Quando il Giudice per le Indagini Preliminari, la Dottoressa Marina Chiddo, arriva a concludere che «dalle indagini compiute è emerso che il Sindaco Minervini ha sempre agito come unico proprietario del bene pubblico, della città da poter gestire come se fosse una cosa privata»; quando afferma che «è emersa la personalità forte ed autoritaria del Sindaco che si intrometteva in ogni singolo bando o appalto, esorbitando dai poteri a lui conferiti dalla legge»; quando dichiara che «la scioltezza con cui il Minervini ha realizzato le condotte delittuose è sintomatica di un totale asservimento all’imprenditoria privata, in cambio di utili non di natura economica ma di tipo non solo elettorale, ma anche di gloria e onori personali, per aver realizzato opere pubbliche rilevanti per la città», allora viene naturale porsi una serie di domande: ma in tutti questi anni dov’erano gli assessori? Qual è stato il loro vero ruolo all’interno della Giunta? Come mai non si sono resi conto di questo presunto modus operandi del primo cittadino? E se hanno avuto sentore di quanto è emerso dalle indagini, perché non hanno “contrastato” l’azione del Sindaco per non indurlo negli errori per cui oggi è stato sospeso dalla sua carica di primo cittadino?
Le risposte non possono che essere tre, soltanto tre: o Piergiovanni, Capurso, de Candia, Minuto, Roselli, Rossiello e Spadavecchia, tra “silenzi” e “spettacoli”, non si sono accorti di nulla, e quindi sono “ciucci” di natura e perciò non in grado di amministrare la città; o come afferma il GIP, “la personalità forte ed autoritaria” del Sindaco li ha inibiti, e quindi sono pavidi e perciò non hanno le “palle” per amministrare la città; oppure, per finire, sapevano tutto e vedevano ogni cosa, e quindi sono potenzialmente correi delle presunte accuse a Tommaso Minervini. Di una cosa sono certo, Sindaco e Assessori hanno perso una grandissima occasione per avvicinarsi alle richieste dei cittadini che, in questo preciso momento, a prescindere da quelli che saranno gli sviluppi processuali, oggi chiedono le dimissioni collettive se non altro per una questione di dignità e rispetto verso le istituzioni per le quali sono stati eletti e chiamati a servire. Ma si sa, spesso anche la dignità è prigioniera di calcoli e tornaconti personali.



























