Sono passati dieci anni e la memoria di Guglielmo Minervini è anche per me racchiusa in due parole: politica generativa.
Essa non è la testimonianza dei suoi ultimi anni, ma il suo canto fermo sin dalla gioventù. È anche una parte della nostra frequentazione, da trentadue anni fa quando diventò sindaco, anzi da quarant’anni fa quando abbiamo, tra l’altro, riflettuto insieme su due libri divenuti fondamentali per noi, il suo di Bateson, il mio di Bonhoeffer.
È la politica come laboratorio di futuro, dito puntato su un sogno realizzabile. Nel 1997 diceva: “la sfida del futuro dipenderà in gran parte da noi. Da come sapremo giocarcela… Non appare credibile una rigenerazione della politica che non abbia più il coraggio di affermare dinanzi al saldo di cassa che per vivere occorre un sogno migliore…Eccolo il senso autentico della politica. Un gesto delicatissimo e sofferto di amore per la città. Il più alto… I nuovi laboratori di futuro saranno le antiche piazze, moderne agorà della partecipazione collettiva. Lì, ascoltando i palpiti profondi, nuove levatrici devono aiutare a partorire il nuovo senso sociale, questo nuovo progetto di città. Lì la comunità deve nuovamente imparare a pensare sé stessa”. Una canzone si cantava insieme, Guglielmo, la piazza e l’amico/profeta suo e di tutti, colui che da vescovo è stato il liquido amniotico della rinascita della comunità civile e religiosa in quegli anni: “Seconda stella a destra, questo è il cammino. E poi dritto fino al mattino. Poi la strada la trovi da te. Porta all’isola che non c’è. E ti prendono in giro se continui a cercarla. Ma non darti per vinto …”.
Questo futuro, sin dalla gestazione del Percorso (movimento politico del 1993/94 che innovò la politica molfettese), era pensato da Guglielmo come un noi proteso all’innovazione. Per questo considerava “la città come un campo di forze che si contendono lo spazio fino a raggiungere un equilibrio… Il sindaco è un comunicatore. Meglio un facilitatore della comunicazione tra gruppi e le persone”. Generativa era l’agorà, la mente collettiva di tante dita orientate all’anticipazione possibile, non il prodotto di un apparato centrato sulla ottimizzazione del presente. Tale generatività collettiva Guglielmo la ricavava dalla sua esperienza di scout nella organizzazione e cooperazione dei gruppi, dalla sua formazione culturale e dalla sua spinta vitale che lo portava a esplorare l’inedito. Ammiravo la sua grande curiosità e il suo sapere a più dimensioni che lo rese fondatore di una casa editrice, la meridiana, centrata sui processi di formazione e innovazione. Il libro che mi regalò (G. Bateson, Verso una ecologia della mente) riguardava l’ecologia non degli alberi o degli animali, ma della mente non isolata ma circolare, che vive di reti, di relazioni, scambi e differenze, e che, purtroppo, può coltivare idee tossiche come l’arroganza, il dominio e la rigidità del controllo, le quali, tuttavia, distruggono i sistemi complessi. Questa concezione diventa la struttura operativa di Guglielmo che, prima del Percorso, aveva curato la redazione di un libro dedicato a un famoso progetto di difesa popolare mediante il coinvolgimento della popolazione civile nella resistenza ad aggressioni o a un colpo di stato in modo non violento e senza armi. Per questo è attualissimo quanto allora scriveva: “C’è un’insopportabile retorica sulla sicurezza in questi tempi. In realtà è solo paura che così avanti non si può andare e la chiamiamo insicurezza… Ecco come nell’esperienza di governo di una città si può maturare una cultura di pace: aiutando la comunità a volgere lo sguardo senza paura verso il futuro. A provare fiducia, o meglio gusto per la sua costruzione”.
Qui nasce la sua repulsione del potere del singolo come veleno che distrugge ogni ecosistema, anche quello civico. Di qui viene fuori il suo conflitto culturale con Emiliano che egli giustamente vedeva occupato nell’accrescimento del potere, senza enunciazione di programma e fecondazione di proposte come, invece, stava a cuore a Guglielmo. E pure qui risiedono le giustificazioni della sua tenacia contro i ricatti e le intimidazioni, a partire dai manifesti e dalle minacce di azioni in sede giudiziaria che ricevemmo da chi governava Molfetta nell’autunno del 1993 per tacitarci.
Inoltre, già negli anni giovanili emerge il suo prendersi cura del potenziale di sviluppo delle persone e degli ambienti. Tale suo sentimento di protezione l’ho vissuto pienamente quando mi chiamò per organizzare il Percorso. Non si fermava alla constatazione dell’impoverito, dello sfruttato da una economia predatoria, dell’offeso mantenuto in una condizione di oppressione, dell’analfabeta come manodopera per la malavita. Con tenacia etica considerava le periferie – da quelle umane, urbane e planetarie – non come zone destinate alla vergogna e al disprezzo, ma campi di progresso realizzabile, “non il rischio ma la risorsa”. Pensate un poco all’abbandonato centro antico di Molfetta quarant’anni fa. Allora, proprio lì e alla sequela di don Milani, ci siamo incontrati e abbiamo iniziato a collaborare. Egli da obiettore di coscienza si occupava dei ragazzi emarginati, mentre io dirigevo le scuole che facevano fatica a interagire con loro. Lì da sindaco fece nascere il primo laboratorio civico di ricreazione e aiuto ai ragazzi e mise in cantiere la rigenerazione di quel centro non solo con il restauro edilizio ma anche con il ripristino delle condizioni di vivibilità e sicurezza. È con questa prospettiva fecondativa che elaborò pure “Molfetta corsara” e poi creò “Bollenti spiriti”.
Tale atteggiamento di cura gli faceva sopportare le amarezze per le derive e le regressioni personali e collettive. Non posso dimenticare il suo tormento quando dovemmo chiudere improvvisamente una scuola e provvedere all’incolumità dei ragazzi e al reperimento di una nuova struttura. Molte notti sono state insonni per lui per proteggere non sé stesso ma la città. Credo che giustamente la sua famiglia ne coltivi il ricordo con legittimo orgoglio per la sua pregnanza educativa. Non riesco tuttora a capire come facesse, con tutto quel male che lo divorava, a preoccuparsi con passione della fine dell’amministrazione Natalicchio, perché non accettava che non ci fossero vie di uscita diverse dalla consegna della città al malgoverno. Mi sovviene solo una frase del libro oggetto delle primissime nostre conversazioni: “L’estremo interrogativo da uomo responsabile non è: come ne vengo fuori con eroismo, bensì: come deve continuare a vivere una generazione futura. Soltanto da questo interrogativo responsabile di fronte alla storia possono nascere soluzioni fruttuose, anche se provvisoriamente molto demoralizzanti” (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa).
Ciò che ho scritto è costituito da frammenti che conservo con gratitudine nella memoria. Mi confermano che Guglielmo resta veramente una provocazione potente per l’oggi e il futuro, certamente non un lascito da utilizzare a mo’ di piedistallo o spendere sul piatto del potere.


























