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Ranucci a Molfetta? Prima guardiamoci allo specchio

In poche parole: a Ranucci apriremo volentieri le porte di Molfetta, ma prima, forse, dovremmo aprire gli occhi su chi bussa da anni alla porta della coscienza cittadina

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La Rai ha ufficialmente rimosso Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report. Al suo posto, dalla prossima stagione, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. Ranucci parla di pressioni e annuncia battaglia per la libertà di stampa mentre la destra di governo, da Salvini a La Russa, esulta apertamente. Mezza Italia si stringe attorno al giornalista per solidarietà. Bomba sotto casa, un mandante (e che mandante!) arrestato, nove anni alla guida di un programma simbolo del giornalismo d’inchiesta pubblico. Ovviamente la vicenda ha tutti gli ingredienti per meritare attenzione, e anche personalmente non intendo sottrarmi al principio di fondo secondo il quale un potere politico che festeggia l’allontanamento di un giornalista scomodo è sempre un cattivo segnale per la democrazia.
Ma proprio perché tutti, o quasi tutti, crediamo in questo principio, dobbiamo applicarlo fino in fondo. Anche quando il conto, francamente, lo dobbiamo pagare noi.
A Molfetta abbiamo un nostro Ranucci. Si chiama Matteo d’Ingeo, è da poco iscritto all’Ordine dei Giornalisti, un riconoscimento tardivo per chi da una vita fa già, di fatto, questo mestiere. Da anni si occupa di cittadinanza attiva, ha firmato inchieste scomode sulle vicende amministrative della città, si è speso senza clamore e senza coccarde per la legalità e la giustizia locale. E come Ranucci, ha pagato un prezzo che non ha nulla di simbolico: una bomba dietro la porta di casa (dopo quella collocata nei pressi del suo portone), un’aggressione o forse più di una per strada, intimidazioni ripetute nel tempo. Non di certo lo scrivo oggi per la prima volta, perché la mia testata lo ha raccontato più volte e senza sconti. Eppure, a differenza di quanto accade per Ranucci, nessuno a Molfetta ha mai pensato di organizzargli una serata di solidarietà cittadina.
La risposta è la più semplice ma nello stesso tempo è la più imbarazzante. Ranucci non ci costa nulla. Applaudirlo non disturba nessuna convenienza locale, non mette in imbarazzo nessun amico, nessun alleato, nessun potente di quartiere. Matteo d’Ingeo, invece, sì. Le sue inchieste toccano nomi che conosciamo, palazzi che frequentiamo, equilibri che qualcuno preferirebbe non vedere raccontati. Ecco perché è più comodo issare Ranucci su un palco e chiedergli di venire a Molfetta, che riconoscere, con la stessa intensità, chi il prezzo della legalità lo sta pagando qui, ogni giorno, senza bisogno di inviti.
La rimozione di Ranucci resta, prima ancora che una scelta politica, una decisione editoriale e aziendale che compete all’azienda, anche se è pubblica. Gridare al complotto, con l’inchiostro ancora fresco sulla notizia, rischia di trasformare una battaglia “giusta” in schieramenti opposti. E Presutti e Piervincenzi, anche se qualcuno storcerà il naso, potrebbero rivelarsi bravi, forse persino all’altezza dello stesso Ranucci, o anche di più. Questo si vedrà in seguito. Di certo, la qualità del giornalismo d’inchiesta non si eredita per acclamazione tantomeno si perde per decreto. Così come la giustizia, quella vera, deve fare il suo corso sul caso Lavitola. Né assoluzioni anticipate né condanne sui social, per nessuno.
Quello su cui, invece, dobbiamo essere intransigenti con noi stessi è la coerenza. Se crediamo che difendere chi fa giornalismo scomodo sia un dovere civile, quel dovere non può fermarsi ai confini della città dove viviamo. Anzi, dovrebbe cominciare proprio da lì.
A Ranucci apriremo volentieri le porte di Molfetta. Ma prima, forse, dovremmo aprire gli occhi su chi bussa da anni alla porta della coscienza cittadina.

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