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Molfetta e il suo litorale

Undici chilometri di storia: il litorale di Molfetta tra torri, cale e antichi porti

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Il mare ha improntato profondamente la storia e l’evoluzione di Molfetta, che fin dal Medioevo era un attivo centro della Terra di Bari. Le insenature e le sporgenze del suo litorale offrivano infatti validi approdi, che resero la città un luogo di raccolta e smistamento dei prodotti agricoli provenienti sia dall’interno sia da Giovinazzo e Bisceglie, che sebbene rivierasche non avevano un porto efficiente. Stretti furono pertanto, nel corso dei secoli, i rapporti tra l’entroterra e la costa molfettese.
Il borgo medievale sorse su una piccola penisola ellittica di 50 mila mq, il cui asse minore corrisponde all’odierna via Piazza, denominata dagli antichi abitanti e dai naviganti “Isola di S. Andrea” per la presenza remota di una chiesa in onore del Santo. La sua esistenza, che risale probabilmente al culto dell’Apostolo durante il periodo bizantino, è attestata dal marzo 1126; l’aspetto attuale risale al 1546.
Il litorale di Molfetta si estende per oltre 11 km. A ponente, partendo dal confine con Bisceglie, s’incontra per prima la Cala di Torre Calderina. Lunga 100 metri, è così denominata dall’omonima torre di vedetta, risalente al XVI secolo e simile ad altre costruzioni ubicate sulle coste dell’Adriatico e dello Ionio; il suo nome sembra sia derivato dall’architetto che ne curò i lavori, Salvatore Calderini.
Nel 1563 il vicerè di Spagna Pedro Afán de Ribera, duca di Alcalá, detto a Napoli Don Parafán (1559-1571), rifacendosi al progetto iniziato dal predecessore Don Pedro Álvarez de Toledo (1532-1553) contro le incursioni dei corsari barbareschi, assoldati dall’Impero Ottomano, dispose la costruzione di torri di avvistamento sul mare (il litorale della Puglia, in particolare, risultava molto vulnerabile) e nelle isole, ma purtroppo con scarso esito.
Durante i periodi normanno (1130-1194) e svevo (1194-1266) il principale approdo di Molfetta fu la Cala di S. Giacomo.
Situata allo sbocco di Lama Marcinase, in un’insenatura incuneata ad arco nella costa e verosimilmente all’epoca ancora più accentuata, distava circa due km a ponente del borgo medievale. È il primo porto locale di cui si abbia menzione, in un decreto emanato nell’aprile 1173, ottavo anno di regno del normanno Guglielmo II il Buono (1166-1189), da Roberto II di Basseneville (o Bassavilla), conte palatino di Loretello, conte di Conversano e signore di Molfetta, per edificare a sue spese una chiesa «cum hospitali» (con ospizio) in onore di S. Giacomo «prope portum (in vicinanza del porto) iam dictae Civitatis nostrae Melphicti…».
L’utilizzo di questa cala come principale approdo locale, sebbene alquanto distante dall’abitato, fu determinato “in primis” dalla sua conformazione, la più favorevole lungo il litorale molfettese: un’ampia rada, lunga 657 metri, internata e protetta.
Il luogo costituiva inoltre il più agevole accesso al mare per il vicino entroterra, dove sorgevano agglomerati rurali e chiese. L’insediamento più vicino era ubicato in località S. Pancrazio; comprendeva la chiesa omonima e un trappeto.
Rilevanti strutture agricole erano del pari il casale di S. Primo, situato nell’odierna contrada denominata “Il Casale”, e il monastero di S. Martino con i terreni circostanti di pertinenza; li collegava una strada campestre che giungeva fino a Bisceglie. Nelle vicinanze erano presenti altresì tre importanti complessi religiosi, in ordine di fondazione il monastero benedettino dei SS. Filippo e Giacomo, S. Maria dei Martiri e S. Margherita de Scolcula.
Il piazzale antistante la Basilica della Madonna dei Martiri era in origine Cala Madonna, una rientranza lunga 80 metri compresa tra la Punta di Santa Maria dei Martiri e la vicina spiaggia dei Pali. Fu interrata in seguito alla costruzione, ultimata nel 1936, del muro di difesa del litorale situato tra il molo Pennello e il santuario dedicato alla nostra Patrona.
Il più antico porto peschereccio di Molfetta fu la rada dei Pali; lunga circa 420 m, venne adoperata anche come porto mercantile. Il suo utilizzo risale verosimilmente al XIV secolo; infatti già dal 1417 si riscontra nel “Liber Appretii” il toponimo “Palis”, riferito anche alla zona circostante, ricca di vigneti. Tale approdo fu indicato, nel tempo, come “porto dei Pali” (1606) e “Cala dei Pali” (1912), denominazione quest’ultima attribuita all’area situata tra una diga e la “spiaggia dei Pali”.
È opinione che tali toponimi siano derivati dall’antica consuetudine di infiggervi pali adatti a fermare gli argani e i paranchi adoperati per tirare a terra le barche, poi soppiantati da pilastri in pietra. Il litorale era protetto esternamente da un ampio bassofondo di roccia e tufo nonché da una diga o frangionde che copriva uno specchio d’acqua di 21 mila mq, di cui 11.500 considerati porto ed i restanti (la parte di ponente) avamporto. La diga, estesa dall’una all’altra estremità 270 metri, era costituita da due archi eccentrici di forma ellissoidale intervallati da un moletto interno. L’arco di levante era lungo 190 metri; distava dalla riva 95 metri nella parte più convessa, che in un primo tempo era aperta, e 50 metri iniziando dalla punta est. L’arco di ponente misurava invece 65 metri; la punta ovest distava dal litorale 140 metri. Il moletto interposto, lungo 36 metri, era situato a 15 metri dall’estremità dell’arco di ponente e a 50 metri dalla riva, verso cui era orientato.
È presumibile che in passato la costa fosse alquanto più alta e giungesse forse a 200 m più al largo. Nel tempo infatti la rada si era sempre più interrata, con perdita progressiva di profondità del fondale, a causa di molteplici fattori: l’erosione del litorale, i depositi delle correnti marine, i detriti alluvionali, la chiusura di due accessi del porto e dell’adito nel centro dell’arco di levante nonché, dal 1878, il materiale riversato in mare a Cala S. Giacomo dallo stabilimento di olio al solfuro, saponi e prodotti affini appartenente a Saltzburger & C. e successivamente a Laquai & C.
Ai Pali i pescatori disponevano, oltreché di un approdo accessibile e ben protetto, anche di un litorale idoneo alla manutenzione dei natanti; vi operavano infatti maestri d’ascia, calafati ed un canapificio e si poteva usufruire inoltre di un pozzo d’acqua. Nell’inverno 1871-72, quando l’accesso alla rada era ormai difficoltoso per la scarsa profondità, un fortunale provocò l’affondamento di 12 bilancelle, di cui 10 furono poi recuperate, e danni alle restanti 95, a causa di urti reciproci.
In seguito ad un’istanza inoltrata al Ministero della Marina, nel 1874 i proprietari delle bilancelle ottennero di escavare a proprie spese il fondale. Nel 1886, grazie ad un sussidio statale, il dragaggio venne ripetuto; nell’occasione furono rinvenuti in mare, a una quindicina di metri dalla riva, i “pali” un tempo adoperati per l’ormeggio delle imbarcazioni. Il sabbione escavato venne utilizzato in parte per appianare e rialzare la Spiaggia dei Pali ed in parte per livellare la contigua Spiaggia Via Crucis o Via Maddalena, che terminava all’altezza di vico 2° S. Carlo.
Tali denominazioni erano derivate rispettivamente dalle cappelle erette in memoria dei tranesi ivi fucilati dai soldati francesi nel periodo dell’effimera Repubblica Napoletana (23 gennaio-19 giugno 1799) e dal nome ufficiale della via, sede di abitazioni e magazzini. Ma, nonostante il dragaggio, già l’anno seguente si lamentava carenza di profondità. Pertanto il reggente dell’Ufficio del Porto di Molfetta propose un ulteriore progetto di escavazione; ma i proprietari delle bilancelle, sfiduciati dai precedenti insuccessi e ancora gravati dai mutui, non acconsentirono ad altre spese.
Poiché trascurata, la cala andò progressivamente interrandosi, consentendo l’ormeggio solo a poche bilancelle e con l’alta marea; di conseguenza fu permesso alle paranze l’approdo nel porto commerciale. Ma poiché quest’ultimo, col maltempo, risultava insicuro, nel 1888 fu inviato alla Capitaneria di Bari un rapporto finalizzato ad ottenere l’interessamento dei Ministeri competenti per includere tra le spese di manutenzione del porto i lavori necessari al mantenimento della Cala dei Pali. Ma il Ministero rispose che tale onere spettava al Comune. Il Genio Civile, poi consultato, propose invece l’abbandono della rada e la realizzazione di un bacino da terra della scogliera di S. Domenico.
Nel 1892, quando Molfetta annoverava 140 paranze (era pertanto nota come “la città della vela latina”), nella cala restava usufruibile, con l’alta marea, solo un canale per una decina di bilancelle; analoga era la situazione nell’avamporto di ponente. Negli anni ’30 la rada risultava pressoché interrata e appianata; due decenni dopo lo divenne del tutto. Da allora il sito è noto come “Secca dei Pali”, denominazione che nel progetto del 6 giugno 1873 indicava solo l’area sottomarina della cala da sottoporre ai lavori di escavazione.
Dal XV secolo, con l’espansione della città, iniziò ad assumere il ruolo di approdo principale la rada a ovest del Duomo. Era delimitata da un banco di pietra calcarea situato a ridosso della chiesa e da un’ampia spianata sommersa, leggermente arcuata verso ponente, detta “la Chianca”. Il banco calcareo costituì il fondamento per la realizzazione di un piccolo braccio di molo, che rappresentò il primo porto artificiale di Molfetta. Secondo la documentazione disponibile, ciò sarebbe avvenuto tra la seconda metà del 1400 e la prima parte del secolo successivo.
Altri invece ritiene che questo tratto di molo sia antecedente all’edificazione del Duomo, databile tra la seconda metà del XII secolo e la fine del seguente. Si dovrebbe però ipotizzare in tal caso non un molo vero e proprio ma una scogliera divenuta banchina mediante la gettata di pietrame e probabilmente adoperata come sito di confluenza del materiale destinato alla costruzione del Duomo.
A levante, tra il borgo medievale e l’odierno lungomare Marcantonio Colonna, ex “spiaggia Porticella”, è situata la cala di S. Andrea o Cala Castello.
Il secondo toponimo è derivato dal maniero, distrutto nel 1416 dalla popolazione esasperata dalle angherie perpetrate dal castellano Niccolò Gallico, che sorgeva nell’odierna piazza Municipio, denominata in passato “Largo dell’antico Castello” o “Largo del Castello e della Corte” e tuttora, in vernacolo, “Mmézz’ ó castiëddë”.
Ruggero II il Normanno, re di Sicilia dal 1130 (il Regno comprendeva anche la parte continentale estesa dalla Calabria a Gaeta e al fiume Tronto), si dedicò per quindici anni alla redazione di un testo di geografia, in collaborazione col principe arabo al-Idrisi. A tal fine inviò nei suoi territori scienziati e disegnatori, per ottenere rilevazioni esatte. Fece realizzare altresì una piastra di argento puro, del diametro di quasi 2 metri e di peso corrispondente a 150 kg, su cui furono incisi i sette climi e le varie regioni con le rispettive caratteristiche morfologiche. Il Libro di Re Ruggero fu ultimato nel gennaio 1154, circa un mese e mezzo prima della sua scomparsa; costituisce la più remota fonte di dati sul litorale molfettese. Riporta infatti che da «g.b.nàs» (Giovinazzo) a «mulb.nt che dicesi pur m.lf.nt» (Molfetta) intercorrono quattro miglia.
Va menzionato infine che la prima veduta di Molfetta dal mare è opera di un islamico. A riprodurla fu infatti il capitano navale ottomano e poi ammiraglio Hajji Muhyeddin Piri Ibn Hajji Mehmed, meglio noto come Piri Reis, autore del Kitab- i bahriyyè (Libro di marina), un portolano del Mediterraneo. Molfetta è rappresentata dall’alto, con Bisceglie e Trani. L’agglomerato urbano, che prospetta sul grande porto naturale, è compatto, di aspetto orientaleggiante, il sistema difensivo ben delineato. A ponente, su un’ampia insenatura, domina isolata la chiesa di Santa Maria dei Martiri.
Hajjit attendeva la notte, quando il palazzo imperiale era avvolto nel silenzio, poi scendeva una lunga scalinata per raggiungere l’antro in cui eseguiva il suo lavoro. Era l’anno dell’Egira 919, ossia il 1513. Aveva già ultimato dodici carte geografiche, che costituivano il Kitab- i bahriyyè; la tredicesima gli era parsa la più difficoltosa ma, tenace com’era, non vi aveva rinunciato. Per preservare le mappe dall’usura del tempo, le aveva disegnate su un supporto particolare: pelle di cammello opportunamente trattata.
Al termine dell’ultima fatica, annotò a margine in turco: «…si racconta che un infedele di Genova, di nome Colombo, abbia scoperto questi paraggi…».
Nel 1929, a Istanbul, sul finire della modifica del palazzo imperiale in museo, il celebre Topkapi, il direttore dei lavori scoprì resti di antiche mappe dipinte su una strana pelle. Una di esse, pressoché integra, citava il nome di Colombo. Gli esperti, giunti sul posto, concordarono che era stata finalmente rinvenuta quella “mappa perduta” di Piri Reis alla cui esistenza molti avevano creduto.

Corrado Minervini, Molfetta e il suo litorale, L’altra Molfetta, Anno XL, Agosto 2024, pagg. 24-28
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