Nel pomeriggio del Venerdì di Passione, dalla chiesa di S. Maria Consolatrice degli Afflitti o, popolarmente, “del Purgatorio” (“du Prëgatórjë”), sede dell’Arciconfraternita della Morte dal “sacco nero”, ha inizio la processione dell’Addolorata. Nel tempo si sono avvicendati più simulacri. Un verbale redatto nel 1865 riporta che il 20 marzo 1864 i confratelli incaricarono il priore Matteo De Judicibus di commissionare una nuova statua, impegnandosi a versare quattro carlini ciascuno. Questa immagine fu recata in processione fino al 1906. La somma anzidetta, pari a 4/10 di ducato napoletano ossia a 1,70 lire italiane, corrispondeva a 10 trappesi e 6 acini di argento fino, equivalenti a 7,646 grammi. La “Legge fondamentale” del 24 agosto 1862 aveva introdotto la Lira, abolendo le valute preunitarie; nondimeno nel Meridione si continuò ancora per anni a computare in moneta borbonica. Nel luglio 1906 il priore Pietro Gadaleta donò all’Arciconfraternita una nuova statua, che sfilò dall’anno seguente. Con missiva del 3 giugno 1957 inviata da Hoboken (New Jersey, USA), sede di una numerosa comunità di origine molfettese, la devota Antonietta Magarelli offrì, «a perenne ricordo e devozione», una nuova statua dell’Addolorata, opera dello scultore Giulio Cozzoli da poco scomparso, per sostituire la precedente immagine. Invero la testa della statua, rimasta incompiuta, fu ultimata da Maurangelo Cozzoli, nipote dell’Artista. L’Arciconfraternita accettò all’unanimità questa donazione, che permise altresì di completare il rinnovamento dei simulacri iniziato nel 1907. La statua obsoleta venne custodita dal 1958 al ’62 nella chiesa della Morte, indi fu traslata nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, dov’è tuttora possibile ammirarla. Una precedente versione dell’Addolorata (mancano ulteriori notizie), conservata nella cappella cimiteriale dell’Arciconfraternita, venne trafugata anni fa. In ora antelucana del Venerdì Santo muove dalla chiesa di S. Stefano, popolarmente detta “la Parrëcchiéddë” (“la Parrocchietta”), sede dell’omonima Arciconfraternita dal “sacco rosso”, la processione dei “Misteri”, in vernacolo “dë rë stàtëlë a lê nêutë” (“delle statue ignude”), poiché solo il primo e il quarto dei cinque simulacri lignei presentano una veste completa. È verosimile che queste artistiche statue siano le prime recate in processione a Molfetta.
Compongono il corteo, nell’ordine: “Cristë all’Uërtë” (Cristo all’Orto o Gesù nel Getsemani), “Cristë a la chëlónnë” (Cristo legato alla colonna o Gesù flagellato), “Cristë a la chênnèddë” (Cristo con la canna o “Ecce Homo”), “Cristë o Calvàrjë” o “a la cròëscë” (Cristo al Calvario o Gesù sotto la croce) e “Cristë mùërtë” (Cristo morto o Gesù deposto). Ignota è la provenienza di queste pregevoli immagini. Secondo voci popolari, furono scolpite a Venezia, forse nel 1525, da tale Giacomo Fielle. Ma questo artista, secondo le approfondite ricerche effettuate dagli indimenticati Gerardo de Marco e Orazio Panunzio, risulta sconosciuto e peraltro né tale cognome né le statue sembrano di origine veneziana. Ignoto altresì è l’autore del simulacro, scolpito a Napoli nel 1859, che rimpiazzò il “Cristo all’Orto”, corroso dal tarlo. È stato attribuito a tale Gaetano Larocca, ma questo nome non compare tra i pur numerosi intagliatori partenopei dell’800. Il rifacimento del simulacro costò 200 ducati, pari a 850 lire, ossia l’equivalente di 246,77 grammi di oro o di 3,824 kg di argento fino.
La chiesa di S. Stefano subì gravi danni in seguito al saccheggio della città perpetrato nel 1529 da francesi e veneziani; i lavori di ricostruzione ed ampliamento terminarono il 1586. È presumibile pertanto che, se l’Arciconfraternita le avesse acquisite prima di quell’evento, le statue sarebbero state trafugate o distrutte. Il primo documento attestante la presenza dei “Misteri” nella chiesa di S. Stefano è la “S. Visita De Bellis-Sarnelli 1699”, custodito nell’Archivio Diocesano di Molfetta. Nel 1698 mons. Domenico Bellisario de Bellis aveva appena iniziato la sacra Visita quando Innocenzo XII gli conferì la prestigiosa carica di vice-gerente. L’anno successivo, affinché la Diocesi non risentisse della sua assenza, affidò il proseguimento della Visita a Pompeo Sarnelli, vescovo di Bisceglie. È probabile che le statue, come altre immagini presenti nelle chiese del Napoletano, siano opera di artisti meridionali attivi nella seconda metà del ’500 e oltre. Suggestiva è infine l’ipotesi, prospettata da mons. Pietro Amato in una conferenza tenuta il 6 marzo 1982 nella chiesa di S. Stefano, di una possibile attribuzione al molfettese De Salepicis, ignorato dai più ma menzionato da Cesare Monna, vissuto tra il ’600 e il ’700, quale valente intagliatore.
La cartolina recante la dicitura “Molfetta-Chiesa del Purgatorio”, spedita il 16 marzo 1952, mostra una panoramica, ripresa dell’indimenticato fotografo Domenico Marcotrigiano, del “Sepolcro” (in realtà è una “Reposizione” eucaristica) ivi allestito. La terza statua da sinistra, la Maddalena, santa compatrona dell’Arciconfraternita della Morte, non è l’attuale, opera del Cozzoli, donata dai coniugi Leonardo De Nichilo e Consiglia Carabellese ed apparsa per la prima volta in processione il 31 marzo 1956, ma il terzo dei cinque simulacri succedutisi nel tempo. Il primo, ligneo e del ’700, la raffigurava in piedi e con un teschio nella mano destra. Il successivo, scolpito ad Ortisei, riproduceva la Maddalena con una lunga capigliatura sciolta sulla spalla sinistra, il ginocchio destro poggiato al suolo e le mani congiunte sulla gamba sinistra; comparve in processione solo nel 1926. La terza versione fu realizzata del pari ad Ortisei. Poiché rappresentava la Santa con un crocifisso nella destra e la mano sinistra sul cuore, era sovente scambiata per l’immagine del Sacro Cuore di Maria.
Nel 1950 Cozzoli modellò in cartapesta una nuova versione, ma l’Autorità ecclesiastica la ritenne inadatta alla processione, poiché alquanto vistosa e discinta. La seconda statua da destra, scolpita in legno ad Ortisei e raffigurante Maria Salome, venne introdotta nel 1928 per completare “le tre Marie”, essendo già presenti Maria Cleofa e la Maddalena. Nel 1951 Cozzoli realizzò di sua iniziativa un’immagine in cartapesta che, acquistata due anni dopo dall’Arciconfraternita della Morte, fu subito recata in processione soppiantando il precedente simulacro. Modellando una dopo l’altra le nuove immagini, l’Artista conferì uniformità stilistica ed una peculiare fisionomia alla processione “dë rë stàtëlë (delle statue) du Prëgatórjë”. I simulacri obsoleti venivano depositati nella chiesa della Morte; sottoposti a restauro, sono custoditi ormai da tempo presso il Seminario Vescovile.
La prima statua del Cozzoli che apparve in processione fu la Veronica, nel 1907. Innovativa rispetto alla precedente versione lignea del Settecento, presenta le sembianze di una giovane donna orientale; il volto rende con immediatezza lo stupore e il turbamento per l’inattesa comparsa, sul sudario, del volto sanguinante di Gesù. In origine aveva le braccia scoperte e vistosi monili alle orecchie; il viso del Redentore era disegnato a pastello su tela. Ma dopo qualche anno questa immagine sbiadì. Cozzoli ovviò all’inconveniente modellando nel 1913 un sudario in cartapesta col volto dipinto ad olio. Ma, essendo più pesante, dovette rinforzare le braccia apponendo maniche in cartapesta dall’articolato panneggio; scomparvero nel contempo i vistosi orecchini dorati. È del 1924 il simulacro di S. Maria di Cleofa recante i chiodi e la corona di spine, reliquie della Passione. Nel 1914 Cozzoli aveva modellato una prima versione; ma, poiché più alta delle altre statue, ne conservò solo il semibusto. Anche la statua di S. Giovanni, realizzata nel 1927, rimpiazzò un’analoga scultura lignea dell’800, risultando invero più slanciata in relazione alla giovane età del discepolo. Nel 1948 apparve l’attuale simulacro di S. Pietro. Inizialmente non fu accolto con favore, poiché la gente era legata all’immagine precedente, detta popolarmente con affetto “u tëgnéusë” (“il tignoso”) per la calvizie, invero accentuata rispetto all’età dell’Apostolo (43 anni) all’epoca della Passione. Il volto esprime magistralmente il suo stupore al ricordo della profezia di Gesù: «Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte» (Matteo 26,75). La raffigurazione del gallo deriva da un accurato studio dal vero su un esemplare di grossa taglia e combattivo allevato in casa del notaio Polito. Anche la “Pietà” reca l’impronta del Cozzoli. L’Artista infatti aveva modellato di propria iniziativa un “Cristo morto” anatomicamente dettagliato e dall’intensa posa espressiva. Acquisito dall’Arciconfraternita, sostituì nel 1908 il precedente simulacro ligneo, meno artistico e peraltro deteriorato. In seguito Cozzoli approntò una nuova base, realizzò un masso in cartapesta per distanziare adeguatamente la croce e ritoccò inoltre il volto della settecentesca Madonna, accentuandone l’espressione di dolore.
L’ultima cartolina, risalente agli anni ’10 del secolo scorso, mostra il rientro della “Pietà” al termine della processione. Dalla metà del ’700 al 1955 quest’ultima si svolse dalle prime ore notturne del Venerdì Santo al mattino seguente. Nel rispetto di un’antica tradizione, nell’ultimo tratto la “Pietà” è recata a spalla da quattro sacerdoti in cotta e stola; il cambio dei portatori avviene all’altezza dei civici 91-93 dell’odierno corso Dante, vecchia sede dell’ex caffè “Chëzzelìcchië”, così denominato poiché gestito dai fratelli Cozzoli. Dietro il baldacchino si riconosce la Banda Garibaldina, nella caratteristica uniforme (giubba e berretto rossi, pantaloni blu). L’insegna ovale sulla destra apparteneva all’ufficio postale-telegrafico di seconda classe autorizzato dal Ministero il 31 gennaio 1904 ed operante dal 16 agosto seguente al civico 58. All’epoca l’ufficio principale aveva sede al n. 42 di largo S. Angelo.
Corrado Minervini, L’Addolorata, i misteriosi “Misteri” e “rë stàtëlë du Prëgatórjë”, L’altra Molfetta, Anno XXXIX, n. 4, aprile 2023, pagg. 26-28.
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