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Scatta l’ora legale ma a Molfetta la politica resta indietro

In poche parole: tutti sembrano sul punto di esserci e nessuno fino in fondo decide di esserci davvero

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Ci sono momenti in cui la politica sa farsi trovare pronta e altri nei quali, invece, offre di sé l’immagine peggiore. Quella di un ceto dirigente che prende tempo, rinvia, misura i passi non sul terreno della proposta ma su quello della convenienza. Molfetta, a ridosso delle elezioni amministrative, sembra purtroppo collocarsi dentro questa seconda condizione. La città si avvicina all’appuntamento con il voto in un clima di incertezza che non è più fisiologico, ma comincia ad assumere i contorni di una vera e propria “afasia” politica.
Il ritardo con cui si va componendo il quadro delle candidature non è un dettaglio di cronaca, è già un fatto politico. Ed è un fatto che merita di essere osservato per quello che è, ossia il segno di una difficoltà diffusa, di una fragilità non risolta, di un sistema locale che fatica a esprimere leadership riconoscibili e a mettere sul tavolo una proposta limpida.
Quando il tempo stringe e i nomi restano nel limbo, le coalizioni si evocano ma non si definiscono. E quando tutto appare ancora trattabile e nulla davvero compiuto, significa che la politica non sta costruendo ma sta prendendo fiato. O peggio, sta cercando riparo.
In questo scenario il caso più emblematico è, forse, quello dell’area che continua a richiamarsi all’esperienza dell’ex sindaco Tommaso Minervini. Se ciascuna porzione dello scacchiere molfettese sembra orientata, in un modo o nell’altro, a darsi un riferimento per la corsa a Palazzo di Città, sorprende che proprio quel mondo non sia stato capace di convergere su un proprio candidato. Ed è una sorpresa che non nasce dal nulla. In quel campo, negli ultimi anni, le ambizioni non sono mancate. Più di qualcuno ha lasciato intendere, più o meno apertamente, di sentirsi pronto per la fascia tricolore e più di qualcuno ha coltivato l’idea di potersi misurare da protagonista.
Oggi, però, quello slancio pare essersi dissolto. Le vocazioni si sono fatte improvvisamente più discrete, le disponibilità più sfumate, i profili più guardinghi. E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa è cambiato? La risposta che si affaccia con maggiore evidenza è che, in questa fase, molti preferiscano non esporsi. Che si scelga, insomma, la strada meno visibile, più prudente, più protetta. Non il passo in avanti, ma il passo di lato, la collocazione più comoda dentro formule diverse, coalizioni meno identitarie, assetti che consentano di esserci senza apparire troppo. Insomma, sta prevalendo l’istinto a imboscarsi più che la volontà di rappresentarsi con nettezza. Ed è proprio questa opacità a rendere il quadro ancora più rivelatore.
Altrettanto significativo è ciò che accade, o forse sarebbe meglio dire non accade, intorno al nome del già senatore Antonio Azzollini. Da tempo il suo attivismo pubblico è evidente, la sua presenza sui social è costante e i segnali lanciati sono numerosi. Tuttavia, a fronte di questa esposizione prolungata, la candidatura ufficiale continua a non arrivare. La politica, si sa, è anche attesa. Ma quando l’attesa si prolunga oltre il necessario smette di essere costruzione e diventa esitazione. E l’esitazione, in una tornata elettorale, raramente comunica forza. Spesso lascia intravedere trattative ancora aperte, equilibri non trovati, resistenze che non si riescono a superare. La città, però, non può restare ostaggio di questa interminabile vigilia in cui tutti sembrano sul punto di esserci e nessuno fino in fondo decide di esserci davvero.
Anche Pietro Mastropasqua, rispetto alle attese che avevano accompagnato il suo nome, appare oggi dentro una dinamica meno espansiva. Il progetto di una coalizione larga, capace di raccogliere e tenere insieme segmenti diversi del civismo e del centrosinistra, sembra essersi ridimensionato. Non necessariamente per un limite personale, ma perché il campo attorno a lui non dà più l’impressione di allargarsi con la stessa naturalezza che qualcuno aveva immaginato. Al contrario, altri aggregati stanno provando a stringersi e a prendere forma con una fisionomia più definita. I movimenti che si registrano attorno a Manuel Minervini e a Gano Cataldo vanno letti anche in questa chiave, non solo come iniziative autonome, ma come fattori che riducono margini, restringono spazi, obbligano tutti gli altri a fare i conti con una geografia politica meno disponibile a convergenze ampie e indistinte.
Così, mentre il calendario avanza, Molfetta continua a offrire di sé l’immagine di una città politicamente trattenuta. E c’è da credere che neppure la settimana imminente sarà quella risolutiva. L’avvicinarsi della Settimana Santa, infatti, con i suoi riti antichi, con il suo carico di devozione, memoria e partecipazione collettiva, finirà con ogni probabilità per sospendere ancora una volta tempi e decisioni. È naturale che sia così, come è giusto che sia così. Ma resta il fatto che la politica locale sembra aver consegnato anche a questo passaggio il compito di rinviare ciò che non ha ancora avuto il coraggio di definire.
Se Molfetta attende ancora di conoscere fino in fondo i volti e le alleanze di questa sfida elettorale, una cosa almeno appare già evidente: non tutti stanno ritardando per strategia. Qualcuno sta ritardando perché non ha ancora trovato una strada. E qualcun altro, forse, perché una strada ce l’avrebbe pure, ma non ha abbastanza coraggio per percorrerla alla luce del sole.

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