Ci voleva qualche giorno di silenzio prima di scrivere queste righe. Ho corso con Pietro Mastropasqua, ci ho creduto, ho messo la faccia e l’energia in una campagna che ritenevo – e ritengo ancora – seria, dignitosa e ricca di contenuti. Per questo il risultato brucia. Ma la politica, quella vera, chiede anche la capacità di guardare i numeri in faccia senza girarsi dall’altra parte.
Perché ha vinto Minervini.
Manuel Minervini al primo turno ha chiuso con il 44,57% dei voti, un risultato che già da solo racconta una storia. Il dato più significativo è il divario enorme tra i voti al candidato sindaco e quelli alle sue liste: Minervini si è attestato intorno al 45% delle preferenze personali, mentre la sua coalizione raccoglieva circa il 34% dei voti di lista. Questo significa una cosa sola: Minervini ha vinto da solo, al di là e al di sopra delle sigle che lo sostenevano.
È stato percepito come una persona, non come un simbolo di partito. Minervini ha saputo incarnare un’idea di rinnovamento credibile, ha costruito attorno a sé un campo largo – PD, M5S, RC, AVS e liste civiche – che ha retto la tensione senza esplodere. Ha chiuso la campagna con una piazza piena in Piazza Paradiso, con al fianco figure come Giovanna Bruno e Corrado De Benedittis, a testimoniare un radicamento politico regionale che Mastropasqua non poteva vantare. E al ballottaggio è arrivato anche Giuseppe Conte: difficile competere con quella visibilità.
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