Tra fede e lacrime

La vicenda terrena di don Tonino Bello, intrisa di singolare umanità, ha suscitato ampio interesse e grande clamore popolare soprattutto dopo la sua prematura scomparsa. Anzi, come spesso accade, è stato proprio l’evento della sua morte ad accendere e puntare i riflettori sulla straordinarietà della sua figura, fino a fargli intraprendere la strada che lo porterà agli onori dell’altare. Ma di questa vicenda terrena, tuttavia, spesso è stata messa sotto la lente d’ingrandimento soltanto l’esperienza sacerdotale ed episcopale del Servo di Dio, orientando perciò gli studi e gli approfondimenti maggiormente sugli aspetti sociali, teologici e pastorali. C’è invece una fase della sua esistenza, quella riguardante l’infanzia e la prima giovinezza, che ha bisogno di un supplemento di attenzione perché è senza dubbio quella che presenta le caratteristiche che forgeranno il suo alto profilo umano, conferendogli come naturale conseguenza anche un forte spessore spirituale. La sua passione per i poveri, la scelta preferenziale degli ultimi e la credibile testimonianza pacifista trovano le rispettive radici esattamente nelle travagliate e dolorose vicende familiari. L’occasione dell’85° anniversario della sua nascita (18 marzo 1935) ci offre la possibilità di tornare su alcuni aspetti biografici del vescovo, anche alla luce di nuovi e recentissimi sviluppi legati al suo primo decennio di vita.
Antonio Giuseppe Mario Bello, Tonino, è il primogenito di Tommaso e Maria Imperato. I due si unirono in matrimonio l’8 marzo 1934, e dopo la nascita del futuro vescovo ebbero altri due figli: Trifone Nazzareno e Marcello Fernando. Ma cosa sappiamo di Tommaso Bello prima della nascita di don Tonino?
Tommaso nacque ad Alessano il 9 aprile 1883. Di professione carabiniere, prestò servizio nella legione di Bari dal 1903 fino al 1909, quando fu trasferito a Milano. Nel capoluogo lombardo rimase fino al 1915, e nello stesso anno rientrò nuovamente a Bari. In pieno svolgimento della Prima Guerra Mondiale fu inviato a prestare servizio nella città di Corigliano Calabro. Dopo l’esperienza calabrese ritornò ancora a Milano, dove il 31 dicembre 1922 ebbe il congedo definitivo. Nel frattempo aveva conosciuto, durante la sua permanenza in Calabria, Maria Pisani, nata a Corigliano Calabro il 10 febbraio 1896. La prese in sposa il 7 gennaio 1919, e da quel matrimonio Tommaso ebbe due figli. Nacquero entrambi a Milano: Giacinto Antonio Carmine il 6 novembre 1919 e Vittorio Nunzio Emilio il 28 febbraio 1922. Il sereno clima familiare subì una battuta d’arresto nel momento in cui la signora Maria Pisani si ammalò di tumore, malattia che la portò alla morte il 9 ottobre 1933 all’età di trentasette anni. Tommaso, perciò, rimasto vedevo a cinquant’anni, e con i due figli orfani di madre rispettivamente di quattordici e undici anni, prese la decisione di trasferirsi con loro nella sua città d’origine, Alessano. Trascorsero appena cinque mesi dall’evento luttuoso, e Tommaso sposò in seconde nozze Maria Imperato, alessanese, nata il 22 novembre 1898.
L’abitazione della famiglia Bello era sistemata in via Scipione Sangiovanni, al numero civico 17. Il ruolo di Maria Imperato, prima e dopo la nascita dei suoi tre figli, è decisivo e fondamentale per la crescita e l’educazione dei due figli di suo marito Tommaso. Li accolse come figli suoi, amandoli e aiutandoli a inserirsi nel nuovo ambiente familiare. Non solo. Riuscì ad alimentare e sostenere in loro un percorso di fede, e quando nacquero Tonino, Trifone e Marcello li coinvolse attivamente nella crescita e nella gestione familiare, allontanando in loro il rischio di sentirsi estranei. Anzi, Maria Imperato s’impegnava anche a fare celebrare messe in suffragio della loro madre, l’altra Maria. Il senso di gratitudine e l’amore nei suoi confronti emergeranno chiaramente nelle lettere che Carmine e Vittorio spediranno a casa, mentre erano distanti e impegnati nelle loro attività militari. Carmine era radiotelegrafista sui MAS (motoscafi anti sommergibili), mentre Vittorio, cannoniere, era arruolato in Marina. Infatti, impegnati attivamente durante la Seconda Guerra Mondiale, appresero lontani da casa la notizia della morte di loro padre, Tommaso, che avvenne a causa di un infarto il 29 gennaio 1942, all’età di cinquantotto anni (coincidenza, la medesima età che avrà don Tonino nel suo Dies Natalis). Lo stesso Tonino soffrì molto quella perdita, da adulto confesserà che «piangevo in segreto quando vedevo i miei compagni delle elementari accompagnati a scuola dal loro papà». Una situazione difficilissima dunque per Maria Imperato, vedova ad appena otto anni dal matrimonio, con tre figli piccolissimi da accudire e sfamare (Tonino 7 anni, Trifone 5 e Marcello 2), e altri due “figli” impegnati al fronte. Ma seppe, pur con mille difficoltà e con tantissima dignità, affrontare il duro colpo. Lo stesso don Tonino, da vescovo, rilasciando un’intervista al nostro periodico, nel 1986, dichiarerà: «Sono nato in una famiglia molto modesta, ma molto amante del Signore. Ho perduto mio padre a sette anni. Ma mia madre non si è scoraggiata ed ha avuto molta fiducia nel Signore. Non era una bigotta ed ha condotto avanti tutta una famiglia».
Ma in che modo mamma Maria riuscì a provvedere alle necessità della famiglia? La pensione di suo marito Tommaso non bastava alle necessità familiari, e siccome era una ricamatrice esperta e raffinata, aprì in casa un piccolo laboratorio dove insegnava alle bambine di Alessano l’arte del ricamo. E quando i soldi non bastavano, si recava a piedi ogni mattina, percorrendo tre chilometri, per andare a lavorare presso una manifattura statale di tabacchi. Ma, nonostante le fatiche e i sacrifici, le disgrazie non risparmiarono ancora la famiglia Bello.
Il 9 settembre 1943 Vittorio morì nell’affondamento della Corazzata Roma a causa di un attacco aereo tedesco, all’indomani del proclama di armistizio di Badoglio. Morirono 1.393 uomini, tra cui lo stesso Vittorio che non sarà mai ritrovato. Dopo tantissime ricerche, soltanto nel 2012 lo scafo è stato localizzato a 1.200 metri di profondità e a 16 miglia dalla costa del Golfo dell’Asinara, a nord della Sardegna. Mentre nel 2018, con appositi mezzi ad alta tecnologia, sono stati individuati alcuni tronconi della Corazzata Roma. Quelli rappresentano oggi la tomba del povero Vittorio, aveva poco più di ventuno anni al momento della disgrazia. Era molto affezionato alla sua seconda mamma, Maria, ed era premuroso nei confronti dei suoi piccoli tre fratellini. Lo dimostra una lettera datata 18 febbraio 1942 quando, da Taranto, scrisse queste parole a suo fratello Carmine: «Hai il compito di confortare la mamma, la sera non uscire e non lasciarla sola, quando te ne andrai digli alla Mamma che non dormisse sola e che si chiami la zia Assunta […]. Ti lascio abbracciandoti e baciandoti; bacia per me infinitamente la Mamma, ed i fratellini». In un’altra lettera del 27 luglio dello stesso anno, invece, indirizzata a Maria, parlava del futuro vescovo di Molfetta: «Dici che Tonino lo mandi dalle Quaranta e che vogliono prepararlo per la terza classe elementare; darti un consiglio non vorrei perché sarei sicuro di sbagliarlo; solamente ti dico di ascoltare i giusti consigli di zio Antonuccio, egli è più vecchio di me e perciò ha più esperienza di me della vita e quello che dice sono sicuro essere vero, perciò sappiti regolare su quest’argomento […]. Molto contento sono rimasto nell’apprendere che hai fatto celebrare la Messa alla cara Mamma».
Ma con la morte di Vittorio non finirono le sciagure per Maria Imperato e i suoi piccoli figli. Un anno dopo, il 3 ottobre 1944, anche Carmine morì. Aveva 25 anni e fu colpito da infarto, come suo padre Tommaso, mentre si trovava a Milano in congedo provvisorio e nella abitazione della sua fidanzata. Domenico Petruzzelli, cugino di Carmine, parecchi mesi dopo la sua morte, il 20 giugno 1945 scrisse una lettera a Maria Imperato in cui descriveva dettagliatamente le modalità di quel assurdo decesso: «La sera del 3 ottobre 1944, mentre era a cena da mio fratello, venne colpito da improvviso malore; però, passata la apparente momentanea crisi, ridivenne normale, tanto che conversava giulivo e allegro con le mie nipoti, figlie di mio fratello. A distanza di circa un quarto d’ora dalla prima crisi, sopravvenne una seconda più tremenda e fatale, tanto che mentre rideva raccontando barzellette, si piegò appoggiando la testa sulle spalle di una delle mie nipoti e mentre questa riteneva fosse uno scherzo, purtroppo, il povero Carmine cessava di vivere».
Come Vittorio, anche Carmine amava la sua seconda mamma e i suoi fratellini. In una lettera a lei indirizzata, prima che morisse Vittorio, il 1 marzo 1943 scrisse: «Ieri quando abbiamo festeggiato il compleanno di Vittorio, abbiamo rivolto il pensiero ai nostri genitori, a te e ai nostri fratellini. Sempre vi ricordiamo anche nel divertimento, siine sicura. Io poi non finisco mai di raccontargli [a Vittorio] tutti i particolari dei giochi con i fratellini e allora si ride e si pensa a voi e a loro […]. Tonino come va con lo studio?». E in un’altra lettera del 26 maggio 1943 scrisse: «I bambini cosa dicono? Stanno tutti bene? Ora che sono quaggiù [a Messina] in prima linea chi sa quando li rivedrò! Sono sicuro però che essi si ricorderanno sempre del loro caro fratello che sempre li ricorda e vuole tanto bene […]. Una infinità di baci a Tonino, Trifone e Marcello». Faceva bene Carmine a esserne sicuro, perché Tonino, Trifone e Marcello non lo hanno mai dimenticato. Come non hanno mai dimenticato Vittorio. Lo stesso don Tonino a Milano, quando nel dicembre 1989 fu invitato dal cardinale Martini per proporre una riflessione in occasione delle celebrazioni di Sant’Ambrogio, fece il tentativo di cercare la tomba di Carmine. Purtroppo le sue ricerche non portarono alcun esito. E mentre Vittorio oggi riposa imprigionato e inabissato nei relitti della Corazzata Roma, Carmine dopo settantasei anni è tornato per sempre nella sua Alessano. Le recenti ricerche, per merito di Francesca Bello, figlia di Trifone, hanno consentito di rintracciare le spoglie mortali di Carmine e di sua madre Maria Pisani nel cimitero di Milano. È stato possibile, attraverso l’utilizzo di un’applicazione del Comune di Milano, localizzare la posizione del luogo dove Carmine era sepolto. Infatti, è stato individuato in un’area dedicata ai militari, mentre sua madre poco distante. Con cerimonia privata ma suggestiva, lo scorso 25 gennaio le loro spoglie hanno fatto rientro definitivo nel cimitero di Alessano. Nella quiete di quel luogo sacro, a distanza di pochi metri, si sono idealmente riavvicinati i protagonisti di questa storia triste ma nello stesso tempo ricca di tanto amore. Mamma Maria Imperato, che morì il 15 novembre 1981, riposa accanto a don Tonino, così come il vescovo aveva desiderato prima di morire. Alle loro spalle, in un ossario comune, Tommaso Bello. A pochi passi da loro, Marcello, scomparso il 16 ottobre 2019. E poi ancora Carmine e sua madre.
A distanza di ottantacinque anni dalla nascita del Servo di Dio, abbiamo preferito ricordarlo attraverso l’approfondimento della sua vicenda strettamente personale e familiare perché, ne siamo convinti e lo ribadiamo, è da questa storia fatta di fede e di lacrime, di dolore e di amore, di partenze e ritorni, che nasce la sua vocazione per i poveri, gli umili e gli ultimi.

Nella foto, da sinistra a destra e dall’alto in basso:

1. Tommaso Bello
2. Maria Pisani
3. Giacinto Antonio Carmine
4. Vittorio Nunzio Emilio
5. Coniugi Bello con (da sinistra) Tonino, Trifone, Marcello
6. Corazzata Roma
7. Don Tonino con sua madre Maria
8. Le spoglie mortali di Carmine Bello e Maria Pisani rientrate ad Alessano
9. Le spoglie di Carmine precedono quelle di sua madre
10. Trifone Bello accoglie e saluta suo fratello Carmine prima della tumulazione definitiva
11. La tomba di Maria Imperato
12. La tomba di Marcello Bello

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