Nel dibattito pubblico delle ultime ore emerge, a volte, l’immagine della “torre eburnea”. È una formula efficace che serve a suggerire distanza, superiorità, disimpegno. Ma prima di usarla bisognerebbe chiedersi chi, in questi anni, ha scelto davvero la distanza e chi, invece, ha pagato un prezzo personale per non tacere.
Chiedere metodo, trasparenza, autonomia nelle scelte non significa guardare la città dall’alto. Significa restare dentro le sue contraddizioni, anche quando è scomodo. Significa denunciare malcostumi, pratiche opache, zone grigie, senza selezionare le critiche in base alla convenienza del momento. Non è una postura estetica: è una responsabilità civile.
Il punto non è “sparare nel mucchio”. Il punto è che, quando per troppo tempo si evitano alcune domande, quelle domande prima o poi tornano. E non basta accusare chi le pone di alimentare sfiducia. La sfiducia nasce quando i cittadini percepiscono silenzi, tatticismi, decisioni prese altrove.
Anche sull’autonomia politica locale si fa spesso confusione. Nessuno mette in discussione l’esistenza di strutture organizzate e livelli territoriali. Ma un progetto politico cittadino, se vuole essere credibile, deve assumersi qui la responsabilità delle proprie scelte. L’autonomia non è isolamento, è maturità politica. Senza di essa, il territorio rischia di diventare semplice cinghia di trasmissione di un sistema.
Si dice che la critica alimenti l’astensionismo. È una narrazione lineare, rassicurante, quasi da “cantastorie”, c’è chi disturba l’armonia del racconto e quindi diventa la causa del disincanto. Ma la realtà è meno fiabesca. L’astensione cresce quando i cittadini avvertono che certe dinamiche si ripetono immutate, che il confronto è rituale, che il dissenso viene etichettato anziché ascoltato.
La democrazia non vive solo negli organismi interni ai partiti. Vive anche nella denuncia, nel controllo civico, nella voce di chi — da anni — sceglie di non voltarsi dall’altra parte. È facile parlare di responsabilità quando non si è mai pagato un prezzo per esercitarla.
In fondo, la vera alternativa non è tra chi sta “dentro” e chi sta “fuori”. È tra chi considera la politica una narrazione da proteggere e chi la considera un terreno da bonificare, anche quando costa fatica, isolamento o attacchi personali. La prima rassicura. La seconda espone. Ma solo la seconda, forse, può cambiare davvero le cose. Difendere un racconto è più semplice: basta mantenerne intatta la trama. Mettere mano alla realtà è più rischioso: significa accettare che qualcosa non funzioni e avere il coraggio di dirlo.
Io non ho mai abitato torri. Ho abitato conflitti, querele, isolamento, perfino la paura delle bombe e per la propria incolumità fisica. Eppure continuo a pensare che il silenzio sarebbe stato più comodo, ma meno giusto. Se questo è stare in una “torre eburnea”, allora forse dovremmo chiederci dove si trovi davvero la distanza: in chi pone domande scomode, o in chi preferisce raccontare che tutto, in fondo, va bene così.



























