La cronaca giudiziaria degli ultimi giorni, quella relativa alle vicende amministrative finite sotto la lente d’ingrandimento della Magistratura, mi hanno riportato alla memoria il testo dell’editoriale che scrissi per il numero di ottobre 2021. Lo ripropongo perché mi appare di stravolgente attualità. Peccato che, all’epoca, il testo non fece breccia nella caparbietà del primo cittadino.
Illustrissimo Signor Sindaco,
ancora una volta preferiamo adottare lo stile epistolare per redigere il testo editoriale della nostra rivista. Lo abbiamo fatto il mese scorso rivolgendoci al “Profeta” S.E. Mons. Domenico Cornacchia, e adesso tocca a Lei, al “Re”, per così dire.
Il re e il profeta, dunque, lo ripetiamo ancora una volta secondo il pensiero del Servo di Dio don Tonino Bello: «La distinzione è chiarissima. Alle istituzioni tocca il compito di reggere, il compito dei reggitori, del re. Al vescovo tocca il compito del profeta. Come nel Vecchio Testamento dove i re e i profeti non andavano molto in sintonia, molto d’accordo, però provocavano gli uni e gli altri la crescita nella città».
Anche in questa circostanza, Signor Sindaco, noi non possiamo evitare il costante riferimento alla parola e alla testimonianza del “santo” vescovo, e questo per due ragioni. La prima: da sempre abbiamo scelto con lo studio e con lo sforzo della pratica di immergerci nella sua profezia, fino al collo, per non esserlo in “altro” come altri. E perciò la testimonianza del Servo di Dio è per noi un costante parametro di valutazione, oltre che dell’esperienza personale anche delle parole e dei fatti che ipocritamente in suo nome si sprecano in città. La seconda ragione: in questi quattro anni di amministrazione e soprattutto durante le celebrazioni commemorative del vescovo “santo”, proprio Lei ha spesso e volentieri sfoderato la sua spada da “Re” facendola brillare più sotto la luce della parola del vescovo, apparsa ovviamente afona sulla sua bocca, che sotto la luce della prassi, apparsa notevolmente contraddittoria sui suoi passi e nelle sue scelte. Ma prima ancora di sottintendere il tipo di crescita che Lei ha procurato in città, riteniamo opportuno rammentare alcune delle tante circostanze che hanno caratterizzato il Suo immancabile accostamento all’esperienza episcopale di don Tonino Bello, evidenziando, di fatto, il Suo allontanamento.
Signor Sindaco, durante la visita pastorale di Papa Francesco, dopo aver donato al Pontefice una bisaccia realizzata da un artigiano molfettese, Lei ha così dichiarato: «Don Tonino ci ha ricordato che ognuno di noi, nel viaggio della vita deve portare semi buoni. Nella bisaccia di don Tonino c’era un ciottolo del fiume Giordano, un frustolo di pane azzimo, un pezzo di terra. Sono i segni del cammino valoriale di ogni cristiano. Per la città di Molfetta l’arrivo del Papa ha un significato preciso: il rimbalzo dei segni valoriali di Don Tonino». Intanto, caro Sindaco, ha dimenticato di menzionare gli altri due elementi che, secondo la narrazione di don Tonino, egli avrebbe messo nella sua bisaccia: una scheggia della croce e un calcinaccio del sepolcro vuoto. Caro Sindaco, una scheggia della croce, non un monumento alla croce con il quale spendendo inutilmente il denaro della collettività ha voluto incidere per sempre il segno della sua magnanima Amministrazione. I segni valoriali di don Tonino non rimbalzano né con una bisaccia artigianale tantomeno con il simbolo gigantesco della sua croce pettorale. I segni valoriali devono rimbalzarci addosso meditando e praticando il suo pensiero: «La croce l’abbiamo attaccata con riverenza alle pareti di casa nostra, ma non ce la siamo piantata nel cuore. Pende dal nostro collo, ma non pende sulle nostre scelte». E noi aggiungiamo che quella croce è stata piantata nel cuore della città ma non nelle scelte della Sua Amministrazione, nella fattispecie delle Sue scelte.
E poi, caro Sindaco, un calcinaccio del sepolcro vuoto, non un calcinaccio dei cantieri edili che ormai pullulano in città e nei quali fanno spesso brillare ordigni perfino nella notte in cui Molfetta diventa “Civitas Mariae”, evento di cui Lei si è manifestato orgoglioso e soddisfatto. E i Suoi silenzi, Sindaco, sono più intensi perfino di quelli che avvolsero la Vergine dopo il suo “Fiat”. Quali sono, dunque, i segni del cammino valoriale, i semi buoni, che quest’Amministrazione conduce nella guida della città tra dimissioni di assessori, avvicendamenti, rimpasti e indagini della Magistratura? Sindaco, Lei ha speso, seppure legittimamente, tanto denaro pubblico tra la gestione della visita pastorale di Papa Francesco, l’installazione del suddetto monumento e tanto altro ancora per ricordare e commemorare don Tonino Bello: ma quale traccia ha lasciato nelle sue scelte monsignor Bello? Caro Sindaco, vada oltre quella bisaccia, perché nello scritto “Quella notte a Efeso”, nell’incontro surreale con Maria, don Tonino riscopre in Tommaso (che strana coincidenza il nome dell’apostolo!) il desiderio di vedere chiaro nelle cose, nei volti e negli eventi. E si rivolge a Maria chiedendole per tutti il dono della trasparenza manifestando l’ansia di vedere chiaro nelle cose, nei volti e negli eventi, perché «non abbiamo sentito mai così vivo il bisogno di vedere oltre». Ecco Sindaco, abbiamo nominato Molfetta “Città di Maria”, ma non abbiamo avuto il coraggio di chiedere alla Vergine il dono della trasparenza. La città oggi ha bisogno di “vedere oltre”, ma ciò che riesce a scorgere è soltanto la Sua caparbietà nel restare al suo posto nonostante la pesante indagine della Magistratura e nonostante la Sua responsabilità politica di fronte agli avvenimenti. “Vedere oltre”, ma ciò che rimbalza ai nostri occhi sono gli edifici imponenti che attraverso un’edilizia selvaggia usurpano le bellezze del nostro territorio. “Vedere oltre”, ma ciò che percepiamo è l’infiltrazione pericolosa del malaffare e dell’illegalità. “Vedere oltre”…
E allora, illustrissimo Sindaco, come l’apostolo suo omonimo, metta anche Lei il dito nel costato di questa nostra città. Anzi, don Tonino ci disse che l’apostolo «volle toccare, ma poi di fatto non toccò». Lei, invece, abbia il coraggio di penetrare le ferite della città non solo con il dito, ma anche con il capo sino in fondo, e si renderà conto che riuscirà finalmente a “vedere oltre”.
Ecco allora caro Sindaco, e vale anche per tutti quanti noi, don Tonino non può più essere raccontato. Don Tonino va vissuto, e solo allora riacquisteremo una credibilità ormai perduta.
Sergio Magarelli, Nel costato della città, L’altra Molfetta, Anno XXXVII, n. 10, ottobre 2021, pagg. 8-10.
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