A breve si riapriranno i cancelli delle nostre scuole e sempre più il suo mondo sembra essere sopraffatto dalle incombenze burocratiche e dai ritmi dettati dall’efficienza, facendo perdere di vista ciò che dovrebbe essere centrale in essa: la lezione.
Negli ultimi anni, affievolitasi o scomparsa del tutto l’aura di autorità che circondava l’insegnante, non è rimasto che far leva sulla sua capacità di fascinazione. La perdita di ascendente, che derivava dalla tradizione, può essere così un problema ma anche un vantaggio o una sfida. Oggi l’insegnante deve guadagnarsi il rispetto o la stima dell’allievo.
A monte è il caso di far notare che il professore non è più l’unica fonte di sapere a cui può attingere l’allievo, eccetto i libri ovviamente. Siamo quotidianamente bombardati da una comunicazione superficiale, che non scava, che non interroga, che non va in profondità. E quindi si pone il problema inverso di come selezionare i contenuti.
Ecco perché l’insegnante deve sapersi riposizionare sia nel suo ruolo che nell’approccio in un mondo che cambia in fretta. Ciò costa fatica, significa entrare in una nuova mentalità didattica, umana e quindi relazionale.
Il professore oggi sente – io almeno sento – l’esigenza di rivedere non solo le strategie didattiche, ma di concepire la lezione in maniera antropologicamente diversa.
Vorrei cominciare da qui:
“Una lezione non è un tram che vi porta da un posto all’altro” diceva a suoi alunni Pavel Florenskij, “ma è una passeggiata con gli amici”.
È la passeggiata ad essere importante, oltre che la destinazione (concetto ripreso di recente anche da Gustavo Zagrebelsky). Questo mi pare un buon esempio di quanto vorrei dire: cercare di vedere chiaro passeggiando con i propri compagni d’avventura spirituale.
La lezione, invece, pur avendo necessariamente un senso (per non perdersi in una chiacchiera inconcludente), non dovrebbe procedere in linea retta, richiusa in una formula prestabilita a tavolino,ma, come una realtà vivente, sviluppare le sue potenzialità in corso d’opera. In tal senso non è fuori luogo definire la lezione ideale una sorta di colloquio, di conversazione tra persone spiritualmente prossime in cui c’è chi guida e chi sta al passo.
La lezione non è un tragitto su un tram che ti trascina avanti inesorabile su binari fissi e ti conduce alla meta per la via più breve, ma è una piacevole passeggiata a piedi, una gita, sia pure con un punto d’arrivo, la meta, senza avere, tuttavia, l’ossessione, un’unica finalità, ovvero arrivare a destinazione.
Mi rendo ben conto che questo modo d’intendere la lezione fa a pugni con il bisogno di efficientismo che domina la cultura moderna, entrando a gamba tesa anche nella scuola. Ma forse è proprio per questo che essa dovrebbe ritornare ad essere una chioccia, un luogo protetto che va in controtendenza rispetto a un mondo sfiancante, che non concede spazi alla vita interiore: chi passeggia procede tranquillo senza affrettare il passo. La domanda o l’osservazione dell’allievo può essere un modo per allungare lo sguardo, soffermarsi su un dettaglio, fare un tragitto più largo del previsto, lasciarsi sorprendere lungo il percorso. E alla fine della lezione non deve destare scandalo se non si è raggiunta la meta.
Ma a questa legittima osservazione può essere fatto presente che il numero dei contenuti non è tutto. Se facciamo prevalere il principio della “testa ben fatta” di cui parla Edgar Morin o del più antico invito maieutico di Socrate, questo problema non è poi così insormontabile. L’educatore, e quindi anche l’insegnante, in fondo non è semplicemente colui che amministra le conoscenze e verifica i contenuti.
Chi educa sente l’inquietudine di una realtà imperfetta e prova a consegnare alle nuove generazioni il fuoco del cambiamento.

























