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Quattro anni fa la scomparsa di Don Francesco Gadaleta

"Don Francesco come San Giovanni Maria Vianney", editoriale del numero di Febbraio 2022

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E così il tempo ha fatto il suo giro attorno alla cara esistenza terrena di don Francesco Gadaleta. Un giro abbastanza lungo, ci verrebbe da dire, considerando quella che è stata la sua età: oltre novantasei anni! Ma questo aspetto, tuttavia, non può e non deve rappresentare una banale giustificazione a una facile rassegnazione per la sua perdita, perché «un sacerdote non muore mai vecchio». Straordinariamente bella e vera questa affermazione, un sacerdote non muore mai vecchio, e non poteva che pervenirci ancora una volta e come sempre dal Venerabile don Tonino Bello. Perché mentre oggi la Chiesa locale si adopera accademicamente (probabilmente la cosa che più le riesce meglio) per cucirgli addosso la nuova etichetta che “la fabbrica dei santi” ha fatto pervenire tramite il Cardinale Semeraro, il Vescovo salentino continua a dispensarci la sua parola ancora rigogliosa per ogni fotogramma della nostra vita comunitaria.
Ed è vero, don Francesco Gadaleta non è morto vecchio, perché fino all’ultimo giorno è stato capace di uniformarsi al cuore sacerdotale del “suo” Maestro, divenendo come Lui un mediatore tra Dio e gli uomini, anzi, andando anche oltre, facendosi un mediatore tra uomini e uomini. La sua grande umiltà, la sua disarmante semplicità e la sua incondizionata generosità non devono trarci in inganno. Tanti sono stati i benefici spirituali scaturiti dal suo fervente apostolato. Lo affermava Pio XI: «I sacerdoti di vita modesta i quali, secondo la dottrina evangelica, non cercano in nessuna maniera i propri interessi, apportano mirabili benefici al popolo cristiano». Quanti benefici don Francesco ha procurato in questa nostra comunità cittadina, civile e religiosa! No, non vogliamo cadere nel tranello del classico quanto scontato luogo comune, se consideriamo l’ultima “sfornata” di presbiteri sempre più preparati nel predicare il Vangelo ma sempre meno conformi alle proprie prediche. Ma oggi emerge sempre di più quell’esigenza che perfino Giovanni XXIII aveva intuito oltre settant’anni fa: «Oggi i cristiani ferventi attendono molto dal sacerdote. Essi vogliono vedere in lui – in un mondo dove trionfano il potere del denaro, la seduzione dei sensi, il prestigio della tecnica – un testimonio del Dio invisibile, un uomo di fede, dimentico di se stesso e pieno di carità». Pieno di carità, appunto, questa è la cifra che ha connotato il nostro carissimo sacerdote e concittadino Francesco Gadaleta.
Quando abbiamo appreso la notizia della sua nascita al Cielo, forse già un po’ preparati – in seguito al suo malore che non lasciava alcuna speranza di ripresa – il primo pensiero denso di commozione è stato rivolto a lui come perfetto imitatore di San Giovanni Maria Vianney, comunemente noto come il Santo Curato d’Ars. Un santo forse che diversi giovani e meno giovani preti dovrebbero un po’ rispolverare nello studio e nella imitazione, e non soltanto sfiorarlo nella “filastrocca” della preghiera liturgica. Non a caso Pio XI lo nominò patrono mondiale dei parroci, mentre Giovanni XXIII, il papa buono, appena salito al soglio pontificio gli dedicò l’Enciclica Sacerdotii Nostri Primordia per «porre in rilievo alcuni aspetti della vita sacerdotale che in tutti i tempi sono essenziali, ma acquistano tanta importanza ai nostri giorni».
Come San Giovanni Maria Vianney, dunque, il nostro don Francesco non ha fatto il prete, ma è stato sacerdote a tempo pieno immerso soprattutto nella preghiera. Abbiamo tutti il ricordo di lui con il breviario tra le mani o genuflesso davanti al tabernacolo, in qualsiasi ora della giornata. In quei momenti era pienamente consapevole che soltanto santificando se stesso avrebbe potuto santificare il suo popolo. E proprio attraverso la preghiera, e con la preghiera anche il sacrificio eucaristico, don Francesco attingeva a piene mani quella “felicità” che era poi in grado di trasferire nelle sue relazioni con i giovani, gli adulti, le famiglie e, soprattutto, con gli ammalati.
Come San Giovanni Maria Vianney, don Francesco è stato un modello di zelo apostolico. In lui si sono manifestate le capacità di essere testimone dell’amore di Dio; di vivere responsabilmente il proprio ministero; di dedicarsi all’annuncio e alla catechesi; di essere dispensatore del perdono sacramentale. Ha accolto con responsabilità assoluta e ha testimoniato con coerenza e credibilità anche il messaggio che Giovanni Paolo II, nell’Esortazione Apostolica Pastore Dabo Vobis, ha rivolto al popolo sacerdotale: «La vostra opera nella Chiesa è veramente necessaria e insostituibile. Voi sostenete il peso del ministero sacerdotale e avete il contatto quotidiano con i fedeli. Voi siete i ministri dell’Eucaristia, i dispensatori della misericordia divina nel Sacramento della Penitenza, i consolatori delle anime, le guide dei fedeli tutti nelle tempestose difficoltà della vita». Quante tempeste don Francesco ha calmato nella vita delle famiglie, quanti nodi ha sciolto e quanta consolazione ha portato! Quanta dedizione ai giovani, quanto impegno per garantire loro un’esperienza integrale e coinvolgente di vita cristiana ed ecclesiale!
Come San Giovanni Maria Vianney, infine, la castità brillava nel suo sguardo. Don Francesco ha amato tutti incondizionatamente, e lo ha potuto fare perché, come sosteneva il Curato d’Ars, «quando il cuore è puro non può fare a meno di amare, poiché ha ritrovato la sorgente dell’amore che è Dio».
Ma ci è servito ascoltare – finalmente dopo tantissimo tempo – una bellissima omelia che Mons. Felice di Molfetta ha proclamato durante le esequie di don Francesco, e che proponiamo nelle pagine successive, per apprezzare ancora di più il carisma sacerdotale di Mons. Francesco Gadaleta. Ecco, ci sono stati dei momenti anche struggenti, quando lo stesso Vescovo don Felice con la voce rotta dall’emozione ha cercato di soffocare un pianto sincero, intriso di vera commozione. È edificante spiritualmente vedere un Vescovo piangere per la dipartita di un suo confratello, oggi che purtroppo assistiamo a facili e inefficaci “sorrisi” di fronte a una realtà diocesana non completamente degna della sua storia e della sua tradizione. A noi è bastato anche quest’aspetto, umano, se vogliamo definirlo in questo modo, per comprendere ancora di più il “vuoto” che don Francesco lascia in questa città e, soprattutto, in questa comunità presbiterale e religiosa.
Forse anche questo editoriale ha assunto i toni di una predica, e noi ne siamo fieri, perché abbiamo il pretesto di terminare con le parole che don Francesco amava pronunciare all’inizio e al termine delle sue omelie, e che già da oggi iniziano a mancarci
“Sia lodato Gesù Cristo”.

Sergio Magarelli, Don Francesco come San Giovanni Maria Vianney, L’altra Molfetta, Anno XXXVIII, n. 2, febbraio 2022, pagg. 10-12.
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