Quello che è accaduto nelle ultime settimane tra le province di Bari e BAT non è un fatto isolato né, tantomeno, lontano da noi. È la fotografia nitida di un equilibrio criminale che si sta incrinando e che diventa sempre più violento.
L’operazione di polizia di ieri, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, rappresenta senza dubbio – come ha sottolineato il presidente della Regione Antonio Decaro – un “segnale forte dello Stato”. Arresti, indagini, controlli sul territorio. Ma sarebbe ingenuo fermarsi a questa lettura rassicurante, perché i fatti raccontano anche altro.
Raccontano di equilibri mafiosi saltati dopo gli ultimi omicidi, di faide che si alimentano tra giovanissimi, di una violenza che nasce nei luoghi della socialità – discoteche, piazze, strade – e che si trasforma rapidamente in regolamenti di conti. Raccontano di organizzazioni capaci di esercitare il proprio potere persino dal carcere, adattandosi alle tecnologie e continuando a impartire ordini.
E mentre cresce la tensione criminale, aumenta anche la paura dei cittadini. Una paura che modifica le abitudini quotidiane, svuota gli spazi pubblici, indebolisce il senso di comunità. Pensare che tutto questo non riguardi Molfetta sarebbe un errore grave.
Molfetta è, dal punto di vista geografico e sociale, un punto di connessione tra Bari e la BAT. È, per sua natura, una “zona di passaggio” che può facilmente diventare una zona di interesse. E la storia recente lo dimostra: episodi di violenza, tensioni tra gruppi criminali, infiltrazioni nell’economia locale non sono un’ipotesi astratta, ma un rischio concreto.
Per questo il voto del 24 e 25 maggio non può essere considerato una semplice scadenza amministrativa. È una scelta che riguarda la qualità della democrazia e che richiede un’assunzione di responsabilità collettiva.
La futura amministrazione dovrà mettere in campo azioni chiare e non negoziabili: trasparenza assoluta negli appalti e nei rapporti con il mondo imprenditoriale; controlli rigorosi contro prestanome e infiltrazioni nell’economia locale; collaborazione costante con prefettura, forze dell’ordine e magistratura; presidio reale degli spazi pubblici, a partire dai luoghi della socialità giovanile; rispetto delle regole; investimenti in cultura, educazione alla legalità e politiche giovanili, perché è proprio lì che si previene il radicamento criminale. Ma serve anche – e forse soprattutto – una risposta civica.
Negli ultimi quindici anni una parte importante della cittadinanza ha scelto di non votare. È una forma di disillusione comprensibile, ma oggi non più sostenibile. L’astensione lascia spazio ad altri interessi, spesso opachi. Lascia vuoti che qualcuno è pronto a riempire. Tornare a votare, oggi, significa scegliere da che parte stare. Significa farlo con un proprio codice etico: informarsi, valutare le persone prima dei simboli, rifiutare logiche clientelari, pretendere credibilità e coerenza. E questa scelta passa anche da una scheda elettorale.



























