Il numero degli Open Shop 24 a Molfetta ha oramai raggiunto livelli intollerabili. Negli ultimi anni la diffusione degli Open Shop 24 e cioè piccoli negozi aperti giorno e notte, spesso automatizzati, senza personale, ha modificato profondamente il tessuto commerciale e sociale di molte città. Presentati come il simbolo della modernità, efficienza e comodità, questi esercizi aperti giorno e notte sarebbero la risposta alle esigenze della vita contemporanea. In verità, dietro l’apparente praticità del servizio continuo, emerge un modello commerciale che produce effetti negativi sul piano urbano, sociale ed economico. Passeggiare la sera per i centri urbani o i quartieri periferici offre sempre più spesso lo stesso panorama: una vetrina illuminata a giorno da luci al neon fredde, una fila di distributori automatici blindati e il ronzio costante dei frigoriferi. Ma a quale prezzo? Dietro lo specchietto per le allodole dell’efficienza e della reperibilità costante, si nascondono tanti interrogativi e problemi. Il nodo vero non è la comodità in sé, ma l’assenza di misura: quando un modello si moltiplica senza regole, la convenienza di pochi diventa un costo quotidiano per tutti.
La prima osservazione si appunta sulla depersonalizzazione del consumo. Il commercio non è mai stato solo uno scambio di denaro in cambio di merci; è sempre stato un presidio sociale. Il negoziante di quartiere scambia due chiacchiere, conosce i clienti, nota se un anziano è in difficoltà, funge da punto di riferimento e da “occhio” sulla strada. I benefici che ne riceve la collettività sono di grande valore sociale. Difficile però stare a galla e competere con attività di vendita che puntano tutto sui prezzi esageratamente contenuti e sul consumo impulsivo. La scomparsa del commercio di prossimità, oltre a renderci più poveri umanamente, comporta anche la desertificazione dei quartieri che non possono più godere dei benefici che offrono indirettamente le attività commerciali aperte. Sostituire tutto questo con un braccio meccanico che fa cadere una lattina in una fessura, significa scegliere l’isolamento. Gli Open Shop 24 cancellando l’elemento umano, trasformano l’atto dell’acquisto in un’interazione sterile con uno schermo touch. Il risultato è presto detto: il rapporto umano sparisce e conta solo vendere rapidamente e a buon prezzo, a qualsiasi ora. Per salvare l’identità delle nostre città, è necessario porre un limite a questa deriva, tornando a scommettere sulle persone e sul valore insostituibile del contatto umano. Un quartiere non vive di sole luci accese: vive di presenze, di relazioni, di responsabilità. Per questo la chiusura di una piccola bottega non è mai un fatto privato, ma una perdita collettiva.
Se i sostenitori di questi spazi lodano la luce sempre accesa come deterrente per la delinquenza, la realtà dei fatti racconta spesso una storia diversa. Privati di qualsiasi vigilanza umana attiva, molti di questi negozi h24 si trasformano, nelle ore notturne, in zone franche. La sicurezza non si costruisce con una vetrina illuminata, ma con luoghi presidiati, riconoscibili e responsabili.
Il primo problema riguarda il degrado urbano, nel senso che i negozi aperti 24 ore attirano inevitabilmente rumore notturno, gruppi di persone davanti agli ingressi, consumo di alcol in strada e disturbo della quiete pubblica. I residenti di molte zone lamentano schiamazzi fino a tarda notte, sporcizia e un peggioramento generale della qualità della vita. Qui non si tratta di impedire a qualcuno di comprare qualcosa fuori orario; si tratta di stabilire che il diritto al riposo dei residenti e il decoro delle strade non possono essere sacrificati all’incasso notturno.
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