L’archiviazione dell’indagine che vedeva coinvolti l’ex sindaco di Molfetta, Tommaso Minervini, e il comandante della Polizia Locale, Cosimo Aloia, chiude uno dei capitoli più discussi della gestione della mobilità sostenibile cittadina. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani, Marina Chiddo, ha infatti escluso la sussistenza del reato di turbata libertà di scelta del contraente nell’ambito della cosiddetta “guerra del monopattino”, la vicenda sviluppatasi tra il 2021 e il 2022 attorno all’autorizzazione del servizio di sharing di biciclette e monopattini elettrici.
La decisione accoglie la ricostruzione della Procura, secondo cui il Comune si limitò ad autorizzare il primo operatore che presentò una proposta concreta e formalizzata, senza favoritismi né condotte illecite.
La vicenda assume oggi un significato che va oltre il mero esito giudiziario. Quella sperimentazione, presentata come uno dei tasselli della transizione ecologica cittadina, si inseriva infatti in una strategia più ampia di mobilità sostenibile che avrebbe dovuto trasformare il sistema degli spostamenti urbani a Molfetta. Un progetto che, almeno nelle intenzioni, comprendeva piste ciclabili, servizi di sharing e la realizzazione della velostazione. Ed è proprio qui che emerge il paradosso.
Se da un lato la magistratura ha certificato l’assenza di illeciti nella scelta dell’operatore per il bike sharing, dall’altro resta aperta la valutazione politica e amministrativa sull’effettiva riuscita di quel modello di mobilità sostenibile. A distanza di anni, infatti, la velostazione realizzata nei pressi della stazione ferroviaria è diventata il simbolo di un’infrastruttura costosa e ampiamente pubblicizzata che non è mai riuscita a svolgere il ruolo strategico per il quale era stata concepita.
La struttura, finanziata con fondi pubblici e presentata come un punto nevralgico per incentivare l’uso della bicicletta e favorire l’intermodalità con il trasporto ferroviario, avrebbe dovuto rappresentare il cuore operativo della nuova mobilità urbana. Invece, per lunghi periodi è rimasta chiusa o scarsamente utilizzata, alimentando le critiche di cittadini e associazioni, che hanno denunciato il rischio di trovarsi di fronte all’ennesima opera inaugurata senza una preventiva e concreta definizione della gestione e dei servizi. Senza una rete organica di infrastrutture funzionanti, servizi efficienti e una reale integrazione tra sharing, piste ciclabili e trasporto pubblico, il sistema della mobilità sostenibile annunciato negli anni scorsi non sembra aver prodotto i risultati strutturali promessi alla città.
L’archiviazione dell’inchiesta chiarisce il profilo giudiziario della vicenda. Non altrettanto può dirsi per il bilancio politico e amministrativo di quelle scelte. Perché una buona amministrazione non misura il successo delle proprie politiche soltanto dall’assenza di reati, ma soprattutto dalla capacità di trasformare gli investimenti pubblici in servizi utili, efficienti e duraturi. Ed è su questo terreno che il progetto di mobilità sostenibile avviato a Molfetta continua a lasciare più interrogativi che risultati.



























