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Tradizioni

“O fiore di grazia gentile”

L’antico inno popolare declamato e commentato

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A parlare di Maria non è mai abbastanza. Lo dimostra il fatto che alla Vergine Santa sono state riservate le più alte preghiere, riflessioni, meditazioni, poesie e musiche. Noi molfettesi alla Madonna dei Martiri, nostra Compatrona, abbiamo dedicato il bellissimo inno che caratterizza ogni celebrazione in onore di lei, dal titolo: “O fiore di grazia gentile”. Questo particolare titolo dice tutto l’immenso affetto che le riserviamo, ovunque ci troviamo.
L’inno si compone di nove strofe e di un ritornello, scritte da Padre Marcello Morelli da Matera e musicate dal Maestro Giuseppe Peruzzi di Molfetta. Le strofe innologiche furono inserite nella novena composta da Padre Bernardino Laricchia da Capurso e il tutto fu approvato il 3 febbraio 1914 da Mons. Pasquale Picone (1818-1921). Stilisticamente le nove sestine sono a rima baciata tra secondo e terzo verso e a rima alternata tra quarto e sesto verso, mentre il ritornello è a metrica libera.
Dal punto di vista musicale, la Dott.ssa Anna Nuovo, esperta in canti mariani e religiosi, ci fa sapere che «le melodie dell’inno “O fiore di grazia gentile” erano, sin dai primi anni del Novecento, due: una veniva cantata durante il novenario, intercalata tra le preghiere di invocazione alla Vergine dei Martiri; l’altra veniva invece utilizzata come inno finale dello stesso novenario e come inno ufficiale della festa. Esaminando l’armonia e il testo, si nota che le stesse due melodie sono state composte in tempo binario (4/4), in tonalità di Sol maggiore, con andamento solenne e, a tratti, quasi struggevole, supplice. Infatti, nelle prime due battute della strofa, viene usata una melodia più dolce, quasi affettuosa (O fiore di grazia gentile); il seguito (in mezzo alla fiera procella) invece è solenne, come per affermare che la Vergine dei Martiri non è solo la Madre Celeste, ma Patrona di tutto il popolo di Molfetta. Continua così fino alle prime due battute del ritornello (Al supplicante popolo); ma nelle successive battute la melodia assume un carattere più accorato e supplicante fino a manifestare, nella parte finale, l’“Ave Maria” come coronamento lirico di tutta la composizione, proprio per affermare la devozione filiale di ogni fedele».
Nel 1996 fu realizzata, a cura del Prof. Mauro Spagnoletti (trascrittore di spartiti per banda), la prima strumentazione per banda dell’inno nella tonalità di Mib maggiore. Questa prima edizione era però priva di un’introduzione per cui nel 2000 fu rielaborata con un pezzo iniziale. Ma per il repentino passaggio dal tempo 4/4 ai 3/4 del ritornello finale, l’esecuzione per banda, di inconfondibile stile Peruzziano, fu abbandonata. Di seguito riporto le nove strofe, commentate:

O fiore di Grazia Gentile,/Signora dei Martiri bella,/Di mezzo alla fiera procella/Del mar che s’infrange ai tuoi pie’,/Nei giorni a Te sacri i tuoi figli/Soavi si prostrano a Te. (Ritornello)

I nostri avi si rivolgevano alla Regina dei Martiri chiamandola “Fiore di Grazia Gentile”. Avevano scelto ciò che la terra ci dona di bello per spiegare in qualche modo la sua bellezza. Se è una rosa, è lei. Se è un giglio, è lei. Qualunque altro fiore? È lei, “Fiore di grazia gentile”! È “Signora dei martiri” perché intimamente associata alla Passione redentrice del Figlio suo Gesù e dei Martiri di tutti i tempi; “bella” al pari del sole, come recita un canto mariano. Di fronte a lei “i modelli disegnati da Valentino sembrano ciarpame e le creazioni di Giorgio Armani scampoli da rigattieri” (don Tonino Bello). Anche quando è in corso (=di mezzo) una violenta tempesta (=fiera procella) del mare che s’infrange ai piedi del tuo Santuario i tuoi devoti, nei giorni a te sacri (11 maggio, sette sabati solenni, novena, 8 settembre), corrono al tuo Tempio per pregarti e amarti soavemente (=soavi si prostrano ate) come nostra protettrice e Madre di ogni consolazione.

Dai lidi onde nasce l’aurora,/Urgendo una triste bufera,/A questa fiorente riviera,/Quale ansia d’amor ti menò?/Amore di Madre a Molfetta,/O Vergine, amor ti porto’… (Ritornello)

In alcune fonti storiche si racconta che nell’anno 1188 l’icona della Madonna dei Martiri sia giunta a Molfetta portata dai crociati di ritorno dalla Terra Santa (dai lidi onde nasce l’aurora), dopo averla “tolta dalle mani dei barbari maomettani”. Era tradizione infatti portare con sé di ritorno dalla Palestina un ricordo come quadri, crocifissi, frammenti di reliquie, che spesso venivano donati (perché si era alla ricerca di assistenza o ricovero) ai benefattori o custodi delle varie “stazioni” presenti sul territorio, ed una di queste “stazioni” dove i crociati sostavano, si trovava nella nostra città: l’ospedale dei crociati. Stando invece alla tradizione molfettese propriamente popolare, l’icona sarebbe giunta proprio dal mare. Si narra, infatti, che un gruppo di pescatori molfettesi intenti a tirare le reti in barca, insieme al pescato trovarono l’icona della Vergine. Decisero di portarla nella chiesa dei martiri edificata qualche decennio prima nei pressi del mare di Molfetta, ma si imbatterono in una flotta di saraceni che trafugarono l’icona portandola con loro in Oriente. Durante quel viaggio, però, il mare inspiegabilmente tempestoso (urgendo una triste bufera) travolse l’imbarcazione pirata e l’icona, considerata ormai perduta, fu ripescata dopo alcuni giorni dai marinai che riuscirono così a condurla su “questa fiorente riviera”, cioè su questo florido territorio costiero. Maria scelse di rimanere a Molfetta per vegliare sui suoi abitanti (amore di Madre a Molfetta, o Vergine amor ti portò).

Amore, o gentil!… chè tuoi figli/Siam noi. Per noi dare alla vita,/Sul Golgota, o Madre impietrita/Pervasa d’intenso dolor,/Un giorno all’Eterno tuo Cristo,/Offriva il materno cor. (Ritornello)

L’Amore, o prediletta (gentil), che tu manifesti alla nostra città, grazie alle incessanti preghiere che i devoti ti rivolgono nel tuo Santuario viene riconosciuto da noi, tuoi figli. Infatti per noi hai dato al mondo secondo il volere del Padre, il Cristo, tuo figlio, e il tuo materno cuore fu pervaso di intenso dolore quando sul Golgota, “o Madre impietrita”, accompagnavi tuo Figlio al sacrificio finale della Croce, per la salvezza e la redenzione del genere umano.

Perché sui tuoi figli che tanto/Ti costano, oVergine, un giorno,/Urlando implacabili intorno/La morte e lospasimo, Tu/Nel tempio a Te caro mostrasti/Del santo tuo cor la virtù. (Ritornello)

I tuoi figli, o Vergine, che tanto costano al tuo cuore per le miserie umane, un giorno ti supplicarono (urlando implacabili) nel momento della morte e del dolore (lo spasimo), e tu nel Tempio a te caro mostrasti la tua protezione (del santo tuo cor la virtù). La strofa fa riferimento al terremoto dell’11 maggio 1560 (ore 4.40) allorquando gli abitanti di Molfetta, in preda alla paura e allo spasimo, supplicarono la Vergine dei Martiri affinché risparmiasse la città di Molfetta dall’immane tragedia che colpì le città viciniori, tra cui Bisceglie e Barletta. Il Vescovo Nicolò Maiorani promise che ogni anno, l’11 maggio, il popolo si sarebbe recato al Santuario per ringraziare la Madonna.

E un giorno ricordati! intatta/Nell’ampiavampanteruina/L’effigietuabella, o Divina,/Miracol di cielo apparì,/Sgomento alla barbara torma/Che pallida e franta fuggì. (Ritornello) O gloria, e la barbara schiera/Fuggente sull’avida nave/Non forse a un tuo cenno, o Soave,/Nel placido porto fermò:/Ponendoti ai piedi il tesoro/Che al tempio a te sacro predò? (Ritornello)

L’inno continua facendo riferimento ad un miracolo avvenuto nel 1485 quando i turchi misero fuoco alla cappella della Madonna, con l’infame desiderio di distruggere la sua prodigiosa immagine. Ma la “barbaratorma” rimase confusa e disorientata (pallida e franta), giacché le fiamme che avevano distrutto tutto (ampia vampante ruina), lasciarono indenne l’immagine di Maria. Allora i turchi, la “barbaraschiera”, delusi nel loro infame disegno, cercarono di impossessarsi dei vasi sacri consacrati al servizio divino. I sacrileghi, con il loro ricco bottino, presero il largo ma la Vergine dei Martiri (qui appellata con due aggettivi: Divinae Soave), abbassando il livello del mare “nel placido porto”, non permise che la bramosa barca, “l’avida nave”, si allontanasse dalla riva se prima i predoni non avessero restituito alla Cappella tutti gli oggetti trafugati (il tesoro che al Tempio a te sacro predò). Si noti l’imperativo iniziale: “E un giorno ricordati!”, cioè nei giorni futuri questi ricordi torneranno graditi alla memoria. Il miracolo è da mettere in relazione con quanto si afferma nella concessione d’indulgenza compiuta da Innocenzo VIII nel 1485.

Signora, i tuoi liberi figli/Ti cantano gloria… Incalzanti/Sui padri che dormono, e ansanti/I Franchi ecco irrompono già…/Ma schiari tu, oVergine, i cieli/E salva è la nostra Città. (Ritornello)

La strofa fa riferimento ad un altro miracolo avvenuto nel 1530, al tempo di Luigi XII. La città di Molfetta stava per cadere nelle mani dell’esercito francese (i franchi irrompono già) in un assalto notturno guidato da Camillo Caracciolo il quale si accampò sotto le mura della città con quattrocento cavalli e un numeroso esercito. I soldati circondarono d’assedio la nostra città, colpevole di aver aiutato gli aragonesi. L’esercito nemico, alla vista della Regina dei Martiri sulle mura della città, si diede a precipitosa fuga inseguito dal popolo molfettese, svegliato e richiamato alla riscossa da San Corrado di Baviera. La città di Molfetta fu così salva e “i tuoi liberi figli ti cantano gloria”.

O Madre, in te sperano i figli/Piangenti!… A te servon le stelle:/Tu accenni e si stan le procelle/Furenti che squassano i pian./Signora dei Martiri, stendi/Su noi la tua provvida man. (Ritornello)

Ciarridi,o Regina deiSanti,/Tramezzo ai mondani perigli!/Proteggi il lavoro dei figli,/Fa’ sacro dei figli l’amor./Converti in corona di stelle/Il lungo dei figli dolor! (Ritornello) Nelle ultime due strofe i “figli piangenti” (gementi e piangenti in questa valle di lacrime, diremo nella Salve Regina) ripongono tutta la loro speranza in Maria. “O Madre… a te servon le stelle” cioè sei stella tra le stelle che brilla più di tutte su nel cielo. Le violente (furenti) tempeste del mare e della vita si placano ad un tuo cenno (Tua ccenni e si stan le procelle). Signora dei Martiri, stendi su di noi la tua mano provvidenziale (provvida), rendici coraggiosi (ciarridi) nei pericoli terreni (mondani), proteggi il lavoro dei figli, in particolare quello dei marinai. La Madonna conosce bene i sacrifici di questo lavoro: addormentarsi in un letto scomodo e claustrofobico. Sentire il vento umido che penetra nelle ossa. Avere il cuore a pezzi ogni volta che si lascia la famiglia per rivederla dopo giorni, in balìa di quel mare talvolta amico, ma altre volte traditore. Converti questa nostra vita di dolori (il lungo dei figli dolor) in corona di stelle, perché la speranza abbia il sopravvento e non abbia a collassarci un tragico shock da futuro. San Bernardo nel canto XXXIII del Paradiso si rivolge a Maria dicendo: “intra i mortali, sei di speranza, fontana vivace”, cioè Maria è come una fontana inestinguibile che versa la speranza nel cuore di quanti la cercano.

In ultimo lascio ad ognuno di noi il commento da dare al ritornello che rappresenta la nostra accorata invocazione alla Madre di Dio, la nostra Médonnë dë lë Mértër’a Méri, ufficialmente proclamata Compatrona il 1° luglio 1951 dal Cardinale Federico Tedeschini, sotto il pontificato di Pio XII. L’Eminente Porporato provvide, nello stesso giorno, ad incoronare l’icona bizantina con due corone di oro disegnate dallo scultore Giulio Cozzoli, poi trafugate e rifatte.

Al supplicante popolo/Sorridi dolce e pia/Volgi lo sguardo, o Vergine,/A nostr’anime afflitte… Ave Maria!

È un canto dolcissimo che rievoca i segni della predilezione della Madre Celeste per i figli di Molfetta (Patrona melphictensium). Lei che allarga le braccia ai marinai, è pronta ad ascoltare nella sua Basilica le preghiere dei malati, la disperazione di chi è senza lavoro, l’implorazione perché infonda nell’anima un po’ di coraggio in questi tempi che corrono assai difficili. C’è anche chi la prega per arrivare a fine mese. C’è pure chi la ringrazia soltanto perché ritiene di aver ricevuto già molto dalla vita. Ma la Madonna dei Martiri ascolta e custodisce gelosamente tutti i pensieri e le preghiere, senza rivelarli, pronta a rallegrarsi per le gioie e le speranze dei suoi figli, ed alleviare le tristezze e le angosce che la vita immancabilmente riserva.

Cosmo Tridente, O fiore di grazia gentile, L’altra Molfetta, Anno XXXV, n. 9, settembre 2019, pagg. 27-30.
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