promessa.
Tutti felici e sorridenti i volti di quanti si prestano a racimolare consenso per la causa del padrone della lista, spesso mettendo la propria immagine al servizio di operazioni politiche che appaiono costruite più attorno a un “capo” che attorno a un’idea di città. Purtroppo è una dinamica antica, certo, ma in questi nostri tempi risulta ancora più evidente.
Eppure il punto non è irridere chi compare in quei santini. Sarebbe troppo facile, e anche troppo comodo. Il vero problema è il modello che li produce e li utilizza. Dietro molte di quelle immagini esiste una politica che non forma, non seleziona, non educa alla responsabilità pubblica. Al contrario, si accontenta di candidati spesso impreparati, talvolta inconsapevoli perfino della complessità minima del ruolo a cui aspirano. L’ignoranza del candidato – quando emerge – non è solo un limite individuale, è il sintomo di un sistema che considera secondarie la competenza, la conoscenza delle istituzioni, la capacità amministrativa. È in questo passaggio che si consuma la banalizzazione della politica, quando il consenso si costruisce per accumulo di facce e non per autorevolezza di contenuti. Perciò, il degrado della politica non comincia dai grandi scandali o dalle clamorose inefficienze, inizia quando si accetta che una candidatura possa fondarsi soltanto su relazioni personali, su pacchetti di voti, su reti di obbedienza più o meno esplicite. Inizia quando il cittadino viene trattato non come interlocutore da convincere ma come un consumatore da agganciare.
I santini elettorali, in fondo, sono solo il simbolo più visibile di questo processo. Non fanno male per la loro estetica, spesso discutibile, o per la loro invadenza comunicativa. Fanno male perché raccontano il più delle volte, meglio di molti discorsi, una politica superficiale.

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