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Lo “scudo” delle lauree e il vittimismo dell’età

In poche parole: essere un "ragazzo di 28 anni" non giustifica la mancanza di etica politica

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C’è un limite oltre il quale la difesa personale diventa ridicola e la retorica del “giovane talentuoso” si trasforma in un insulto all’intelligenza dei cittadini. Quel limite è stato ampiamente superato da Alberto D’Amato, Segretario del PD di Molfetta, con le sue recenti dichiarazioni ai microfoni di Quinto Potere: “È vergognoso quello che state facendo, state mettendo in croce un ragazzo di 28 anni con 2 lauree”. Una frase che vorrebbe suscitare compassione, ma che suona come un maldestro tentativo di sviare l’attenzione da una realtà ben più opaca: lo scandalo dei concorsi all’ARCA Puglia Centrale.
D’Amato invoca le sue due lauree come un’armatura. Tuttavia, in un Paese dove migliaia di giovani brillanti e plurilaureati sono costretti all’esilio o alla precarietà, sventolare i propri titoli di studio dopo essere risultato vincitore in un ente guidato dal proprio riferimento politico non è un segno di eccellenza, ma una provocazione inaccettabile.
Essere un “ragazzo di 28 anni” non giustifica la mancanza di etica politica. Al contrario, proprio da un giovane segretario ci si aspetterebbe una rottura con le vecchie logiche clientelari, non la loro difesa vittimistica. La gravità della situazione imporrebbe un passo indietro: le dimissioni dovrebbero essere l’unica risposta dignitosa per chi rappresenta un partito. Invece, il PD di Molfetta sembra arroccarsi in una torre d’avorio, ostinandosi a sostenere coalizioni che vanno in direzione opposta rispetto al fronte progressista, quasi a voler proteggere un “feudo elettorale” basato su legami personali piuttosto che su programmi politici.
Definire “vergognosa” l’attività di cronaca che mette in luce queste zone d’ombra è patetico. La vera vergogna risiede nel sospetto che la carriera pubblica sia una corsia preferenziale riservata a chi possiede la tessera giusta o il contatto diretto con il “Presidente” di turno.
Il merito non si misura con il numero di pergamene appese al muro se queste sono accompagnate da ombre così pesanti. D’Amato e il PD molfettese dovrebbero smettere di giocare la carta del martirio generazionale e rispondere nel merito: come è possibile che i risultati dei concorsi pubblici coincidano con la geografia del potere interno al loro partito?
Senza risposte chiare e senza l’assunzione di responsabilità politica, il grido di D’Amato resterà solo l’eco di un sistema che non vuole arrendersi all’evidenza.

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