Correva l’anno 1992. Eravamo più giovani, studenti universitari alle prese con i manuali di storia e di diritto. Senza web, smartphone e social. Inebriati soltanto d’ideali, con la voglia di saltare oltre quel muro dorato che gli adulti ci avevano costruito per proteggerci dal mondo. Quel mondo che già da qualche anno addietro iniziava a mostrare i primi segni di cedimento, di trasformazione, immediatamente dopo la caduta di quell’altro muro che di dorato non aveva nulla. Lo sfaldamento del blocco comunista, la Prima Guerra del Golfo, il grande esodo di profughi albanesi e poi Tangentopoli nel pieno clima delle stragi di Capaci e di via d’Amelio, nel cui intermezzo si consumava in città l’eccidio Carnicella. Frustoli di storia che ci hanno sbiadito l’età, e che per certi versi continuano a rincorrerci fino ai nostri giorni. Come se niente fosse accaduto, come se niente avessimo imparato.
Sembrano lontanissimi i giorni dell’arresto di Mario Chiesa, esponente del Partito Socialista a Milano, sorpreso dai carabinieri mentre incassava una tangente di 7 milioni di lire dall’imprenditore Luca Magni. Quel Mario Chiesa che aveva iniziato la sua “carriera” politica proprio come Assessore ai Lavori Pubblici nel capoluogo lombardo. Quel Mario Chiesa che fu definito un “mariuolo isolato” da Bettino Craxi, ma che al contrario si aprì come il vaso di Pandora sapientemente scoperchiato da Antonio Di Pietro che, insieme ai suoi colleghi del cosiddetto Pool Mani Pulite, aveva “scoperto” la squallida collusione fra politica e imprenditoria. Una vera bomba scoppiata alla vigilia della campagna elettorale per le elezioni politiche nazionali, l’ultima tornata che avrebbe poi sancito la fine della Prima Repubblica.
Ma qui non siamo a Milano, e non siamo nemmeno nei primi anni novanta. Siamo a Molfetta, trent’anni dopo, e su scala ridotta la storia si è ripetuta. Come del resto si è replicata in tutti questi anni in altre città, da nord a sud dell’Italia, perché soltanto nella corruzione non c’è alcun divario tra settentrione e meridione. E così, nostro malgrado, Molfetta è tornata alla ribalta della cronaca nazionale con l’operazione “Fantasia al potere”. Gli inquirenti si saranno ispirati al famoso slogan sessantottino, quando quella scritta capeggiava sui muri delle città e un po’ ovunque esprimeva il desiderio di trasgredire gli schemi dominanti. Trasgredire, dal latino transgredi, andare oltre. Ed è ciò che è accaduto oggi in città, si è andato oltre il rispetto dei propri ruoli, delle proprie funzioni ma, soprattutto, oltre il rispetto di una comunità che si è vista tradire sistematicamente – secondo la prospettazione della Procura di Trani – da alcuni faccendieri prestati alla politica che al bene comune hanno preferito illecitamente il bene delle proprie tasche. Così si è pronunciato il Giudice per le Indagini Preliminari, la Dottoressa Rossella Volpe, nell’ordinanza di applicazione delle misure cautelari: «L’attività di indagine ha posto in luce un più che collaudato contesto illecito nel quale, i protagonisti principali, Caputo Mariano e Lisena Orazio, nelle rispettive vesti di pubblici ufficiali ricoperte nell’organigramma del Comune di Molfetta, non hanno esitato a porre in essere, anche avvalendosi di altri dipendenti, plurimi atti contrari ai doveri d’ufficio».
Ecco, noi non ci lasciamo sedurre dal fascino evanescente di voler esprimere una personale considerazione in merito ai presunti reati e, soprattutto, nei confronti di tutti gli indagati. Ma abbiamo il dovere sacrosanto, come intermediari dell’informazione, di documentare con giusti criteri i cittadini sui fatti di cronaca. Per questa ragione, premesso che ognuno potrà eventualmente dimostrare la propria innocenza rispetto alle gravi accuse mosse dalla Procura di Trani (nonostante le prove compromettenti rivenienti da intercettazioni ambientali, telefoniche e video), abbiamo preferito pubblicare diversi estratti degli atti giudiziari nelle pagine a seguire. Ma non con lo scopo inutile di promuovere o alimentare lo sterile pettegolezzo, ma con l’obiettivo che i cittadini possano anche in questo modo prendere maggiormente coscienza di quanta corresponsabilità indiretta si detiene nella scelta non ponderata di “certe” preferenze nella cabina elettorale.
Ci vengono in mente adesso le parole profetiche di don Tonino Bello, e con esse terminiamo, quando rivolgendosi agli “operatori della politica” asseriva: «Non saranno né le riforme istituzionali, né la metamorfosi degli stemmi di partito a garantire quelle svolte di cui parlate da secoli: finché introdurrete nelle vostre panificazioni tanto lievito antico, avremo tutto il diritto di dubitare della vostra sincerità di rinnovamento».
E di lievito antico ce n’è tanto ancora. Per questa ragione la storia si ripete.
Sergio Magarelli, La storia si ripete, L’altra Molfetta, Anno XXXVII, n. 7, luglio 2021, pag. 9.
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