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Scequimme alla Tòmbele

La tombola era appannaggio esclusivo della nonna che la custodiva gelosamente per tutto l’anno

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Il bello della festa di Natale sta nella sua forte carica d’umanità. Si fa festa perché si sta in compagnia, si vive “insieme”, ci si scambia gli auguri, si gioca, si brinda.
Le giornate trascorse assieme a familiari o amici costituiscono la base della festa, malgrado le nuove consuetudini, che è giusto facciano o impongano il proprio percorso, annientino le tradizioni più semplici. Nonostante questo, i giochi restano ancora patrimonio del periodo natalizio e tra questi, il più comune e non per tutti divertente, è il gioco della tombola.
Sino a qualche decennio addietro, la tombola era appannaggio esclusivo della nonna che la custodiva gelosamente per tutto l’anno e in occasione del santo Natale la tirava fuori dall’ultimo tiretto del vecchio armadio. Quasi sempre era una vecchia tombola di cartone, con le cartelle che avevano il colore della cenere spenta, usate com’erano state per anni. Sul tavolo, per segnare i numeri estratti, venivano poste bucce di mandarini e arance fatti a pezzettini, fave e fagioli secchi. Re pedine numerate erano raccolte in una vecchia calza nera (nu pedale) e dopo lunghe discussioni su chi doveva tenere il tombolone, su come dividere i pochi soldi abbinati all’ambo, terno, quaterna e quintina, il gioco aveva inizio.
Oggi, prevalgono le nuove tombole con cartelle dotate di caselle a scomparsa ma, per fortuna, sotto molti aspetti lo spirito del gioco è rimasto lo stesso.
È piacevole assistere a qualche partita per sentire esclamazioni, detti e frasi spiritose dei vari componenti la combriccola all’estrazione di ogni numero; chi aspetta un dato numero per fare êmbe, tèrne, quatèrne, quindìne se non, addirittura, tòmbele ed è contrariato dalla fortuna, dice arguzie, invettive contro chi tira, e lancia frecciatine verso chi vince. Spesso la vecchietta, un po’ sorda, o il solito spassoso, domanda: av’assàuete u nnùmere…? e chi estrae i numeri invece di pronunciarli come sono, fa uso delle parole e dei modi di dire caratteristici del nostro dialetto.
Tra questi vorrei ricordarne qualcuno: 1 L’Itàlie (L’Italia), 4 U pùerche (Il porco), 8 U càule t’abbòte (Il culo ti gonfio), 11 Re ghêmme de re segnorìene (Le gambe delle signorine), 12 U sletate (Il soldato), 13 Sênt’Éndónie(S. Antonio), 16 U càule (Il culo), 17 La desgràzie (La disgrazia), 19 Sên Geséppe (S. Giuseppe), 24 La vescìgghie (La vigilia), 25 Nêtàle (Natale), 26 Sênd Stéfene (S. Stefano), 33 L’ênne de Criste (Gli anni di Cristo), 48 U mùerte parlênde (Il morto parlante), 50 Mìezze quindale (Mezzo quintale), 69 Com’u vùelt’e u aggiàiere (Come lo volti lo giri), 88 L’acchiàle (Gli occhiali), 90 La pagàuere (La paura).
Così, ancora oggi, tra giochi, spari e canti la notte di Natale passa e spunta l’alba sulla tombola, sul mercante in fiera, sul sett’e mezzo.

Gianni Amato, Scequimme alla Tòmbele, L’altra Molfetta, Anno XVII, n. 12, dicembre 2001, pag. 59.
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Vietata anche la riproduzione parziale senza autorizzazione.

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