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Sull’altare del destino

Nei giorni dell'anniversario, Lettera aperta alla mamma di Davide Farinola, editoriale del numero di Marzo 2025

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Cara madre (di Davide),
la morte ha portato a termine la sua beffarda opera iniziata con il tuo Luigi il 3 marzo 2008, a terra sull’asfalto della Truck Center dopo essere stato recuperato dalla cisterna nella quale aveva respirato imprevedibilmente acido solfidrico. Diciassette anni dopo, poco più di un mese fa, il 31 gennaio 2025, era ancora sull’asfalto della città a prendersi il tuo Davide, quel figlio che gli aveva sottratto alla gioia della paternità e che oggi ha rapito alla gioia, forse l’ultima rimasta, della tua maternità. Padre e figlio, e nemmeno la mano dello “Spirito Santo” è riuscita a strapparli e a recuperarli dalla falce di quella maledetta. Chissà in questi giorni quante te ne avranno dette e quante ne sentirai ancora: “doveva andare così”, “così era scritto” o, peggio ancora, “il tempo ti aiuterà”. Perché se proprio c’è una cosa incapace di aiutare il tuo dolore, quella è il tempo. No, il tempo non ti aiuterà, il tempo prolungherà la tua sofferenza, anzi, la rafforzerà ogni giorno perché non troverai mai una spiegazione ai tuoi perché. E te lo dice uno che, al rovescio della tua esperienza, dopo cinquant’anni dalla morte di sua madre, anche lei in un incidente stradale, anche lei giovane, appena trentenne, ancora oggi convive con quei perché trascinandoseli dietro dall’età di tre anni. Non solo, c’è anche una precisa analogia alla tua vicenda familiare: la madre di mia madre, qualche anno prima di perdere sua figlia, non ha visto più tornare a casa suo marito né vivo né morto, anch’egli giovane come Luigi, caduto sul lavoro, questa volta però non sul suolo di Molfetta ma nel porto di Calcutta in India, dove la nave era ormeggiata per i lavori. Lì, dove le vacche sono sacre, è ancora sepolto in un vecchio cimitero per stranieri. Così, per lunghissimi anni, ho visto la madre di mia madre con le lacrime agli occhi guardare una fotografia ingiallita che raffigurava la tomba di suo marito.
Cara madre (di Davide),
per questo motivo oggi mi permetto di rivolgermi a te anche non conoscendoti, perché conosco, invece, abbastanza bene l’aria che si respira in una famiglia provata da così tanto dolore. Perché ho provato a immaginare soprattutto la tristezza e la solitudine di Davide in questi suoi pochissimi sedici anni vissuti senza l’affetto di suo padre, e sono pure convinto, lo dico per esperienza personale, che spesso abbia cercato di non manifestarlo o di non fartelo pesare perché, come accade in queste circostanze, si cresce in fretta. È la sensibilità alla sofferenza e alla privazione degli affetti che rende un po’ speciali le persone come Davide, perché sanno apprezzare e comprendono meglio degli altri i sacrifici, danno più valore ai valori: quello della famiglia, dell’educazione, dello studio, dello sport e dell’amicizia. Già, dell’amicizia. Quanti amici aveva Davide! Sono stati loro, soprattutto, ad avere innalzato quella specie di altare sul luogo dell’incidente con fiori, fotografie, bigliettini e lettere. Ecco, questa è la testimonianza più espressiva non solo del loro dolore, ma anche di quanto amore sia stato capace Davide di seminare in questo brevissimo arco della sua vita.
Cara madre (di Davide),
io lo so, e lo sai anche tu, che quando si spegneranno definitivamente i riflettori su questa tua disgrazia, e quando man mano passeranno i giorni e quell’altare inizierà a spogliarsi di sciarpe e fiori, e quando arriveranno i compleanni e i capodanni, tu rimarrai nella più inconsolabile solitudine anche se circondata da mille persone, perché conosci abbastanza bene il peso insopportabile delle assenze. Ma sai anche che in quei momenti, almeno per un attimo, fissare una foto di Davide, sentire il suo profumo su un maglione e toccare i suoi oggetti sarà come alleggerire il fardello di una esistenza che non tornerà mai più come prima.
Non dispiacerti, cara madre (di Davide), se oggi credo che tu abbia bisogno di preghiere più di quanto ne abbia bisogno tuo figlio, perché sopravvivere è più difficile che morire. E così ti penso in un brevissimo passaggio di un testo del Venerabile don Tonino Bello: «Santa Maria, donna dell’attesa, conforta il dolore delle madri per i loro figli che, usciti un giorno di casa, non ci sono tornati mai più, perché uccisi da un incidente stradale».
E allora, d’ora in poi, a ogni mio transito in quel luogo consegnerò sull’altare del destino questa personale invocazione: Santa Maria, donna dell’attesa, conforta il dolore della madre di Davide che, uscito un giorno di casa, non è tornato mai più, perché qui è avvenuto l’incontro con suo padre.
Con affetto.

Sergio Magarelli, Sull’altare del destino, L’altra Molfetta, Anno XLI, n. 3, marzo 2025, pagg. 4-5.
© L’altra Società Editoriale S.r.l.
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