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La politica davanti al giudizio di don Tonino

Nel XXXIII anniversario del Dies Natalis

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Nel XXXIII anniversario della morte di don Tonino Bello, in piena campagna elettorale per le amministrative 2026, Molfetta si trova davanti a un profilo scomodo. Infatti, se c’è un tratto del magistero civile di don Tonino che oggi torna con estrema attualità, è proprio il suo pensiero sulla politica, intesa non come mestiere di gestione del consenso, non come recinto di appartenenze, ma come responsabilità altissima verso il bene comune e soprattutto verso gli ultimi.
Don Tonino la definiva, con un’espressione ripresa dalla Gaudium et spes, «arte nobile e difficile». Tre parole che, rilette oggi, suonano come un giudizio impietoso sull’attuale regressione dell’impegno politico molfettese.
Arte, anzitutto. Perché, diceva, «è un delitto lasciare la politica agli avventurieri, è un sacrilegio relegarla nelle mani di incompetenti che non studiano le leggi, che non vanno in fondo ai problemi, che snobbano le fatiche metodologiche della ricerca e magari pensano di salvarsi con il buon cuore senza adoperare il buon cervello».
È difficile trovare una definizione più netta per denunciare la superficialità, l’improvvisazione, il pressappochismo che troppo spesso avvelenano la vita pubblica, dove la politica anziché essere studio, visione, disciplina, fatica, diventa inevitabilmente propaganda, tattica, recita. Ma la politica, per don Tonino, è anche nobile.
Nobile «perché legata al mistico rigore di alte idealità, perché emergente da incoercibili esigenze di progresso, di pace, di giustizia, di libertà. Nobile perché ha come fine il riconoscimento della dignità della persona umana, nella sua dimensione individuale e comunitaria». Qui risiede la vera distanza tra il suo insegnamento e certa politica di oggi: nella perdita della nobiltà. Non troppo nel senso estetico o moralistico del termine, ma nel venir meno di quella tensione alta che fa dell’amministrazione pubblica un servizio e non una rendita. Quando il primato del bene comune viene scalzato dal calcolo, dalla convenienza, dalla logica di schieramento, la politica decade. E con essa decade la città. Infine, la politica è difficile.
Difficile «perché le sue regole non sono assolute e imperiture», perché esige il confronto, il conflitto regolato, il pluralismo, la fatica del discernimento. Ma soprattutto, spiegava don Tonino, è difficile «perché richiede, nei credenti in modo particolare, la presa di coscienza della autonomia politica da ogni ipoteca confessionale e il riconoscimento della sua laicità e della sua mondanità. Difficile perché significa sottrarsi alla tentazione, sempre in agguato, dell’integrismo». È un passaggio fondamentale ancora oggi. Perché sottrae la politica a ogni uso strumentale del sacro e, insieme, sottrae il linguaggio religioso a ogni complicità con il potere. Don Tonino non offriva sponde identitarie a nessuno. Chiedeva libertà interiore, rigore etico, autonomia critica. Esattamente il contrario di quel meccanismo per cui ci si accosta alla sua memoria per riceverne una legittimazione simbolica senza assumerne la radicalità.
Ed è qui che il discorso si fa inevitabilmente più provocatorio. Perché nelle parole rivolte ai politici, don Tonino non feriva per guarire: «Quale spazio ha la persona nei nostri impianti? Quale rispetto abbiamo del bene comune e della sua indiscussa sovranità su tutte le altre visioni, compresa anche l’affermazione e l’avanzata del proprio partito?». E ancora: «Ci rendiamo conto che i rallentamenti delle nostre città sono dovuti ai calcoli di scuderia, alla prevalenza degli interessi di parte sull’interesse della gente, alle meschine strumentalizzazioni dello scontento popolare che può tornar comodo domani ai nostri progetti partigiani?».
Sono domande che sembrano scritte per l’oggi. Per Molfetta. Per una stagione in cui la politica appare troppo spesso ripiegata su se stessa, prigioniera di appartenenze, personalismi, rendite di posizione, schermaglie di corto respiro.
L’interrogativo più tagliente resta quello che attraversa il tempo come una lama: «Chi stiamo servendo, il bene comune o la carriera personale? Il popolo o lo stemma? Il municipio o la sezione? Il tricolore o la bandiera del partito?». Dentro questa sequenza c’è tutto il nucleo della crisi contemporanea. Perché la regressione dell’impegno politico non consiste solo nel calo della qualità amministrativa o nell’impoverimento del dibattito pubblico. Consiste, più a fondo, nello slittamento del fine: la città non è più il centro ma il pretesto e i cittadini non sono più il terreno del servizio ma l’occasione del posizionamento.
Don Tonino andava ancora oltre, spingendo la coscienza pubblica a misurarsi con il tribunale più esigente, quello dei poveri: «A chi facciamo pagare l’estratto conto dei nostri ritardi? La bolletta dei nostri sterili blateramenti? Le cambiali, purtroppo spesso rinnovate, di una fiducia sistematicamente tradita? Quale rispetto abbiamo per i poveri? Quanta indifferenza nutriamo per la loro rabbia impotente?». È qui il punto decisivo. La politica, nel suo pensiero, non si giudica dalle dichiarazioni, ma dalle ferite che sceglie di vedere e dalle sofferenze che decide di assumere come priorità: «Quale forza d’urto sulla nostra anima si sprigiona dalle sofferenze degli ultimi? Dalla disoccupazione imperante? Dalla mancanza di case? Dalla miseria morale in cui versa tanta gente?».
Non c’è memoria autentica di don Tonino che possa prescindere da queste domande. E non c’è celebrazione credibile che possa eluderle. Per questo colpisce, e non poco, lo spettacolo ricorrente di amministratori e rappresentanti politici che partecipano puntualmente, spesso in prima fila, alle celebrazioni, agli anniversari, agli eventi dedicati al Venerabile Tonino Bello, salvo poi praticare una politica che del suo insegnamento trattiene al massimo il lessico, non certo la sostanza.
È, tuttavia, una contraddizione che interpella tutti. Perché onorare don Tonino non significa presidiare una commemorazione, significa lasciarsi giudicare dalle sue parole, significa accettare che quel nome smascheri ambiguità, ritardi, ipocrisie, compromessi. La sua memoria non può diventare un ornamento civile, buono per tutte le stagioni. Né una riserva simbolica da cui attingere prestigio morale senza pagare il prezzo della coerenza. Il rischio, altrimenti, è quello che la città trasformi il suo vescovo più profetico in una figura innocua, unanimemente celebrata perché non più davvero ascoltata. Ma don Tonino non è mai stato innocuo. La sua forza stava nella «denunzia contro il potere», nella capacità di «stimolare i politici, di disturbare ipocriti equilibri, di scoprire la vanità di presuntuosi disegni». E questa forza gli veniva dalla fede, cioè da una libertà non negoziabile davanti ai giochi del consenso. Ecco perché oggi il modo migliore per ricordarlo è restituirgli la sua voce inquieta.
In una campagna elettorale che moltiplica slogan, promesse e rituali, Molfetta avrebbe bisogno precisamente di questo. Non di un don Tonino “santino”, ma di un don Tonino criterio, di una conversione politica all’altezza delle sue parole: «Siamo disposti a pagare prezzi da capogiro, e a rimettere anche prestigio e carriera e poltrona e “brillante avvenire” pur di perseguire ad ogni costo il bene comune?». È la domanda delle domande. E separa, oggi come allora, la politica dal carrierismo, il servizio dall’ambizione, la città reale dalla sua narrazione.
Nel XXXIII anniversario della sua morte, il tributo più vero che Molfetta possa rendere a don Tonino Bello è smettere di usarne il ricordo come copertura morale e ricominciare a misurarsi con la radicalità del suo messaggio. Se la politica è davvero «arte nobile e difficile», allora deve tornare a essere competenza, tensione ideale, disciplina del bene comune, ascolto degli ultimi, libertà dai conformismi, coraggio della verità. Tutto il resto – le prime file, le parole di circostanza, gli omaggi obbligati, le presenze rituali – rischia di essere soltanto ciò che don Tonino avrebbe riconosciuto subito: la forma elegante di una coerenza mancata.

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