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Pietro e il canto del gallo

In poche parole: una sconfitta che sa di profezia

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Nel Vangelo c’è una scena in cui Pietro il pescatore, l’uomo delle certezze granitiche, colui che aveva giurato fedeltà eterna al suo Signore, nega per ben tre volte di conoscerlo. E il gallo canta. Molfetta, dopo il ballottaggio, ha il suo gallo che canta anche stavolta.
Pietro Mastropasqua (e già il nome in questa storia ha la curiosità di una coincidenza) è un politico di razza. Chi lo conosce sa che non stiamo parlando di un dilettante allo sbaraglio perché conosce le dinamiche del potere locale, sa tessere relazioni, sa dialogare e rispettare tutti. È una persona perbene, capace e preparata, e questo giornale lo ha sempre riconosciuto senza difficoltà. La sconfitta di oggi, dunque, non è la sconfitta di un uomo mediocre. È, semmai, qualcosa di più drammatico, è la caduta di un politico molto capace ma che ha sbagliato strada. E, purtroppo, ha sbagliato strada diverse volte.
Pietro è stato, per molti anni, il protagonista assoluto dell’opposizione all’amministrazione di Tommaso Minervini. Non è stato una comparsa o una figura di contorno, ma il fulcro, l’architrave, l’uomo che con tenacia ha lavorato perché quella stagione politica finisse. Ed è riuscito nel suo intento perché la caduta di Tommaso Minervini porta anche la sua firma. Poi, inspiegabilmente, ha voltato le spalle a tutto questo. Ha stretto la mano a chi aveva combattuto, a chi aveva criticato, e ha costruito la sua candidatura sopra le macerie del suo stesso lavoro di opposizione. Insomma, come Pietro il pescatore nel cortile del sommo sacerdote, ha detto: “Non conosco quell’uomo”. Però, quell’uomo era se stesso.
Per anni ha espresso giudizi severi, a volte durissimi, su scelte, uomini e metodi dell’amministrazione uscente. Parole che risuonavano di verità e che la città aveva ascoltato e, in parte, condiviso. Poi, nel momento della scelta definitiva, quelle parole sono svanite. Nessuna spiegazione, nessuna rielaborazione pubblica, solo il silenzio di chi sa di non poter giustificare ciò che stava facendo. Il gallo, anche quella volta, aveva già cominciato a cantare. E forse non lo voleva sentire.
C’è, inoltre, un’area politica dalla quale Pietro Mastropasqua viene, nella quale ha radici, dalla quale ha tratto legittimità e consenso. Quella collocazione era, o almeno sembrava, una casa. La scelta di candidarsi trascinando con sé l’intero apparato dell’ultimo decennio di governo cittadino, ha rappresentato il rinnegamento di quella stessa casa, e la città lo ha letto come una contraddizione irrisolvibile.
Infine, quando i numeri del primo turno hanno espresso con chiarezza che la vittoria al ballottaggio non sarebbe arrivata per acclamazione, Pietro ha compiuto un ultimo gesto “disperato”, rinunciando persino alla consuetudine di una giunta politica. Gli assessori non sarebbero stati i “big” che si era portato dietro dall’era Tommaso Minervini, quei fedelissimi che avevano costruito con lui la coalizione e che ne attendevano il naturale insediamento. Al loro posto, invece, ha presentato alla città tecnici e professionisti. Una scelta che tradisce, più di qualsiasi dichiarazione, la consapevolezza intima del fallimento, perché non si costruisce una giunta tecnica soltanto quando si sa, o si teme, di non avere più il tempo né il mandato per farlo. Così, nel tentativo di rimontare in extremis, ha “rinnegato” anche chi lo aveva sostenuto. Ha rinnegato la coalizione dall’interno prima ancora che la città potesse farlo dall’esterno.
Il mio giornale ha criticato queste sue scelte sbagliate con fermezza. Non per malevolenza verso Pietro, ma per rispetto verso i lettori e verso la stessa politica. Siamo stati quella voce mattutina, quel canto puntuale e scomodo che nessuno vuole sentire all’alba, ma che dice la verità. Resta però una domanda che l’esito del ballottaggio non risponde, anzi rende più acuta: cosa ha spinto davvero Pietro Mastropasqua verso questa scelta? Purtroppo Pietro si è lasciato sedurre dai numeri di una coalizione che, sulla carta, sembrava imbattibile. Ha visto la possibilità concreta di diventare sindaco e ha deciso che quella occasione valeva qualsiasi compromesso. È umano, è perfino comprensibile. Ma non ha fatto i conti con qualcosa di più difficile da misurare nei sondaggi, ossia la volontà della città di non ricominciare da capo con gli stessi protagonisti dell’ultimo decennio.
Aleggia poi, come un’ombra che nessuno ha ancora saputo dissiparmi del tutto, un’ipotesi più oscura e anche un po’ assurda: e se alcuni degli ex amministratori minerviniani abbiano scelto di appoggiarsi a lui, il loro antico avversario, per neutralizzarlo? O per farne il volto di una sconfitta annunciata? Una vendetta sottile, per dirla in breve, quasi da harakiri se così fosse. Forse non è questa la lettura più probabile, ma la domanda esiste e merita di stare in piedi. Quel che è certo, è che la strategia di nascondere gli ex amministratori sotto l’ombra protettiva di una candidatura nuova non ha funzionato. La città li ha riconosciuti lo stesso. Tutti, a uno a uno.
Cosa rimane adesso? Rimane una carriera politica che dovrà fare i conti con questa disfatta. Rimane, anche, un assist prezioso al nuovo sindaco Manuel Minervini, anche se quest’ultimo dovrà dimostrare, e presto, che la sua è una coalizione capace di governare e non solo di vincere. Ma sullo sfondo rimane il gallo, e che oggi ha cantato come cantò quella notte nel cortile di Gerusalemme. Pietro Mastropasqua ha rinnegato se stesso, e oggi lo sa più di ieri. E noi, con lui, aspettiamo di vedere cosa farà di questa verità.

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