Quando ho “commissionato” l’opera in copertina all’artista Vito Gianfreda, sin dal primo istante gli ho chiesto di raffigurare la Basilica della Madonna dei Martiri, uno squarcio di mare e una barchetta. Sono soltanto alcuni tra i simboli della città che evocano il clima, la festa e la devozione dei molfettesi alla Vergine. Era già chiaro in quella richiesta l’intento di immaginare, ispirandomi a un testo del Venerabile don Tonino Bello, la sua dichiarazione: «Se c’è un simbolo capace di aggregare i figli di Molfetta, ovunque essi siano, e di farli sentire popolo con tutta la ricchezza della loro identità culturale, questo simbolo è proprio il Santuario della Madonna dei Martiri».
C’è però un modo, forse più scomodo, di interpretare quel luogo. Non soltanto come baluardo dell’icona da venerare in modo particolare un solo giorno l’anno, ma come chiave per “leggere” tutti i giorni le donne di oggi della nostra città. Perché a partire da quel Santuario don Tonino Bello ha dedicato a Maria una lunga serie di titoli che oggi, letti in fila, non sembrano tanto un catalogo devozionale quanto un elenco di donne vere. Da lì intendo partire, dalla storia di quel pensiero per giungere ai volti che ci restituisce oggi.
Non fu un caso che don Tonino Bello scoprisse la sua vena mariana proprio a Molfetta, e proprio grazie alla Madonna dei Martiri. Tra il settembre 1987 e il febbraio 1988 la città visse la Peregrinatio Mariae. Il simulacro della Madonna dei Martiri, a tappe, sostava per una intera settimana nelle parrocchie della città. Fu la risposta del vescovo salentino all’Anno Mariano indetto da Giovanni Paolo II, e fu l’inizio di tutto. Prima di allora, negli scritti di don Tonino, la Vergine compariva appena in qualche preghiera giovanile. Dopo la Peregrinatio, a partire dalla quaresima del 1988, Maria diventa un cantiere a cielo aperto. Nascono in sequenza Maria, donna senza retorica, donna feriale, donna vera, donna obbediente, donna del vino nuovo. Insomma, una raccolta che crescerà negli anni fino a comporre il volume Maria, donna dei nostri giorni, oggi alla ventunesima edizione e tradotto in mezzo mondo.
Non era, ovviamente, una mariologia in senso stretto, e don Tonino lo sapeva bene. Era un modo più efficace di inaugurare un nuovo stile di scrittura che, come affermerà Mons. Domenico Amato, «permetterà a don Tonino di coniugare insieme la lunga tradizione mariana elaborata dalla pietà popolare e rappresa attorno ai titoli mariani che lui riprende dal passato e coniandone di nuovi». Anche la struttura narrativa presentava delle novità, perché i testi si dividono in due parti. Sempre Mons. Amato annoterà che «la prima parte costituisce la riflessione sul tema, mentre la seconda assume una forma di preghiera rivolta direttamente alla Vergine Maria».
Nuovi titoli, dunque, cercati, desiderati, per dare a Maria un volto feriale, quotidiano, vicino. Una Vergine spogliata di ogni retorica devozionale e affidata alla concretezza di una vita di donna. è qui che il pensiero di don Tonino tocca la sua pagina più audace, scritta il 13 settembre 1992, a conclusione della festa patronale, purtroppo l’ultima dei dieci anni di episcopato e l’ultima in assoluto della sua breve esistenza terrena: «Maria, la vogliamo sentire così. Di casa. Mentre parla il nostro dialetto». E poi ancora, «Vogliamo darle uno dei nostri cognomi: Salvemini, Tattoli, Minervini, Gadaleta, Carabellese, Altomare, De Candia, Pansini… e pensarla come alunna di un nostro liceo, o come operaia in un maglificio della nostra città, o dattilografa nello studio del commercialista di fronte, o commessa in una “boutique” di Corso Margherita». E adesso la dichiarazione più audace: «Maria, la vogliamo sentire così. Tutta nostra, ma senza gelosie. Molfettese puro sangue. Che a Natale canta la Santa Allegrezza, e in quaresima il Vexilla Regis; con le stesse cadenze delle nostre donne che sfilano in processione con le lampade accese».
Nel pensiero di don Tonino Bello, incarnare Maria significa toglierla dal piedistallo e restituirla alla storia delle donne reali. Quella pagina, dunque, non si esaurisce nella sola nostalgia di una festa. È, invece, un invito a guardare, con la stessa tenerezza, le donne che oggi popolano la nostra città.
Donna feriale. La chiamò per primo don Tonino, nel 1988. Una Vergine tolta dalla festa e restituita al giorno qualunque. È la donna che oggi timbra il cartellino, che a parità di mansione guadagna ancora meno dell’uomo accanto, che il lavoro lo cerca e spesso non lo trova, o lo trova e basta appena. Non c’è niente di meno feriale, in fondo, della fatica di arrivare a fine mese.
Donna dell’attesa. È l’attesa di una promozione che non arriva, di un aumento pari a quello del collega, di un riconoscimento che si guadagna due volte tanto per essere preso sul serio una volta sola. Un limite che nessuno mette per iscritto, ma che si sente lo stesso, gradino dopo gradino.
Donna del primo sguardo. È lo sguardo che una madre posa per la prima volta sul proprio figlio. Tenerezza pura, e insieme l’inizio di una responsabilità che da lì in poi non si stacca più. Un momento che si celebra nelle fotografie, ma che raramente viene accompagnato da un sostegno concreto: un congedo adeguato o un aiuto reale nei primi mesi di cui quello sguardo avrebbe davvero bisogno.
Donna accogliente. È chi tiene sempre aperta la porta di casa per la famiglia, anche “allargata”, per gli ospiti, per chi ha bisogno. Un’ospitalità che si dà per scontata, mai retribuita e raramente contraccambiata perché il calore di una casa, in troppe famiglie, resta ancora il compito esclusivo di una persona sola.
Donna missionaria. Sono le migliaia di donne che tengono in piedi il volontariato, le parrocchie, il terzo settore, e spesso senza stipendio, quasi sempre senza riconoscimento pubblico. Il tessuto sociale di questa città si regge, in buona parte, sul loro tempo donato e mai contato.
Donna bellissima. La bellezza dovrebbe essere un dono, non un dovere. Invece oggi si pretende che una donna sia sempre curata, sempre in ordine, a ogni età. Al lavoro, in famiglia, anche nei momenti più difficili della vita. Prendersi cura di sé va bene quando è un piacere. Diventa un peso quando lo si fa solo perché gli altri giudicano.
Donna di servizio. Colf, badanti, collaboratrici domestiche. Un lavoro reale, spesso sommerso, quasi sempre sottopagato, su cui si regge la cura di tanti anziani e di tante case molfettesi. Un esercito silenzioso che raramente compare nei discorsi sul lavoro.
Donna del silenzio. Don Tonino la immaginava come virtù contemplativa. Ma il silenzio, per troppe donne, non è scelta, è imposizione. È la denuncia che non parte, la violenza taciuta in famiglia per vergogna o per paura, la voce che si abbassa perché nessuno creda che disturbi. Se c’è un silenzio da onorare, in questa festa, è quello che dovremmo rompere noi al posto loro, non quello che continuiamo a chiedere a loro di custodire.
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