Ancora una volta la politica delle “riserve indiane” sembra prevalere. Si prende tempo, si rinvia, si attende che le scadenze si avvicinino, come se il confronto potesse maturare spontaneamente nelle ultime settimane prima del voto. È un copione già visto, che rischia di riproporsi anche in vista delle elezioni comunali del maggio 2026.
Il ritardo accumulato non è un semplice dettaglio organizzativo, ma un problema politico rilevante. In assenza di un percorso chiaro e condiviso, diventa difficile individuare per tempo un candidato sindaco credibile, capace di parlare all’intera città e, soprattutto, di contrastare un astensionismo che potrebbe avvicinarsi alla soglia del 70%. Una percentuale di questa portata non rappresenterebbe solo un dato statistico, ma il segnale di una frattura profonda tra cittadini e istituzioni.
Da oltre venticinque anni l’area progressista molfettese fatica a costruire un progetto di lungo periodo. Alle scadenze elettorali si arriva senza un programma consolidato e, prima ancora, senza un’opposizione riconoscibile e incisiva. Manca una leadership autorevole e non si è formato un ricambio generazionale strutturato: una nuova classe dirigente giovane, competente e moralmente credibile agli occhi dei cittadini. Prevale, invece, una logica di appartenenza ristretta, più attenta agli equilibri interni che all’ampliamento del consenso.
Il confronto si sviluppa prevalentemente nei circuiti consueti: social network, associazioni, movimenti e gruppi che, pur animati da impegno sincero, finiscono per coinvolgere sempre le stesse persone. Il bacino elettorale resta sostanzialmente invariato, stimabile in poche migliaia di cittadini. Nel frattempo, decine di migliaia di molfettesi rimangono estranei a questo dibattito: non intercettati, non coinvolti, talvolta neppure informati dell’esistenza di un’alternativa politica strutturata.
La questione, allora, non è soltanto scegliere un candidato, ma ridefinire un metodo. Servono tempi certi, un percorso pubblico e trasparente di costruzione del programma, momenti di ascolto nei quartieri, nei luoghi di lavoro, tra i giovani e tra chi oggi non vota. Tutto deve cominciare il giorno successivo alla chiusura della campagna elettorale, qualunque sia il risultato. Occorre ampliare realmente il perimetro, superando schemi ideologici che negli anni si sono rivelati insufficienti non solo a vincere, ma prima ancora a convincere.
Se l’obiettivo è cambiare la guida politica della città, la priorità deve essere la ricostruzione della fiducia. Senza fiducia non c’è partecipazione; senza partecipazione non esiste una democrazia sostanziale. Continuare a rinviare significa accettare una marginalità crescente. Accelerare il processo, invece, vuol dire assumersi la responsabilità di parlare non soltanto ai già convinti, ma a quella parte ampia e silenziosa della città che oggi osserva da lontano.
Ultimo punto, ma di primaria importanza, è l’autonomia del progetto politico locale, che deve rimanere libero da influenze e diktat provinciali e regionali. Il tempo delle attese tattiche è finito: è necessario aprire una fase nuova, inclusiva e coraggiosa, capace di restituire senso alla partecipazione e credibilità a un progetto politico che ambisca realmente a governare e non a vivacchiare.



























