La sorella di Domenico Centrone ha scritto e fatto diramare un comunicato, una dichiarazione ufficiale in merito alla liberazione di suo fratello. Lo ha scritto con il cuore in tumulto, con la gioia di chi aspetta di abbracciarlo, con la gratitudine concreta di chi sa esattamente a chi deve qualcosa. E quella precisione è abbastanza evidente perché ha ringraziato Giuseppe Conte, Laura Boldrini, Alberto Losacco, Piero Benassi. Ha ringraziato il Console Filippo Colombo «che sa unire umanità e competenza», ha ringraziato il portavoce del ministro, la collaboratrice che le ha tenuto la mano nei momenti più difficili. Ha ringraziato i giornalisti che «con etica hanno evitato che cadesse il silenzio», ha ringraziato «tutto lo spettro politico, da destra a sinistra».
È un atto di memoria precisa, inconfutabile. In poche parole: chi ha contato è stato citato e chi non è stato citato, evidentemente, non ha contato. Ed è qui che emerge, silenziosa ma nitida, una contraddizione.
Poche ore prima che la famiglia Centrone diffondesse il proprio messaggio, la consigliera regionale Carmela Minuto aveva già diramato il suo comunicato. Un testo in cui raccontava di aver «seguito la vicenda dal primo giorno», di aver «personalmente accompagnato il signor Ennio», padre di Domenico, all’incontro con il Ministro degli Esteri Antonio Tajani il 16 giugno scorso. Un contributo che, stando alle sue parole, sarebbe stato tutt’altro che marginale.
Non mettiamo in discussione i fatti, d’altronde ci sono anche le foto a testimoniarli. Ma, dunque, perché la sorella di Nico, così scrupolosa, così nominativa, così attenta a non lasciare indietro nessuno, non ha trovato spazio per quel nome? Ci sono due risposte possibili.
La prima: nell’emozione travolgente di quel giorno e la gioia incontenibile, un nome è sfuggito. Può succedere, sarebbe umano.
La seconda: il ruolo della consigliera, per quanto vissuto da lei con partecipazione sincera, non è stato percepito dalla famiglia come determinante. O il comunicato, diffuso con quella tempistica, appartiene più alla logica della visibilità politica che a quella della solidarietà silenziosa.
Il fatto è che chi ha davvero fatto la differenza, in questa storia, lo si riconosce dal modo in cui la famiglia ne parla. Il Console Colombo viene descritto con parole che sembrano “scolpite”. Benassi, Losacco, Boldrini, Conte: nomi detti «in ordine sparso e senza formalità, perché loro senza formalità mi hanno trattato». È un criterio di autenticità difficile da simulare. Oltretutto, è citata la molfettese Paola Natalicchio e non Carmela Minuto.
La politica, si sa, ha i suoi tempi e i comunicati arrivano presto. È comprensibile, è persino fisiologico. Ma quando una famiglia, nel giorno più bello della propria vita, costruisce una mappa precisa della gratitudine, e in quella mappa un nome non compare, forse vale la pena fermarsi un momento e chiedersi: chi ha contato per davvero?
Tuttavia, un’ultima considerazione è doverosa. Se il contributo della Consigliera Minuto è stato davvero significativo, se quella presenza al fianco del padre di Nico, quell’incontro con il Ministro, hanno pesato nella bilancia di questa liberazione, allora il silenzio della famiglia su quel nome sarebbe una dimenticanza. E sarebbe un peccato genuino, perché chi lavora nell’ombra merita di essere ricordato anche e soprattutto nella luce. Ci auguriamo che, nei giorni che verranno, la famiglia Centrone possa colmare quel vuoto. Se vuoto c’è.
Intanto c’è Nico perché è stato liberato, il resto lo giudicheranno i fatti e il silenzio di chi conta davvero.



























