C’era un tempo in cui camminare sul marciapiede era un gesto semplice: si usciva di casa, si attraversava una piazza, si accompagnava un bambino, si portava a spasso il cane o si procedeva lentamente con le buste della spesa, senza la sensazione di dover sorvegliare ogni metro alle proprie spalle. Oggi, in molte città, quella tranquillità è stata sostituita dalla necessità di una vigilanza continua. Il marciapiede, che dovrebbe essere il luogo protetto per eccellenza, è diventato un percorso a ostacoli, sul quale il pedone deve difendersi, non soltanto dalle automobili che invadono gli attraversamenti e dalle biciclette lanciate dove non dovrebbero, ma anche da un nuovo protagonista della giungla urbana: il monopattino elettrico.
Il problema non è l’esistenza di un mezzo leggero, elettrico e potenzialmente utile per brevi spostamenti, ma la sua trasformazione in una specie di lasciapassare individuale, in un oggetto che molti conducenti considerano assolto da ogni responsabilità. Il monopattino viene percepito come poco più di un giocattolo, ma si muove alla velocità di un veicolo; occupa pochissimo spazio, ma può produrre conseguenze molto serie; è quasi silenzioso, ma proprio per questo può diventare ancora più insidioso. Questa contraddizione è il cuore della questione: l’apparenza innocua del mezzo induce a sottovalutarne il rischio, mentre la realtà quotidiana racconta una mobilità aggressiva, imprevedibile e spesso incompatibile con la sicurezza dei luoghi pedonali.
L’invasione dei monopattini ha così modificato il modo stesso in cui si vive la città. Nei centri storici, nelle vie commerciali, davanti alle scuole, nelle stazioni, lungo i marciapiedi più stretti e perfino nelle aree pedonali, questi mezzi compaiono all’improvviso, sfrecciano silenziosamente e costringono chi cammina a spostarsi, fermarsi o cambiare traiettoria. Non è raro vedere conducenti impegnati in slalom tra passeggini, persone anziane, gruppi di turisti, cani al guinzaglio e persone con difficoltà motorie, come se la precedenza spettasse automaticamente a chi possiede un motore, per quanto piccolo, e come se il pedone fosse diventato un ostacolo al loro impetuoso passaggio.
Il risultato è il ribaltamento intollerabile delle priorità. Il soggetto più vulnerabile, che dovrebbe essere protetto, è costretto a cedere il passo al mezzo più agile e imprevedibile. Una persona anziana non può scattare lateralmente con la rapidità richiesta da un monopattino che compare alle spalle; un bambino può cambiare direzione senza preavviso; una persona non vedente non può percepire in tempo un veicolo quasi muto; chi utilizza una carrozzina non ha sempre lo spazio per evitare un impatto. Eppure sono proprio queste persone a essere esposte alle conseguenze dell’imprudenza altrui, mentre il conducente continua la propria corsa, spesso senza neppure rendersi conto del pericolo creato.
Il marciapiede non è una scorciatoia, non è una corsia di emergenza e non è un circuito sul quale recuperare qualche minuto. È uno spazio civile, progettato per consentire a tutti di muoversi a piedi in condizioni di sicurezza. Quando un monopattino viaggia tra i pedoni, anche a una velocità che al conducente può sembrare moderata, introduce una differenza di massa, velocità e capacità di reazione, che rende ogni incontro potenzialmente pericoloso (non è la sola velocità ad essere importante ma è il prodotto della velocità per il peso del conducente, cioè la “quantità di moto” il parametro che bisogne tenere presente in caso di incidente). Bastano un passo laterale, una borsa che oscilla, un cane che tira il guinzaglio o l’uscita improvvisa da un portone perché si produca una collisione.
La pericolosità è aggravata dalla quasi totale assenza di rumore. Un’automobile e perfino una bicicletta tradizionale possono essere percepite con maggiore anticipo; il monopattino, invece, può avvicinarsi alle spalle senza essere avvertito. Troppo spesso non viene usato alcun segnale acustico e, quando viene usato, il campanello non serve a chiedere prudentemente spazio, ma suona come un ordine rivolto al pedone: spostati, sto arrivando. È la traduzione sonora di una pretesa assurda, quella secondo cui chi procede più velocemente avrebbe il diritto di imporre la propria traiettoria a chi si muove più lentamente.
Agli incroci ciechi e alle uscite dei portoni la situazione diventa ancora più grave. Il conducente dovrebbe rallentare fino quasi a fermarsi, perché non può sapere chi stia per comparire. Invece molti mantengono la velocità, confidando nella propria capacità di sterzare all’ultimo istante. Ma la sicurezza non può dipendere da una serie di miracoli quotidiani perché il passaggio a pochi centimetri da una persona non è una dimostrazione di abilità: è un incidente mancato. E la somma di migliaia di incidenti evitati per caso finisce inevitabilmente per produrre incidenti reali.
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