Nel tempo di questa città, e non soltanto di Molfetta, sarà perenne e indelebile la memoria di Guglielmo Minervini (1961-2016). È stato il primo Sindaco a essere eletto direttamente dai molfettesi, nel 1994, in virtù della Legge n. 81 del 25 marzo 1993 che, di fatto, ha profondamente cambiato l’organizzazione degli enti locali, permettendo così ai cittadini una più consapevole e attiva partecipazione alla gestione della casa comune. Con Guglielmo si percepisce sin da subito questa nuova atmosfera civile, mentre era ancora nell’aria l’odore acre dei pallettoni scoppiati nel petto di Gianni Carnicella, e con la città da poco orfana anche del suo audace e “santo” vescovo don Tonino Bello. Sullo sfondo, ma non troppo, l’operazione “Primavera”, qualche mese prima della sua elezione a Sindaco: settantasei persone arrestate con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Questo è stato il terreno storico locale sul quale Guglielmo Minervini ha iniziato il suo “Percorso”, non scevro dagli umori che lo scandalo Tangentopoli aveva procurato sulla crisi di legittimazione dei partiti, oltre che dalle bombe che la Mafia aveva fatto brillare da Capaci a Firenze, e da Palermo a Roma. Uno scenario complessivamente complicato, ma che proprio per questo ha stimolato Guglielmo Minervini ad affrontare la sfida per una città e un sud in contraddizione ai vecchi equilibri del potere e della politica. Da qui sicuramente parte e s’intreccia la sua visione storica del Mezzogiorno con quella di Gaetano Salvemini, anzi di più, coniugandola con quella religiosa di monsignor Tonino Bello: colmare il “vuoto” che allontana la profezia dall’attivismo. In che modo? Analizzando le cause dei problemi, denunciandoli, per poi passare alla prassi politica. Per questa ragione ha sempre considerato le crisi dei nostri tempi, da quelle economiche a quelle socio-politiche, vere opportunità e autentiche risorse per affrontare il cambiamento.
A febbraio di quest’anno è scomparso il noto sociologo barese Franco Cassano, il padre del cosiddetto “Pensiero Meridiano”: «Non pensare il sud alla luce della modernità ma al contrario pensare la modernità alla luce del sud». Guglielmo ha aderito a questa concezione di sud o, probabilmente, era già nel suo pensiero, tant’è che l’anno successivo alla pubblicazione del testo di Cassano (1996) diede alle stampe il suo lavoro “Mar Comune”. E fu proprio Cassano a firmargli la prefazione, rafforzando il pensiero centrale di Guglielmo ed evidenziandolo con un’affermazione che poi oggi ben rappresenta la sua eredità politica: «I comuni possono e devono diventare nel Sud il soggetto che attiva la fiducia, l’intelligenza e il coraggio dei meridionali, che li spinge al largo, lontano dalle secche della dipendenza e della marginalità». Ma Guglielmo è stato capace di andare ancora oltre, e di maturare durante l’esperienza di amministratore regionale la cosiddetta politica generativa: «Quando la politica crede nelle persone, allora genera energie di cambiamento straordinarie. La politica generativa è sempre feconda, mentre quella di potere, al contrario, è sempre sterile». Non soltanto teoria, ma soprattutto prassi. A testimoniarlo sono le molteplici iniziative che sotto la sua azione hanno reso possibile esempi d’innovative esperienze imprenditoriali, di comunità, di progettualità, di cittadinanza attiva, confermando – qualora ce ne fosse ancora bisogno – il suo marchio di origine “meridionalista”. Un meridionalismo di stampo sociale, a tratti atipico, che ha connotato sin da subito le linee guida della Fondazione a lui dedicata, e che è nata soltanto pochi mesi dopo la sua prematura scomparsa (2 agosto 2016) sotto la spinta dell’inevitabile dolore intimo della famiglia che ha saputo ben interpretare le ultime parole di Guglielmo: «Ci risentiamo tra un po’. Sicuro».
La Fondazione, ispirandosi al pensiero e all’opera di Guglielmo, intende promuovere sul territorio locale e oltre i temi generatori che hanno connotato il suo impegno sociale e politico. Impegno che, alla luce di quanto recentemente accaduto in città, ha tutto il profumo di una lontana profezia che, come tutte le profezie, diventa tale soltanto quando si arriva in ritardo all’appuntamento con la storia. Ma, c’è pure un ma, che come ieri così oggi è ancora Guglielmo a ricordarlo alla nostra comunità: «Il tempo è galantuomo».
A noi, a distanza di cinque anni dalla sua dipartita, piace ricordare la figura di Guglielmo Minervini come l’uomo che ha saputo raccogliere concretamente e più di qualcun altro un invito speciale, quello di don Tonino Bello: «Sporcale pure le mani. Immergile nella storia del mondo, ma non ti sporcare il cuore!». Ecco, questo è stato Guglielmo, un politico che con coraggio e controcorrente non ha disdegnato di sporcarsi le mani per fare riaffiorare dalla palude della res pubblica la trasparenza amministrativa, l’attenzione verso i giovani e gli innovatori, l’impegno alla lotta contro ogni passività. Mani sporche, dunque, ma un cuore pulito che continuerà a pulsare nelle future generazioni «la voglia di non arrendersi al pessimismo per vivere di nostalgia».
Sergio Magarelli, Minervini, il meridionalista, L’altra Molfetta, Anno XXXVIII, n. 8, agosto 2021, pagg. 36-37.
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