Home Attualità Editoriale Molfetta e la disinformazione istituzionale
Editoriale

Molfetta e la disinformazione istituzionale

In poche parole: a cosa serve ancora una testata locale?

1.4k

Tempo addietro, non troppo lontano, le notizie avevano un percorso. Nascevano, venivano verificate, passavano attraverso il filtro di una redazione, e solo allora raggiungevano il cittadino. Oggi quel percorso si è accorciato fino a sparire. Basta un post, un like, una condivisione, e la notizia – vera, parziale o del tutto inventata – è già ovunque. Chiunque, in questo scenario, si sente legittimato a informare. Il problema è che informare non è la stessa cosa.
Le testate giornalistiche esistono per un motivo preciso, che è quello di garantire anche a chi non ha (o non vuole avere) un profilo social, l’accesso a un’informazione verificata, mediata, responsabile. È, soprattutto, un servizio pubblico prima che un lavoro. Ma questo presidio, sempre più spesso, viene oltrepassato non solo dai cittadini improvvisati cronisti di se stessi, ma dalle stesse fonti istituzionali, fonti che dovrebbero essere le prime a riconoscerne il valore.
È un paradosso che si consuma ogni giorno. Un’amministrazione comunica una notizia in anteprima sui propri canali social, la fa circolare, la fa “girare” (perché in fondo, si pensa, più si diffonde e meglio è) e solo dopo, come un’eco tardiva, quella notizia arriva agli organi di informazione. Che a quel punto non hanno più una notizia da dare, ma un post da rilanciare.
A Molfetta questo smarrimento dei ruoli si è fatto, in queste settimane, particolarmente evidente. In attesa che l’amministrazione comunale individui un responsabile dell’ufficio stampa, la comunicazione istituzionale procede in ordine sparso. Partono notizie diffuse direttamente dai canali social del sindaco; comunicati della coalizione di maggioranza che arrivano ora dall’indirizzo di un partito, ora da un altro; una pioggia quotidiana di comunicati che, con angolazioni diverse, raccontano sempre la stessa cosa e mettono sempre al centro la stessa persona.
Tutto ciò è il problema di un’idea di comunicazione pubblica che ha smarrito il proprio orientamento. Se le redazioni locali si riducono al ruolo di cassa di risonanza di ciò che è già stato pubblicato altrove, allora è lecito porsi una domanda scomoda: a cosa servono ancora? A fare da megafono gratuito a chi ha già i propri megafoni? A certificare, con la propria testata, ciò che di per sé non ha bisogno di certificazione perché è già stato “pubblicato” dove conta di più? Sul profilo di chi lo ha scritto?
Una testata che si rispetti non rilancia le notizie, le verifica, le contestualizza, le interroga. E per poterlo fare ha bisogno di una condizione minima, ossia che le fonti istituzionali le trattino come un interlocutore, non come un’appendice.
Sia chiara una cosa, non è nostalgia per un mondo che non tornerà. È una richiesta di metodo. Un’amministrazione pubblica che desidera comunicare bene non è certamente quella che pubblica di più o più in fretta, ma quella che sa distinguere i canali e ne rispetta la funzione. Solo ripartendo da questo rispetto dei ruoli, i cittadini di Molfetta potranno tornare a essere informati con la precisione, il rigore e l’attendibilità che meritano. Il resto, la corsa al “chi lo dice prima”, non è comunicazione. È solo eco, propaganda e commercializzazione della notizia.

articoli correlati

ASM, amministratori a costo zero? I cittadini chiedono servizi, non beneficenza

Il denaro pubblico risparmiato è sempre una buona notizia, strana da constatarla,...

Presenti, ma non pervenuti

Quella dell’8 settembre, festa patronale, sarebbe potuta restare una semplice fotogallery. E,...

L’esame di riparazione

Settembre è il mese in cui tutti quanti facciamo finta di ricominciare...

Il pluralismo si discute, non si insulta

A Molfetta è nato un quarto Comitato di Futuro Nazionale, inaugurato da...

WordPress Ads