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La sfida del nuovo sindaco: il valore della competenza nella scelta degli assessori

Ma davvero il consenso elettorale può essere l'unico criterio per governare?

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I giorni più delicati per un neo sindaco sono quelli in cui bisogna trasformare una coalizione elettorale in una squadra di governo capace di amministrare una città.
Per decenni, nella composizione delle giunte comunali, ha prevalso il cosiddetto “metodo Cencelli”: una distribuzione degli incarichi basata sugli equilibri tra partiti, liste e correnti. Oggi, però, il rischio è diverso. Accanto alle tradizionali richieste dei gruppi politici, emergono le pretese di alcuni consiglieri appena eletti che, forti del risultato personale ottenuto dalle urne, rivendicano assessorati o presidenze come se fossero una naturale conseguenza del numero di preferenze raccolte.
Ma davvero il consenso elettorale può essere l’unico criterio per governare?
La domanda è particolarmente importante quando i risultati personali sono stati costruiti attraverso meccanismi che meritano una riflessione più approfondita. In molti casi, infatti, il successo di alcuni candidati è stato favorito dalla costruzione di cordate elettorali legate alla doppia preferenza di genere. Uno strumento nato per favorire la rappresentanza femminile, che talvolta rischia di essere utilizzato come semplice moltiplicatore di consenso per candidati già individuati come destinatari finali dei voti.
Sarebbe opportuno ascoltare anche la voce di tante candidate che hanno contribuito in maniera determinante all’elezione di alcuni colleghi. Senza quel sostegno, certi risultati sarebbero stati probabilmente molto diversi.
Il punto, tuttavia, non è mettere in discussione la legittimità dell’elezione di nessuno. Chi è stato scelto dagli elettori merita rispetto. Il problema nasce quando si confonde l’elezione con la competenza amministrativa e il consenso con il diritto automatico a governare.
Amministrare una città richiede preparazione, esperienza, capacità di confronto, conoscenza delle materie e senso delle istituzioni. Non basta essere il più votato della propria lista per diventare automaticamente assessore. Così come non basta la popolarità costruita sui social, le fotografie con esponenti politici nazionali o regionali, o una presenza costante nella vita pubblica cittadina come prezzemolo in tutte le minestre.
Chi entra per la prima volta in Consiglio Comunale dovrebbe vivere il proprio mandato con spirito di servizio e umiltà istituzionale. Fare esperienza, studiare i problemi della città, contribuire al lavoro dell’assemblea e dimostrare sul campo il proprio valore politico e amministrativo.
Per questo motivo, il sindaco Manuel Minervini si trova davanti a una scelta decisiva. Cedere alle pressioni dei singoli o costruire una squadra all’altezza delle sfide che attendono Molfetta.
Una possibile soluzione esiste. Il sindaco potrebbe chiedere a ciascun gruppo della coalizione di indicare una rosa di nomi qualificati per ogni settore amministrativo. Professionisti, esperti e personalità con competenze specifiche e comprovate. A quel punto spetterebbe esclusivamente al sindaco scegliere chi, tra i candidati proposti, possieda le caratteristiche migliori per ricoprire l’incarico.
Sarebbe un metodo capace di coniugare rappresentanza politica e competenza tecnica, restituendo centralità al ruolo del sindaco e mettendo al riparo la nuova amministrazione da logiche spartitorie o da presunte primogeniture fondate esclusivamente sul numero delle preferenze.
Il cambiamento che tanti cittadini hanno chiesto non può esaurirsi nel risultato elettorale. Deve manifestarsi soprattutto nelle scelte che seguono. Perché una giunta costruita per soddisfare ambizioni personali rischia di fallire prima ancora di iniziare il proprio lavoro.
Molfetta ha bisogno di amministratori capaci, non di vincitori da premiare. E questa sarà la prima vera prova del nuovo corso politico.

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