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“Non possiamo voltare lo sguardo altrove, quando un amministratore, un educatore, un cittadino viene messo sotto pressione per aver fatto semplicemente il proprio dovere”

Le parole del Vicesindaco per la commemorazione del 33° anniversario dell'eccidio di Gianni Carnicella

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Ringrazio le forze dell’Ordine, il Presidente del Consiglio, gli Assessori e tutti i cittadini qui presenti per ricordare questo momento di Gianni Carnicella.
Permettetemi, prima di iniziare, di chiedere scusa a Gianni Carnicella. Chiedo scusa a Gianni Carnicella per quello che stanno scrivendo, per il messaggio che hanno lasciato qui, dove c’è stato quel tragico evento. Perché il suo sacrificio, la sua immagine, non dovrebbero essere strumento di giochi politici, di strumentalizzazioni, di bieca retorica e partitica. Lo dico con fermezza: Gianni Carnicella deve essere per tutti il faro, la luce, esempio costante, sentiero di impegno e di legalità. Scusa Gianni!
Oggi sono 33 anni. Per ben 32 anni sono stato presente in questo giorno. Quel pomeriggio del 7 luglio ero qui, subito dopo l’atto criminoso. Oggi sono onorato. Io ho l’onore di ricordare il Sindaco Gianni Carnicella. Lo farò umilmente, con un approccio istituzionale che mi viene dato dalla legge e lo farò perché Molfetta intera, l’intera comunità di Molfetta, deve onorare e ricordare il Sindaco Gianni Carnicella. Il Sindaco Gianni Carnicella non ha diviso la città. Lui ha unito nel rispetto delle posizioni di ciascuno.
E vi posso garantire: il peso di questa fascia è un peso immenso.
Siamo qui ai piedi del Sacrato della Chiesa di San Bernardino. È questo è il luogo in cui 33 anni fa il Sindaco Gianni Carnicella si accasciò, colpito a morte da colpi di fucile. Un gesto vigliacco, un atto violento, che ci ha privato di un uomo delle istituzioni, di un padre, di un cittadino che aveva fatto della responsabilità pubblica una missione. Siamo qui, come ogni anno, per ricordare, per rinnovare insieme il nostro impegno e rendere omaggio alla memoria di un uomo che non si è piegato. Ma la memoria è inutile, perché la memoria deve insegnarci. Lo facciamo oggi da rappresentanti delle istituzioni, nel rispetto del ruolo che ci è stato affidato, ma anche come semplici cittadini. Lo faremo sempre, anche in futuro, da uomini e donne libere, unite da un senso di giustizia e di responsabilità civile. Oggi sappiamo con più chiarezza e con maggiore consapevolezza che Gianni Carnicella fu ucciso perché fu lasciato solo. Solo a dire no a richieste che non potevano e non dovevano essere accolte. Un no che pagò con la vita, ma fu un no che resta impresso nella coscienza di questa comunità. E come ricordava don Tonino Bello, con parole che ci interroghiamo ancora oggi: «L’assassino non è un mostro, l’assassino è un nostro”. Sì, questa è la vera tragedia. Che chi ha sparato non è un mostro, un nostro concittadino che, come ultima miccia, ha dato fuoco alle polveri, che almeno un granello ci portiamo tutti quanti nell’anima».
Queste parole ci richiamano una riflessione collettiva e profonda. Nessuna comunità è davvero immune dalla tentazione della rassegnazione e dell’indifferenza della complicità passiva. È per questo che il dovere della memoria non può mai essere solo un rituale.
Il dovere della memoria è un impegno. Questa è la nostra attività. Un impegno verso noi stessi, ma soprattutto verso i giovani, le nuove generazioni. Perché solo conoscendo la nostra storia possiamo davvero costruire un futuro diverso. Ignorare, dimenticare, rimuovere, significa esporsi in modo pericoloso al rischio che quella storia si possa ripetere.
Carnicella fu ucciso perché mancò intorno a lui una rete capace di proteggerlo, non solo fisicamente, ma anche moralmente e politicamente. Fu lasciato solo, perché per troppo tempo si era preferito non vedere, non ascoltare, non esporsi. Eppure nessun Sindaco, nessun rappresentante delle istituzioni, nessun servitore dello Stato dovrebbe mai trovarsi da solo nel difendere la legalità. Perché la legalità, la giustizia, la trasparenza, non sono un patrimonio di tutti, sono un dovere collettivo. Sono un patto di responsabilità tra chi amministra e chi è amministrato. Ecco perché ricordare la solitudine di Gianni non significa solo commuoversi. E oggi, credetemi, sono molto emozionato e sento questo momento. Significa assumere su di noi una parte di quella responsabilità. Significa dire che oggi, come allora, non possiamo voltare lo sguardo altrove, quando un amministratore, un educatore, un cittadino viene messo sotto pressione per aver fatto semplicemente il proprio dovere. Significa affermare con forza che non può esserci solitudine per chi difende il bene comune.
Per questo siamo qui, nel rispetto delle posizioni e delle opinioni di tutti, per dire che non dimentichiamo, per dire che l’esempio di Gianni Carnicella continua a camminare con noi ogni giorno nelle scelte, difficili, nelle parole responsabili, nei gesti quotidiani di legalità e di giustizia. Noi come amministratori, voi come cittadini, voi come forze dell’ordine, sicuramente avete questo obiettivo, e lo facciamo insieme.
Grazie per la vostra partecipazione.

Trascrizione a cura di Giorgio Gadaleta

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