Ci sono strade di Molfetta nelle quali, passando oggi, si potrebbe avere la sensazione di assistere a una scena già vista: un marciapiede occupato da cassette che avanzano verso la strada e pedoni che cercano un varco per passare. È una scena talmente ordinaria che rischiamo ormai di non vederla più.
Da quasi vent’anni vengono denunciate diverse situazioni di occupazione abusiva del suolo pubblico che riguardano attività di vendita di prodotti ortofrutticoli. Alcuni degli indirizzi indicati erano via Bari, via Immacolata, via Tenente Silvestri, via Cap. Magrone, angolo via Azzarita, via Massimo d’Azeglio e altre strade della città. Non è importante, oggi, ripercorrere quell’elenco né trasformare questo articolo in una nuova denuncia. La cosa importante è un’altra: a distanza di anni, alcune di quelle situazioni continuano a rappresentare un problema e, soprattutto, continuano a sembrarci quasi normali.
Quando una violazione viene ripetuta così tante volte diventa un’abitudine e, quando l’abitudine diventa consuetudine, finisce per essere scambiata per una regola non scritta. A quel punto non abbiamo più soltanto un problema di controlli o di sanzioni: abbiamo un problema di cultura dell’assuefazione. Ed è qui che dovremmo ricominciare a parlare di legalità. Non soltanto quella dei tribunali, né quella legata alla criminalità, alla corruzione o alle violazioni più gravi, che naturalmente devono essere combattute con tutta la forza necessaria. Dovremmo cominciare da qualcosa di molto più vicino a noi: da come occupiamo lo spazio che condividiamo con gli altri. Perché una città è, prima di tutto, uno spazio condiviso.
Il marciapiede non è semplicemente la parte della strada che rimane libera dalle automobili; è lo spazio attraverso il quale qualcuno deve poter camminare. La strada non è soltanto il luogo nel quale dobbiamo riuscire a parcheggiare la nostra automobile; è uno spazio nel quale devono potersi muovere contemporaneamente pedoni, biciclette, mezzi pubblici, mezzi di soccorso e automobili. Una piazza non è uno spazio vuoto da riempire secondo la convenienza del primo che arriva, ma un luogo che appartiene alla comunità. Sembra tutto molto semplice e, tuttavia, proprio nelle cose semplici comincia il nostro difficile rapporto con la legalità. È per questo che dovremmo pensare alle regole come a una grammatica.
Una lingua senza grammatica può avere moltissime parole, ma prima o poi diventa incomprensibile se quelle parole vengono usate senza regole. Allo stesso modo, una città nella quale ciascuno interpreta lo spazio pubblico secondo le proprie necessità rischia di diventare una città nella quale il più forte, il più intraprendente o semplicemente il più spregiudicato finisce per avere più spazio degli altri. E qui arriva una domanda forse scomoda: quando un commerciante occupa stabilmente un marciapiede, dove finisce il suo diritto di lavorare e dove comincia il diritto degli altri a utilizzare quello spazio?
La risposta non dovrebbe essere trovata mettendo il commerciante contro il cittadino, né il cittadino contro il commerciante. Il lavoro è un valore e va tutelato. Le attività commerciali sono parte della vita di una città e contribuiscono alla sua economia e alla sua vitalità. Ma proprio perché il commercio è una componente della città, deve poter convivere con gli altri diritti che quella stessa città deve garantire. Il problema, quindi, non è soltanto chi occupa uno spazio, ma come quello spazio viene regolato e restituito alla collettività.
E questo vale per l’ortofrutta come per qualsiasi altra attività, per il commercio come per la sosta, per i tavolini dei locali come per i rifiuti, per il rumore come per ogni altra situazione nella quale l’interesse individuale entra in contatto con quello collettivo. La domanda dovrebbe essere sempre la stessa: la mia libertà lascia spazio alla libertà degli altri? È una domanda molto più esigente di un semplice “è vietato oppure no?”.
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