L’ascolto: il filo conduttore dell’amicizia

Storia di relazioni. Tra la prima lettura e il Vangelo si snodano storie di relazioni finite male. Prima quella di Adamo ed Eva con Dio, il quale, nonostante la gravità dell’atto di disobbedienza, l’incapacità di ascolto, cerca l’uomo: dove sei? Quell’uomo che, rendendosi conto di averla fatta proprio grossa, si va a nascondere. Ma Dio si mette sui suoi passi. Non è l’uomo che calca le orme del Creatore, ma, al contrario, il Signore si mette sui passi dell’uomo per cercarlo. È il cammino della misericordia. Dio è misericordioso perché mette le sue orme su quelle minute della creatura. È l’amore che lo spinge a farsi seguace dell’uomo per raggiungerlo, come quando un amico cerca ancora l’altro suo amico anche quando ha subito un torto.
Adamo ed Eva hanno disobbedito, sono stati incapaci di ascoltare la voce di un Dio che li aveva già messi in guardia dal compiere determinati gesti (ob audire = porgere ascolto). È proprio l’incapacità di ascoltare che rovina le relazioni. Quando l’uomo non ascolta, rompe un rapporto di amicizia, alza un muro, rimane indifferente, genera egoismo. Se questo avviene tra uomo e uomo, ciò avviene anche nel rapporto uomo-Dio.
L’incapacità di ascolto genera la deresponsabilizzazione, si scaricano cioè le proprie responsabilità sugli altri: la colpa è sempre degli altri e mai propria! Adamo dà la colpa ad Eva, la quale, a sua volta, dà la colpa al serpente. Questo avviene quando non si assumono le proprie responsabilità. E le relazioni si frantumano.
Nel Vangelo di Marco i familiari di Gesù, quelli della sua stessa cerchia, i suoi amici più intimi, lo prendono per pazzo: è fuori di sé. È all’interno della stessa famiglia di Gesù che viene a spezzarsi il filo delle relazioni. Quando si spezzano le relazioni, si vuole mettere a tacere qualcuno, lo si zittisce con supposizioni di ogni genere, lo si fa tacciare per un pazzo, quasi non lo si riconosce più. È ciò che avviene con Gesù, ritenuto dai suoi un pazzo e dalle autorità religiose un indemoniato. Solo perché parla di relazioni vere, fondate sull’amicizia, generate dalla stima reciproca, alimentate dal rispetto, curate dalle attenzioni. 
Gesù va oltre. Le relazioni non sono solo quelle di sangue, ma si estendono a tutta la comunità: Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre. Il Nazareno parla di amicizie, rapporti confidenziali tra amici, complicità amichevole. Insomma, egli parla di amici. Lo aveva detto da qualche altra parte: Voi siete miei amici (Gv 15, 14).
Una vera relazione si stabilisce quando si fonda sull’amicizia disinteressata, confidenziale, rispettosa, coerente, complice, dove la capacità di ascoltarsi vicendevolmente sta alla base di tutto, anche dicendosi le cose in faccia. Se tutto questo vale tra esseri umani, tanto più con Dio, il quale va ascoltato e lui stesso ci ascolta; va amato e ci ama; va rispettato e ci rispetta; gli si confidano le cose più intime ed egli ci confida lui stesso, il suo eterno amore; dobbiamo essergli fedeli, lui è fedele anche quando lo si tradisce.

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