A poche ore di distanza dal comunicato con cui i consiglieri di centrodestra, Adamo Logrieco e Mariangela Azzollini, denunciavano la bocciatura del loro emendamento sulle nomine nelle partecipate, la coalizione di maggioranza che sostiene il Sindaco Manuel Minervini ha diffuso una nota a firma congiunta di Partito della Rifondazione Comunista, Rinascere, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Spazio Riformista, Più di Così, Demos e AVS.
Il comunicato rivendica come un “netto cambio di paradigma” la delibera approvata giovedì scorso sugli indirizzi per la nomina dei rappresentanti del Comune presso ASM, Multiservizi, MTM e gli altri enti partecipati. Per la prima volta, si legge nella nota, viene introdotto un requisito “non negoziabile”. Ossia, che i rappresentanti siano scelti secondo criteri di professionalità e competenza adeguati alla funzione, comprovati mediante apposita documentazione. Una scelta che la maggioranza colloca in continuità con il Testo Unico sulle società a partecipazione pubblica, e in discontinuità con le amministrazioni precedenti (tanto quelle di centrodestra guidate dal senatore Antonio Azzollini quanto quelle civiche di Tommaso Minervini) accusate di aver distribuito gli incarichi sulla base del consenso elettorale più che della competenza.
È qui che il comunicato della coalizione finisce per intrecciarsi, in modo non proprio favorevole, con quello diffuso in mattinata dall’opposizione. Perché il requisito che la maggioranza descrive come conquista storica, competenza comprovata e documentata, adeguata all’incarico, è, nella sostanza, lo stesso che l’emendamento Logrieco-Azzollini chiedeva di rafforzare esplicitamente nella delibera, e che la stessa maggioranza ha respinto in aula nella medesima seduta del 9 luglio.
Resta da capire, dunque, quale delle due versioni raccontate in giornata rifletta più fedelmente ciò che è accaduto in Consiglio: se la delibera approvata contenga già , come sostiene la coalizione, un requisito di competenza non negoziabile, o se, come sostiene l’opposizione, proprio il rafforzamento di quel requisito sia stato l’oggetto della bocciatura. Una domanda a cui, verosimilmente, daranno risposta i fatti con i nomi che la maggioranza sceglierà per guidare gli enti partecipati, e la coerenza di quelle scelte con i criteri che oggi rivendica come propri.
A ben guardare, però, l’apparente contraddizione potrebbe sciogliersi in un dettaglio tutt’altro che marginale. La richiesta dell’opposizione, infatti, non si limitava a un generico richiamo alla competenza. Chiedeva che i rappresentanti fossero scelti tra persone con una comprovata esperienza tecnica, giuridica o amministrativa, una formula che circoscrive puntualmente la natura dei requisiti richiesti. Nel testo approvato dalla maggioranza, quella stessa specificazione non compare: si parla di “professionalità e competenza adeguati alla funzione”, una dicitura più ampia e, di fatto, meno vincolante. È forse proprio in questo scarto lessicale, più che in una contraddizione tra i due comunicati, che si annida la reale posta in gioco: non se la competenza debba contare, ma quanto stringente debba essere il criterio per misurarla.



























