Gianni Amato, autore della copertina di questo mese, non ha bisogno di presentazioni. A oggi è il collaboratore più “anziano” de L’altra Molfetta, direi il decano. Oltre alla passione per la scrittura, ha l’hobby della musica e della fotografia. Ha già illustrato in passato diverse copertine della rivista, oltre a fornire molte delle sue foto a corredo dei contributi personali e di altri collaboratori.
La copertina de L’altra Molfetta di questo mese è rappresentata da un tuo scatto. Quando e come hai sviluppato l’interesse per la fotografia?
L’interesse per la fotografia nasce quando frequentavo la scuola media. In quel periodo iniziai ad appassionarmi alle tradizioni e al folklore molfettese e, così, nacque in me il desiderio di tradurre in immagini aspetti di vita del nostro loco. è stato, quindi, l’amore verso Molfetta che mi ha portato a sviluppare la passione per la fotografia.
Avevi già le idee chiare…
Sì, avevo le idee chiare. Quando chiesi ai miei genitori una macchina fotografica a telemetro, mia madre disse: che ne devi fare di questa macchina fotografica? Va bene quella che hai, cosa devi fotografare? Mi regalarono una Canonet QL 17 e da lì incominciò tutto. Successivamente, ne ho avute altre e con la nascita del digitale sono andato un po’ in crisi, perché io amo l’analogico, ma giocoforza mi sono dovuto adattare.
Sì, perché c’è stata comunque un’evoluzione per quanto riguarda le macchine fotografiche. Cosa ami fotografare particolarmente?
Io amo fotografare in modo particolare le tradizioni e il folklore della nostra Molfetta nonché interpretare l’arte, nel senso che mi soffermo a guardare monumenti, chiese, palazzi significativi e quant’altro per cercare una visuale diversa da quella che può essere osservata dal comune punto di osservazione. Interpretare, dunque, l’arte attraverso la fotografia.
Come riesci a catturare il momento giusto?
Sostanzialmente, vengo preso dalle emozioni da ciò che mi trasmette in quel momento una scena. La fotografia è fatta di emozioni, nasce principalmente da due focus fondamentali: il cervello e il cuore. Quando queste due cose si coniugano, ecco che viene fuori uno scatto.
La tua fotocamera preferita?
Ho avuto e ho tante fotocamere ma, la fotocamera alla quale sono particolarmente affezionato è una Olympus OM2 che risale al 1980. Tuttora, anche se ormai non la utilizzo, la conservo gelosamente perché è la macchina che più ho utilizzato nella mia vita.
Com’è cambiata la percezione della fotografia con l’avvento dei social?
Io direi che più che di fotografia ormai si parla di “displaygrafia” o di “monitorgrafia”. Siamo sommersi dalle fotografie, troppe, tante. Questa inflazione di immagini fa perdere, secondo me, quello che è il messaggio fotografico. Immaginiamo di entrare in un luogo e di vedere tanti manifesti pubblicitari; quando si esce fuori da quel luogo ci resterà un messaggio visivo molto confuso; se, invece, in quel luogo c’è un solo manifesto pubblicitario il messaggio comunicazionale sarà ben saldo in noi. Presumo, dunque, sia alla stessa stregua la fotografia.
Oggigiorno possiamo attribuire un certo potere alla fotografia?
Sì, certamente, la fotografia essendo un linguaggio non codificato è immediatamente comprensibile da tutti nel mondo. Se solo dovessimo narrare un evento a tutti gli abitanti della terra dovremmo utilizzare qualche migliaio di lingue; con una fotografia, invece, il più delle volte si riesce a descrivere e raggiungere tutti. Mi viene in mente la tragedia delle Torri Gemelle di New York; in un attimo, quell’accaduto è stato trasmesso in tutto il mondo con fotografie e filmati e tutti hanno capito cosa stava succedendo. Non dimentichiamo, altresì, che l’immagine è spesso più eloquente delle parole.
Hai una foto a cui sei particolarmente legato? Tra i tanti scatti, immagino.
Quella di mia figlia da piccola, per quanto riguarda la sfera affettiva, nonché una legata all’arciconfraternita di Santo Stefano alla quale sono particolarmente legato, per via dell’appartenenza al pio sodalizio. Poi ce ne sono altre, almeno una per ogni genere di fotografia.
Quindi la fotografia è stata una compagna di viaggio, importante nella tua vita?
Esattamente.
Il tuo estro, la tua creatività, si manifesta attraverso la scrittura, specialmente con i contributi che tu offri a L’altra Molfetta, essendo il nostro decano collaboratore. Poi nella musica, sei bassista nel gruppo della Fidas Band. Diciamo che la tua creatività si esprime attraverso questi tre ambiti: scrittura, musica e fotografia. Quale preferisci dei tre, dovendo sacrificarne due?
Sicuramente preferisco la musica. Io, oltre a suonare attualmente il basso nella Fidas Band, mi diletto a suonare la tastiera arranger a casa.
È nata prima la passione per la musica o per la fotografia?
È nata prima la passione per la musica.
Il primo amore non si scorda mai…
Sì, la passione per la musica è nata prestissimo a circa due anni di vita.
Addirittura?
Due anni o qualche mese in più, tra i miei giocattoli gli strumenti musicali non mancavano mai. Il primo strumento che mi regalarono fu una piccola fisarmonica giocattolo. Poi, successivamente, una vera chitarra, quella per bambini, nonché un piccolo pianoforte a coda due ottave. Di lì, pian piano, la passione per la musica si è rafforzata e a quindici anni, assieme ad altri amici, ho costituito il gruppo musicale “Era Quaternaria” ma, è bene specificarlo, io non sono e non mi definisco un musicista, assolutamente.
Perché in casa si respirava quell’aria?
No, non si respirava quell’aria, ma io ero e sono tuttora particolarmente attratto dal mondo musicale.
E come facevi ad ascoltare la musica?
I miei nonni avevano in casa una radio con giradischi e io, sin da piccolo, ascoltavo le canzoni. Ricordo sia i miei genitori sia i miei nonni che mi acquistavano i dischi.
Invece di giocare con le macchinine avevi i dischi?
Sì vero, riconoscevo i dischi dalle etichette apposte sul disco ma giocavo anche con altro.
Avevi un cantante preferito?
Più che i cantanti preferiti avevo le canzoni preferite, poi scoprii i Beatles e i gruppi musicali emergenti.
Sei autodidatta in tutto? Anche nella fotografia?
Sì, negli hobby non ho mai preferito la formazione accademica, amo conoscere, dedicare tempo per scoprire ogni cosa da solo; non devo raggiungere alcun traguardo.



























