La Médonnë du Trëmëlizzë

All’alba di sabato 11 maggio 1560 molte città costiere della Puglia vennero svegliate da un potente terremoto che causò ingenti rovine e numerosissime vittime nei paesi interessati. Da ricerche da me effettuate presso l’Osservatorio di Geofisica e Fisica Cosmica dell’Università degli Studi di Bari, il sisma si verificò alle ore 4,40 di quel giorno, fu dell’8° grado della scala Mercalli, pari a magnitudo 6.4 della scala Richter ed ebbe il suo epicentro al largo della costa tra Bisceglie e Barletta. In particolare, a Giovinazzo furono danneggiati alcuni vecchi edifici e fu lesionata una delle due torri campanarie (torre di sud-est) della Cattedrale. La torre fu restaurata durante l’episcopato di Mons. Juan Antolinez Brecianos de la Ribera (vescovo spagnolo di Giovinazzo dal 1549 al 1574), mentre l’altro campanile fu rifabbricato con disegno differente dall’antico, in stile neo classico.
La scossa fu avvertita fortemente a Bari e Molfetta, dove raggiunse l’intensità della 5° grado della scala Mercalli, nonché a Napoli e parte delle Campania. L’evento tellurico si ripeté una settimana dopo, il 18 maggio, alle ore 9 del mattino, questa volta con scosse di intensità pari al 3° grado della scala Mercalli. Si tenga presente che la scala Mercalli è composta da 12 gradi di effetti sull’ambiente, da quello strumentale a quello catastrofico.
Molfetta fu risparmiata dalle conseguenze disastrose di quel terremoto grazie alla protezione della Madonna dei Martiri. Infatti, gli abitanti riversatisi tutti nel borgo cittadino, in preda alle lacrime, alla paura e a un forte senso di angoscia, si rivolsero tutti verso quel Santuario che dal mare volge la sua bianca facciata verso l’intera città di Molfetta, supplicando l’intercessione della Vergine, Regina dei Martiri, affinché il terremoto non arrecasse danni e soprattutto vittime: [i]Médonne de le Mérter’a Méri salvece do tremelizze[/i] (Madonna dei Martiri Maria salvaci dal terremoto), pensiamo fosse la loro accorata invocazione in quel terribile momento. La preghiera fu esaudita. Molfetta risultò indenne e nessun cittadino venne ferito.
Il popolo, commosso e grato, non solo volle far applicare l’effige della Madonna dei Martiri sullo stemma cittadino (che ancora oggi si può osservare in via Piazza, dove anticamente era presente il seggio dei nobili), ma fecero il voto col Vescovo pro tempore, Nicolò Maiorani, di ringraziare solennemente la Vergine dei Martiri il giorno 11 maggio di ogni anno. Pare che il Vescovo Maiorani (nativo di Melpignano e nominato Vescovo nel 1553 da Papa Giulio III) fosse rimasto talmente scioccato dall’evento tellurico che dopo pochi anni da quell’evento preferì lasciare l’incarico episcopale a suo nipote Maiorano Maiorani (1566-1597) e dedicarsi come bibliotecario alla Biblioteca Vaticana.
Ancora oggi, quando vediamo lampadari che oscillano, armadi che ballano, letti che tremano il nostro primo pensiero è alla Vergine dei Martiri, affinché ci protegga. Infatti, la terra fa paura quando trema, perché è qualcosa che sfugge al nostro controllo. Credo che non sia possibile raccontare, a livello di sensazione, che cosa significhi sentire una scossa di terremoto. Viene a mancare, in un attimo, la certezza e l’abitudine del nostro rifugio, perché sentiamo la casa come una trappola mortale dalla quale desideriamo fuggire in preda a panico, paura e angoscia. Ma fuggire dove? Nella incertezza più assoluta. Il terremoto ci mostra come la natura non sia solo madre ma anche “matrigna” come la considerava Giacomo Leopardi («O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor…») e noi dobbiamo imparare ad accettare l’esistenza di tutti e due questi suoi aspetti opposti La sismologia non sa dire quando, ma sa dire dove avverranno terremoti rovinosi, e sa pure graduare la sismicità delle diverse province italiane, quindi saprebbe indicare al Governo dove sarebbero necessari regolamenti edilizi più e dove meno rigorosi, senza aspettare che prima il terremoto distrugga quei paesi che si vogliono salvare.
Dopo 459 anni, la tradizione continua. Nei primi giorni di maggio, l’icona della Madonna viene condotta in una delle parrocchie cittadine a turno (quest’anno è di turno la parrocchia San Giuseppe), dove vi rimane fino alla data dell’11 maggio, quando, insieme alle associazioni parrocchiali, alle autorità civili e al popolo, viene ricondotta processionalmente in Basilica. Da qualche anno, l’icona che viene portata in processione è quella [i]originale[/i] della Madonna, munita di corone auree rifatte dopo il furto sacrilego del 1951. Al termine del pellegrinaggio, viene celebrata nel Santuario una solenne Messa, presieduta dal Vescovo e concelebrata dal parroco della chiesa ospitante, durante la quale quella stessa parrocchia offre l’olio che serve per tener accesa la lampada che durante tutto l’anno arde davanti all’immagine della Madonna. La lampada ha struttura di una vela con al centro il timone, simbolo di Molfetta marinara. Disegnata da Caterina Campana Balducci, fu offerta l’11 maggio 1984 dalla Civica Amministrazione e per la prima volta venne accesa dal Sindaco pro-tempore On. Prof. Enzo De Cosmo. Rappresenta la luce della fede, della speranza di un domani migliore e dell’amore fraterno, in contrapposizione alle tenebre del peccato, dell’odio e della violenza, i mali che travagliano e corrodono questa nostra società del benessere.

Per ulteriori approfondimenti: Cosmo Tridente, [b]La Médonne du Tremelizze tra scienza, storia e devozione popolare[/b], La Nuova Mezzina, Molfetta 2010.

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