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“Questo bianco e questo blu sono i colori degli ambienti in cui sono cresciuto”

Nel numero di Agosto 2024

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La copertina di questo mese che coincide, inaspettatamente, con la mia prima intervista caldeggiata dal Direttore, è stata illustrata da Vito Gianfreda. I lettori hanno già avuto modo di conoscere le sue opere caratterizzate dalla costante predominanza di due colori: il bianco e l’azzurro. Finalmente oggi conosciamo qualcosa in più sull’origine di questa sua influenza artistica. 

Come e quando nasce il suo percorso artistico?
Innanzitutto, grazie per l’opportunità che mi date. Quando nasce? Strano a dirlo, a sei anni. Io non sono di Molfetta, sono originario di Grottaglie, in provincia di Taranto, la famosa “perla delle ceramiche”. In famiglia ho avuto la fortuna di avere degli zii ceramisti, una volta definiti “figuri”. D’estate era usanza, appunto, per i ragazzi quando le scuole chiudevano, fare qualcosa e, immancabilmente, l’invito da parte dei miei zii era quello di andare lì e passare un po’ di tempo.
Quindi nasce in famiglia l’amore per l’arte?
Sì, perché i miei zii, anno dopo anno, mi coinvolgevano nella decorazione di quelli che erano i piatti usuali di ogni giorno. Potevano essere i piatti, potevamo essere i bicchieri, i boccali, tutto ciò che serviva giornalmente.
Come nascevano queste decorazioni?
Queste decorazioni venivano fatte sul tornio. Veniva fatta la prima cottura dell’oggetto, poi veniva smaltato e poi decorato. Il buon zio mi dava il pennello in mano, mi dava i colori e diceva: “Questo è il tornio, basta girare, un giro di tornio, e già il piatto o il bicchiere girerà da solo. Tu con il pennello fissalo e ti fai una prima riga, la seconda riga, poi con queste piccole spugnette farai le decorazioni del quadrifoglio, ecc”.
Dopo, non c’è stata una preparazione accademica?
No, purtroppo no. Chiaramente, durante la frequenza della scuola elementare e della scuola media, nel disegno primeggiavo. Ma non c’è mai stato un suggerimento familiare, dai genitori per esempio, a indirizzarmi agli studi artistici. Anche perché il Liceo Artistico non era tanto presente sul territorio.
Quindi, può definirsi un autodidatta?
Sicuramente, perché da solo ho sviluppato quella che era la mia Arte. Nel corso degli anni ho avuto l’opportunità di avere una stabilità economica con il mio lavoro che mi ha permesso di coltivare anche la passione artistica. Mi ha portato alla conoscenza, oltre che di mia moglie, anche di altri artisti molfettesi con cui abbiamo iniziato a fare le prime mostre, le prime collettive.
Tutto questo in quali anni?
Qui stiamo parlando degli anni Ottanta. Poi va da sé che, piano piano, tutto è cresciuto sempre di più. Ho conosciuto anche L’altra Molfetta, e ho avuto l’onore di pubblicare alcune mie tele su diverse copertine.
Il fatto di essere autodidatta, la porta a considerarsi in secondo piano rispetto ad altri artisti molfettesi?
È chiaro che un artista che ha avuto modo di frequentare il Liceo Artistico o Istituti attenenti l’Arte, e non ultima anche l’Accademia di Belle Arti, ha ricevuto e dà quel quid in più. La scuola serve, però non per questo un autodidatta non può esprimere la propria Arte liberamente.
Gianfreda, soffermiamoci sul colore che predomina la sua produzione: l’azzurro.
A Grottaglie, dove ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo dell’arte, siamo nell’entourage tra Brindisi e il Salento, quella zona, con le città di Ostuni, Cisternino, Ceglie, anche la stessa Grottaglie, hanno impresso durante l’infanzia trascorsa in questi ambienti i colori di quei luoghi. L’azzurro mediterraneo è un classico, noi non abbiamo montagne, non abbiamo il verde degli ambienti di montagna. Noi abbiamo il bianco e l’azzurro. Il bianco delle case e l’azzurro del mare. Ecco perché mi porto via questo bianco e questo blu, sono i colori degli ambienti in cui sono cresciuto. Però è anche vero che, circa dodici anni fa, iniziai a trasformare Molfetta in bianco e blu, anche se non è così, e vidi che le cose comunque funzionavano.
A quando risale l’ultima sua mostra, collettiva o personale? 
Io ho fatto in passato sia le personali che le collettive. Lei sa benissimo che il Covid ha penalizzato soprattutto tutte le attività artistiche in generale. Prima della pandemia ho avuto il piacere e l’onore di fare collettive e personali che hanno avuto enorme successo.
Parliamo della tecnica. Lei dipinge solo su tela?
Ho iniziato con la tecnica dell’olio, soltanto che a un certo punto non riscontravo le mie aspettative e sono passato alla tempera acrilica. È un genere di pittura facilmente da lavorare, ma difficilmente poterla lavorare per tutti i dodici mesi dell’anno. Si lavora con la tempera acrilica in autunno, inverno e inizio primavera, perché le temperature sono basse e la tempera mi consente di lavorare bene.
Ci può dare qualche elemento in più sulla copertina di questo mese?
Il dipinto è stato ispirato da una passeggiata lungo la nostra costa. Sono rimasto affascinato da questa desolante visione del posto, ma nello stesso tempo abbagliato dai colori, e l’ho realizzata trasportando sulla tela ciò che in quel momento avevo visto.

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