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Le tessere del mosaico

Otto testimonianze per il decennale di Guglielmo Minervini

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Un decennale non si racconta con un’unica voce, per quanto autorevole. Guglielmo Minervini ha attraversato troppe vite – familiari, politiche, professionali, generazionali – perché un solo sguardo potesse restituirne la misura. Abbiamo scelto perciò di non frammentare il ricordo in uscite separate, ma di raccoglierlo in un unico mosaico, lasciando che le testimonianze si succedano e si contraddicano, quando serve, senza appiattirsi in un coro unanime. Chi lo ha conosciuto da bambino attraverso i racconti dei genitori, chi ne discute ancora il pensiero meridionalista con gli strumenti della sociologia, chi ne ha raccolto l’eredità in un laboratorio urbano di provincia, chi guarda il mondo di oggi da una finestra su Gaza: sono voci che non si sono scelte tra loro, e che pure, messe una accanto all’altra, compongono qualcosa che nessuna da sola avrebbe potuto dire.

Lino Renna
Microimprenditore nel settore delle biotecnologie e della robotica collaborativa, vicepresidente dell’Associazione Guglielmo Minervini APS.

Le vocali ritrovate della politica

Guglielmo consegna a tutti noi due eredità politiche che vogliono essere anche un’esortazione a continuare il suo lavoro di innovatore sociale.
Settembre 1997, con Mar Comune. Con questo libro Guglielmo si pone come obiettivo quello di ricollocare le quattro vocali alla parola “pltc”, entità che descrive quel blocco di potere concentrato in pochissime mani, capace di aggregare ambiti economici, finanziari, informativi e politici. Ricollocare le vocali nella parola “politica” vuol dire, per Guglielmo, restituire il respiro che merita questa parola. Un respiro ampio, per rimettere in armonia la città con il suo territorio, con la sua storia, i suoi orizzonti, e provare a ricucire il rapporto della sua città con il mare.
Aprile 2016, quattro mesi prima della sua scomparsa, con La politica generativa. Guglielmo concepisce le risorse pubbliche non come gestione del consenso elettorale, ma come fattore di attivazione dell’enorme capitale di risorse sociali che giace latente e inutilizzato nella comunità. Una politica sussidiaria, capace di creare relazioni tra iniziative dei cittadini e intervento istituzionale. Una politica partecipativa, capace di coinvolgere consapevolmente i cittadini nella vita pubblica. Una politica progettuale, in grado di interpretare creativamente il suo rapporto con la società (continua).

Giuliana Martirani
Già docente in diverse università italiane e canadesi, già presidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione, amica di don Tonino Bello, ecopacifista della scuola di Johan Galtung, meridionalista della scuola di Francesco Compagna.

Il politico poeta del meridionalismo

Guglielmo Minervini, il meridionalista che ha analizzato e cercato soluzioni per il divario economico e sociale tra il Nord e il Sud d’Italia e del mondo. Erede di Giustino Fortunato e dei suoi studi pionieristici sul latifondo. Erede di Francesco Saverio Nitti, come lui elaborando diverse proposte per affrontare la questione meridionale. Erede di Guido Dorso, come lui facendolo da intellettuale, a servizio degli ultimi, del Sud, della nonviolenza, della pace. Erede di Manlio Rossi Doria, studioso di economia e di sviluppo.
Guglielmo Minervini, politico che la politica ha cercato di rigenerarla “in e con” coloro che alla politica ci credevano ma non sapevano farla in maniera nuova, per generare uomini e donne nuovi in società e nazioni nuove, per un nuovo e benefico multilateralismo mondiale (continua).

Francesca Borri
(Bari, 1980). Corrispondente di guerra specializzata in Medio Oriente. Allieva di Antonio Cassese, fondatore della Corte Penale Internazionale, ha lavorato come Human Rights Adviser a Ramallah prima di passare al giornalismo nel 2012, con la Primavera Araba e la battaglia di Aleppo. Scrive per Yedioth Ahronoth, il principale quotidiano israeliano, e per al-Jazeerae. In Italia scrive per Il Venerdì di Repubblica. Vive a Jenin.

I due fazzoletti

Il mondo ha la febbre, diceva Guglielmo. Eppure, dieci anni dopo, quel mondo sembra così migliore di quello di oggi. Così più semplice. Così più comprensibile. Con le sue risoluzioni dell’ONU, i caschi blu, i G8, l’Unione Europea, le multinazionali, i no-global, il buco dell’ozono, e i nemici comuni: i nemici che univano tutti, i Milošević, i Saddam, al-Qaeda. Non funzionava. E avevamo mille cose da dire. Da contestare. Mille cose da proporre. Ma adesso?
Adesso, da casa mia, guardo il mare. Gaza, di mezzo, non c’è più. E dopo 71mila morti, ancora non è entrato nessuno. Un giornalista, una ONG. Un’agenzia dell’ONU. Nessuno. L’uomo è arrivato sulla luna. Ma a Gaza no.
Dieci anni dopo, non esiste più manco un mondo. Un sistema internazionale. Nel 2025, nel suo primo anno di mandato, Trump ha guadagnato oltre due miliardi di dollari: il triplo dell’anno precedente. E non si tratta di talento imprenditoriale. Si tratta di operazioni di borsa giusto in coincidenza di sue decisioni sui dazi, su Hormuz, sul Venezuela: si tratta di insider trading. Un tempo, il presidente perseguiva gli interessi degli Stati Uniti. Ora, fa i suoi interessi. I suoi affari. E così tanti altri. Putin, Netanyahu, Erdoğan. Khamenei. Per un’analisi, non chiami più un politologo, ma uno psicologo. E non esistono più la guerra e la pace. Un inizio e una fine. Semplicemente, se vivi da queste parti, ogni tanto ti piove addosso un missile. Ogni tanto, si spara. E l’unica certezza è che ormai il 10% più ricco della popolazione possiede l’85% della ricchezza (continua).

Gianvito Lucivero
Molfettese, vincitore del premio nazionale Rita Levi Montalcini, docente di Fisica all’Università degli Studi di Bari, dove guida il gruppo di ricerca AQuTech, CEO e fondatore della startup QSensAto. Rientrato in Puglia dopo tredici anni tra Spagna, Polonia e Stati Uniti.

Dal fermento giovanile all’attrazione dei talenti

Entrare nell’aula del BaLab “Guglielmo Minervini” dell’Università di Bari, intitolata a chi ha saputo immaginare una Puglia diversa, è stata una delle prime sorprese al mio rientro. Dopo tredici anni vissuti all’estero, ho da subito cercato di ri-conoscere la mia terra e il mio territorio con occhi nuovi, forte dell’esperienza professionale acquisita. Varcare quella soglia ha rappresentato per me un’emozione molto forte, un mix di orgoglio e commozione: la sensazione di ritrovare un punto di riferimento cruciale per lo sviluppo delle idee, proprio lì dove oggi si coltiva il nostro domani.
Questa visione affonda le radici nella nostra memoria collettiva ma, nel mio caso, anche in quella familiare. Ero un bambino quando il movimento civico propulsore del “Percorso” dava luogo a un’indimenticata stagione amministrativa. L’obiettivo, come ricordava mio padre Giacomo Lucivero, portavoce del “Percorso” negli anni ’93-’94, in un’intervista sulla rivista Passioni di Sinistra del 2002, era una profonda rigenerazione della politica, chiamando a raccolta cittadini che credevano nel bene comune e che non erano «mai stati padrini, né clienti». Trovo una forte analogia tra quel fermento e l’entusiasmo dei movimenti civici, tra cui “Spring is Coming (SIC)”, che hanno supportato di recente l’elezione del nuovo sindaco di Molfetta, Manuel Minervini: un filo generazionale che dimostra come l’impegno civico per la propria città sia una fiamma viva, capace di rinnovarsi (continua).

Adriana Isabella Altomare
Laureanda in Giurisprudenza d’impresa, vicesegretaria di Demos-Democrazia solidale (sezione di Molfetta), vicepresidente dell’associazione Tessere-Prospettive di città odv, socia e volontaria del SER-Molfetta.

Servono ancora idee nuove

«Servono ancora idee nuove». È la frase scritta sopra il volto di Albert Einstein e la sua iconica chioma scapigliata, su un vecchio poster rimasto per anni appeso a una parete di Casa Minervini. Poi, grazie a Maria Turtur, quel poster è stato schiodato e portato in Piazza Paradiso, durante l’ultimo comizio elettorale del neoeletto sindaco Manuel Minervini.
Da quel momento quella frase ha suscitato in me qualcosa di più di una suggestione. È rimasta impressa nei miei pensieri, celando più un interrogativo che un’affermazione.
Servono ancora idee nuove? È una domanda che può apparire quasi paradossale in un tempo che sembra vivere di innovazione permanente e di rapida obsolescenza. Eppure, è proprio questo apparente paradosso a renderla attuale. Quando un’idea smette di parlare al proprio tempo?
Le idee non vivono soltanto nell’istante in cui nascono. Continuano a esistere quando riescono ad attraversare tempi diversi senza perdere la capacità di interrogare il presente. Una società smette di avere bisogno di idee nuove quando trasforma le proprie risposte in certezze, fino a perdere il senso della possibilità (continua).

Angelo Gigante
50 anni, molfettese. Ha conosciuto Guglielmo Minervini attraverso la frequentazione dei suoi genitori, e più da vicino negli anni della sua esperienza in Regione Puglia.

I fazzoletti del Percorso

Ho conosciuto Guglielmo tramite la sua frequentazione con i miei genitori. La sua figura si cominciò a costruire nella mia mente grazie al loro racconto, agli occhi luminosi di mio padre e ai sorrisi distesi di mia madre durante i loro incontri. I miei primi ricordi di lui sono ancorati ai tempi del Percorso e a un’immagine per tutte che rimane forte nel mio ricordo: i fazzoletti con i nodi e i tanti bellissimi colori che avevano. All’epoca riuscivo ad assaporare poco le caratteristiche di innovazione del pensiero politico di quegli anni, ma percepivo in modo forte l’entusiasmo, il coinvolgimento, il senso di appartenenza e la grande voglia di costruire qualcosa assieme che caratterizzava gli appartenenti a quel movimento.
Ho potuto invece conoscere meglio e più approfonditamente Guglielmo durante gli anni della sua esperienza in Regione Puglia. Ho vissuto in primis il suo impegno nelle politiche giovanili e osservato su tanti miei amici più giovani gli effetti delle sue carezze e incoraggiamenti ai loro bollenti spiriti. Poi, negli anni della sua ultima legislatura, ho avuto il piacere di entrare in relazione con lui con maggiore assiduità (continua).

Paoletta Marzocca
“Umanista informaticamente modificata”. Laureata in Scienze dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Bari, specializzata in tecnologie del Semantic Web e conservazione del patrimonio informativo pubblico. Attualmente Project Manager presso InnovaPuglia S.p.A., società in house della Regione Puglia, dove supporta la programmazione strategica per l’Innovazione Digitale, in particolare nei processi di valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale.

La politica del volto

2 agosto. Dieci anni. E già dirlo fa effetto, perché dieci anni sono una misura strana. Sono lunghi abbastanza da cambiare vita, da trasformare abitudini, da dimenticare una voce. Eppure no. Guglielmo resta. Restano i suoi valori, la sua visione, la sua ostinata capacità di scorgere possibilità dove altri vedevano soltanto problemi. Indelebile la sua capacità di far dialogare mondi, generazioni e sensibilità diverse, e di far sì che talenti, fragilità e speranze potessero incontrarsi e camminare insieme. Lui, infatti, vedeva comunità dove gli altri vedevano folla. È una differenza minima che, però, fa cambiare tutto.
E allora dieci anni non sono soltanto assenza. Diventano la responsabilità di custodire e far crescere il suo modo di guardare il mondo. E diventano domande immutabili, pilastri su cui costruire percorsi: “E gli ultimi? Gli ultimi come stanno? Gli ultimi dove sono? Gli ultimi chi li ascolta?” Sono domande scomode perché costringono a girarsi. Dietro, ai margini, nelle pieghe.
2 agosto. Dieci anni. Portiamo in tasca impegno ed eresia. Sulle spalle, un bagaglio di insegnamenti. Lungo la via, ci fermiamo spesso, non per riposare, ma per intrecciare, con chi incontriamo, idee, storie, volti (continua).

Nicola Vero
Nicola Vero da anni si dedica alla costruzione di spazi di partecipazione, alla cura delle relazioni e alla promozione di occasioni di incontro. Il luogo parlante è il laboratorio urbano di Palo del Colle. Ama le periferie, le storie difficili e chi sceglie di restare, crede che le parole possano ancora aprire strade, generare domande e orientare le comunità. Da anni prova a dimostrare che anche un piccolo paese può diventare un laboratorio di futuro. Continua a credere che la bellezza, quando incontra il coraggio, sia capace di cambiare il destino dei luoghi e delle persone.

Il detonatore culturale

Non ricordo tutto di quel primo incontro con Guglielmo, non ricordo le parole che ci siamo detti prima, non ricordo nemmeno quanto durò quella conversazione. Ricordo una frase: “Diventate un detonatore culturale”. Non ci spiegò come fare, non ci consegnò un manuale, ci affidò una responsabilità.
Per mesi quell’augurio mi rese inquieto, volevo capire la strada, ma poi, con gli anni, abbiamo capito: detonatore culturale è ciò che libera un’energia che esiste già. Una comunità dovrebbe non produrre dipendenza ma liberare possibilità. Non riempire spazi, accendere persone. Non organizzare eventi, generare futuro.
Se oggi dovessi spiegare cos’è Rigenera, laboratorio urbano a Palo del Colle, non partirei da un teatro, da un bistrot, da un coworking o dai numeri di questi anni. Direi semplicemente che Rigenera prova, ogni giorno, a fare una cosa: creare le condizioni perché qualcuno scopra di poter cambiare la propria vita insieme agli altri. Il futuro non ha bisogno di eroi, ha bisogno di luoghi che facciano nascere altri protagonisti. Ha bisogno di adulti che abbiano il coraggio di fare un passo indietro perché un ragazzo o una ragazza possa fare un passo avanti. Ha bisogno di istituzioni che smettano di distribuire risposte e ricomincino a costruire domande. Ha bisogno di comunità che scelgano di condividere il destino invece di difendere ciascuna il proprio recinto (continua).

PUOI CONTINUARE A LEGGERE IL TESTO INTEGRALE NEL NUMERO DI AGOSTO 2026, DISPONIBILE NEI PUNTI VENDITA AUTORIZZATI O IN ABBONAMENTO A QUESTO LINK

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