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Spiritualità

“Lo avvolse in un lenzuolo”

Domenica delle Palme

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La vicenda delle ultime ore della vita terrena di Gesù è un concatenarsi di momenti drammatici che quasi viene un forte batticuore. Dall’ultima cena per passare poi al rinnegamento di Pietro; dal momento della preghiera nell’orto degli Ulivi, fino al tradimento di Giuda e alla condanna a morte da parte di Erode e di Pilato; per poi salire le strade ripide di Gerusalemme sotto il peso della croce fino al Golgota dove verrà crocifisso.
Il Vangelo di Luca ci offre un passaggio che spesso forse non consideriamo: il momento della deposizione dalla croce. Giuseppe d’Arimatea, un discepolo “nascosto” di Gesù, si fa avanti e con coraggio chiede a Pilato che il corpo del Maestro crocifisso venga dato direttamente a lui per essere sepolto con dignità.
Con quanta cura tratta quel morto: lo avvolse in un lenzuolo.
Con quanta tenerezza ha trattato il corpo di Gesù! Più che avvolgerlo in un candido lenzuolo, ha avvolto Gesù con il lenzuolo della sua tenerezza.
Eppure, nessuno si sarebbe aspettato che proprio quel Giuseppe facesse così, lui che era un uomo in vista della società religiosa e politica di quel tempo, un borghese del momento. Lo credevano un duro, un insensibile, un freddo, eppure è stato capace di far sprigionare tanta tenerezza dal suo cuore di uomo, tanta dolcezza dai suoi occhi di padre, tanta umiltà dalla sua coscienza borghese.
Oggi vogliamo guardare a quest’uomo, Giuseppe d’Arimatea, perché anche noi impariamo a vivere una fede intrisa di tenerezza, una fede meno fredda e più calorosa, una fede fatta di calore umano e non di disumana durezza, una fede avvolgente di amore.
Se la fede cristiana non è sprizzante di tenerezza, allora non sarà mai una fede vera.
Se la fede cristiana non è sgorgante di umanità, allora non sarà mai una fede vera.
Se la fede cristiana non è grondante di umiltà, allora non sarà mai una fede vera.
Se la fede cristiana non è zampillante di dolcezza, allora non sarà mai una fede vera.
Se la fede cristiana non è vivacizzata dalla premura, allora non sarà mai una fede vera.
Se la fede non conosce le lacrime della tenerezza, allora non si potrà incarnare la profondità dell’umanità.
Una fede che non conosce l’umanità, non è fede.
Ce lo ha insegnato Gesù con le sue mille attenzioni verso i poveri e verso gli ammalati, verso i peccatori e verso i bisognosi.
Ce lo insegna anche Giuseppe oggi, dicendoci che la vera rivoluzione nel mondo non è il riarmo bellico, quanto avere cuori che sprigionano la forza dell’umanità, cuori capaci di avvolgere altri cuori. Nel mondo in guerra di oggi, noi cristiani, partendo dalla croce di Gesù, siamo chiamati ad essere annunciatori di tenerezza con la premura e le attenzioni, l’umiltà e la dolcezza, la cura e l’affetto.
È il mondo oggi ad essere crocifisso dalla violenza dei tiranni, da chi tifa per l’uso della forza, da chi fomenta la corsa agli armamenti. È un mondo crocifisso nei tanti ammalati e nei tanti poveri, nei tanti innocenti e nei tanti desolati, in tanta gente che vive il dramma della solitudine e di quella vittima dell’ingiustizia. Vanno trattati con umanità, vanno deposti con attenzione e cura nel lenzuolo della nostra pietà e della nostra carità, vanno accuratamente messi al sicuro nel calore che siamo capaci di offrire, vanno avvolti nel calore della nostra umanità.

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