C’è un invito che riecheggia tra le righe della pericope evangelica di Luca: facciamo festa!
Tutti conosciamo abbastanza bene il racconto di quello che noi chiamiamo del figlio prodigo, ma che in realtà è del padre misericordioso. Gesù racconta questa parabola in seguito ad un’accusa che gli viene fatta dai farisei e dagli scribi: Costui accoglie i peccatori e mangia con loro. Una cosa del tutto normale, come accogliere l’invito da parte di qualcuno, ma che per il Maestro di Nazaret diventa quasi una pietra d’inciampo. Lui accoglie gli inviti e, intorno ad una tavola, costruisce relazioni nuove. La tavola, infatti, è sempre il posto delle relazioni, del dialogo (almeno così era una volta senza gli smartphone), della conoscenza, del confronto. Stare intorno ad una tavola per Gesù significa, appunto, tessere relazioni nuove. E lo fa con chiunque, senza differenze di persone. Lo fa in modo particolare con i peccatori, con quelli che dai benpensanti erano ritenuti gli sbagliati pubblici, che erano da scartare, etichettati in un certo modo.
Dunque, Gesù viene accusato di lasciarsi contaminare dagli errori degli sbagliati pubblici.
La parabola del padre misericordioso mette in risalto l’immagine di un Dio che ama stare a tavola, ama cioè tessere relazioni, riallacciarle, ricucirle. È un Dio che ama fare festa perché tesse nuove amicizie, instaura nuovi rapporti, genera rinnovati incontri. Dio è il Padre che fa festa perché gioisce per aver incontrato qualcuno, un figlio. È un cercatore di gioia, un annunciatore di gioia, un generatore di gioia perché si lascia contagiare dalla festa dell’incontro con i suoi figli.
Non un Dio dal volto corrucciato, ma un Padre dal volto gioioso e dal cuore desideroso di far festa.
La liturgia di oggi ci invita a lasciarci contagiare da questo Dio festante; a lasciarci abbracciare da questo Dio che ci aspetta sempre e comunque; a lasciarci baciare da questo Dio che prova soltanto gioia pura quando ci ritrova dopo un nostro allontanamento. E non gli importa dei nostri sbagliati, ciò che per lui conta è il nostro ritorno
Soltanto chi fa questa esperienza potrà essere, a sua volta, collaboratore della gioia (cfr 2Cor 1,24), un generatore di gioia, un tessitore di feste nuove. Gioisce chi si sente abbracciato, chi si sente riconciliato, chi si sente amato da Dio. Allora, come il figlio prodigo, dobbiamo ritrovare il coraggio di rialzarci dalle nostre miserie, dai nostri allontanamenti, dalle nostre mancanze, dalle nostre fragilità per ritornare a Dio e vivere il tempo della festa, una vita all’insegna della gioia.
Soltanto quando ci saremo rialzati, saremo in  grado di gioire insieme agli altri; solo quando ci saremo rialzati, saremo capaci di trasmettere la gioia; soltanto quando ci saremo rialzati, potremo portare ventate nuove di felicità ; soltanto quando ci saremo rialzati, accoglieremo con animo grato chiunque si avvicini a noi; soltanto quando ci saremo rialzati, riusciremo di ricucire relazioni sfilacciate; soltanto quando ci saremo rialzati, intrecceremo rapporti trasparenti e sprizzanti di gioia; soltanto quando ci saremo rialzati, allestiremo la stanza della nostra esistenza con amicizie fondate sulla condivisione.
Soltanto quando ci saremo rialzati da noi stessi, saremo in grado di sperimentare la bellezza di una festa che si consumerà soltanto per noi e che Dio stesso avrà organizzato nei minimi dettagli.



























