“V’ho detto che nun se può entrà…
– Ma noi siamo venuti da Molfetta, abbiamo i permessi, siano arrivati fin qui, siamo fermi a quella transenna da mezz’ora, la Madonna non può stare sotto il sole… vede?
– Voi avete i permessi per Piazza San Pietro. La Piazza è una cosa, la Basilica un’altra. Se nun se può, nun se può…
– Senta (intervenne la voce pacata del Confratello Vito Cozzoli), può cortese- mente fare una telefonata a (…)?
– Ma nun serve!
– Lei la faccia però, ci tenga contenti… L’addetto alla sicurezza della Basilica di San Pietro si allontanò e parlottò al telefono…
– Ma chi siete ahò! Ve fanno entrà… ve fanno entrà!
Lo storico manufatto si aprì rumorosamente, all’interno avevano già spostato tutti i banchi, e chi ci aveva preceduti in San Pietro intravvide una lama di luce penetrare il buio della Porta del Filarete, il portone più antico del Vaticano, il portone del Papa.
Così il 22 maggio del 2016, alle 13.06, la piccola, splendida Pietà di Giulio Cozzoli – il Molfettese – accompagnata da migliaia di fedeli e portata in processione dai Confratelli dell’Arciconfraternita della Morte dal Sacco Nero di Molfetta si presentò, Asta e banda al seguito, al Soglio di Pietro e lo fece non dalla (più stretta) Porta Santa, ma direttamente dal Portone Centrale, quello usato – praticamente – solo dai Papi.
Percorrendo al passo la navata centrale di San Pietro e accompagnata dal Vexilla, la Pietà dei Molfettesi, portata ora in spalla dall’Amministrazione della “Morte” sarebbe arrivata fin sotto il maestoso altare del Bernini per poi tornare verso l’uscita e soffermarsi per un solo, unico, magico istante a salutare la maestosa Pietà di Michelangelo, sostenuta dal messaggio universale dell’Arte, della Fede, della Devozione. Commozione irripetibile, soprattutto per chi, solo due mesi prima, aveva ricevuto una telefonata…
Il diciassette marzo del 2016 prometteva già di diventare una giornata memorabile: avevamo ricevuto la visita dell’Arciconfraternita del Carmine di Taranto – pregato e cantato insieme il Vexilla – sugellato il nostro solenne affratellamento e avevamo anche deciso di uscire in Processione congiunta con i Perduni dalla Chiesetta di Santa Maria Prencip.
Dopo circa 200 anni la vecchia Chiesa della Morte aveva aperto il suo portone per farne uscire una Croce in testa a una solenne Processione, diretta al Purgatorio per l’inizio del Settenario della Madonna Addolorata e la vestizione dei nuovi Confratelli.
In questo clima di devozione e fratellanza, la telefonata dal Vaticano sembrò arrivare come una doccia fredda.
Dapprima il buio…
– Buonasera Priore, sono Riccardo Piacci da Roma, Segreteria del Giubileo…
Volevo dirle che non ci è possibile concedere l’autorizzazione per il Pellegrinaggio della Pietà di Molfetta richiesto per il 15 maggio.
Doccia fredda.
– Se però ritiene (ed ecco l’esplosione di luce) avremmo una data libera e potremmo organizzarla per il 22 di maggio… vi va bene?
I Confratelli di Taranto, l’ultimo Settenario dell’Amministrazione, l’odore delle violacciocche, il ricordo di don Mimmo Amato, unico depositario di quella confidenza divenuta progetto, poi la notizia, un’emozione indescrivibile, le preoccupazioni, la responsabilità, gli abbracci, l’inizio di un folle conto alla rovescia, la Settimana Santa ormai vicina, non più di 40 giorni utili per organizzare un evento difficile, complesso, storico per la nostra Città, decisioni e scelte, le telefonate agli amici romani, idee, scadenze: sì, il diciassette marzo del 2016 diventò davvero una giornata memorabile.
L’idea era nata all’inizio del triennio con un laconico: «Che dite, facciamo un Pellegrinaggio a Roma con i Confratelli?».
Poi la morte di don Gino Martella, il Vescovo che ci era stato vicino, che aveva sposato appieno le nostre idee e i nostri progetti di rilancio dell’Arciconfraternita dopo gli anni del commissariamento. E poi la morte di don Mimmo Amato, splendido amico, cui Pino aveva confidato: «don Mimmo, e se portassimo proprio la Pietà a Roma?».
La risposta era stata quella del ragazzo cresciuto dietro l’altare del Purgatorio, gli si erano illuminati gli occhi e aveva sfregato le mani, come faceva lui.
«Bellissimo!», aveva risposto.
L’idea però aveva preso corpo solo pochi mesi prima, quando Papa Francesco aveva proclamato il suo Giubileo Straordinario: richiesta inoltrata, speranze nessuna, dato il clima di massima allerta che aveva di fatto blindato ancor più di prima Roma e il Vaticano.
Ma da quel momento ogni contatto e conoscenza si mise in moto, la Polizia del Municipio Prati (inizialmente la Processione si sarebbe dovuta sviluppare lungo Ponte Vittorio per poi scendere direttamente in via della Conciliazione), il nostro insostituibile amico Vito Cozzoli, le visite in Prefettura, Questura, al coordinamento Pellegrini, con il responsabile della sicurezza di Piazza San Pietro, i sopralluoghi, le prove.
Sì, perché l’idea si andava sviluppando giorno dopo giorno e così alla Sacra Effigie della Pietà si aggiunsero centinaia di confratelli, oltre 1.500 fedeli, e le Confraternite della Morte di altre Città italiane, e l’Associazione Femminile, e il Paliotto, e l’Asta e… una banda musicale di ben 50 elementi.
– Ci sarebbe da capire come far passare sia la Statua che la banda dai metal detector, ci vorrà tanto tempo perché suoneranno gli allarmi, come facciamo?
– Va bene, cosa dobbiamo fare? Garantisce lei per tutti?
La macchina organizzativa si mise immediatamente in moto. Andammo a Roma, dove i curiosi si fermarono a guardare questi tre uomini in giacca e cravatta che misuravano le strade con una rotella da geometri. Non sapevano – loro – che stavamo suddividendo il percorso in “bombe”. A questo proposito, grande fu lo sgomento quando, durante una riunione in Prefettura versione massima sicurezza per il Giubileo, dissi al Comitato per la Sicurezza che avremmo diviso il percorso in 11 bombe! Mi corressi e chiarii immediatamente che si trattava dei cambi di portatori lungo il percorso, ma mi fu consigliato di scordarmi il termine “bomba” e usare da quel momento un termine diverso.
Le mie battute sono finite, anzi temo di aver ampiamente sforato la disponibilità de L’altra Molfetta. Ma l’emozione intima dell’imballo amorevole ad opera di una ditta di trasporti di opere d’arte altamente specializzata, la gioia alla riapertura della grande cassa ammortizzata in legno alla presenza di don Luigi Vetturi (splendido ospite e Rettore della Basilica Giubilare di San Giovanni dei Fiorentini che ci accolse come parte della famiglia), il titèè su Via della Conciliazione, l’imponenza di Castel Sant’Angelo, il momento indimenticabile dell’ingresso nella Basilica di San Pietro, la concretizzazione – complessa ma consentiteci di dire perfettamente riuscita – dell’idea di Pino de Candia, l’organizzazione meticolosa delle 26 bombe con relativa “bussola”, degli undici autobus, degli alloggi, dei parcheggi, dei tempi, ed essere riusciti non solo ad autofinanziare il tutto ma finanche a destinare una considerevole somma in beneficenza… tutto questo enorme periodo scritto volutamente tutto d’un fiato e concretizzatosi in una Processione di ben 7 ore in piena Capitale… meriterebbe un libro.
Pasquale Mancini, Ma chi siete, ahò, ve fanno entrà!, L’altra Molfetta, Anno XXXVII, n. 5, maggio 2021, pagg. 22-23.
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