Sulla copertina de La Bambola di Agata c’è una fotografia che ispira la lettura del testo. Una bambina degli anni Trenta, seduta su una sedia in vimini, stringe tra le braccia una bambola di pezza vestita a quadretti. Quella bambina è Agata Zinzi, e quella bambola le ha salvato la vita durante il terremoto del Vulture del 1930, quando a quattro anni corse a recuperarla da sotto il tavolo della cucina un attimo prima che il soffitto crollasse. È da questo episodio, raccontato dalla propria bisnonna, che Amira P., studentessa di scuola media, ha scelto di partire per scrivere un libro che è insieme memoria familiare e piccola monografia di storia locale.
Il racconto segue la vita di Agata per oltre ottant’anni, dalla nascita a Rionero in Vulture nel 1926, orfana di padre ancora prima di venire al mondo, attraverso il terremoto che spazza via il patrimonio della famiglia, i trasferimenti a Ruffano e poi a Molfetta, il lavoro come sarta durante la guerra, il matrimonio con Antonio Pisani, fino agli anni della vecchiaia in via Scarlatti.
Amira intreccia a questa trama personale delle vere e proprie schede storiche sul brigantaggio postunitario, sulla Basilicata “Lucania” del regime, sulla grande emigrazione degli anni Cinquanta, sugli anni di piombo, costruendo così un piccolo apparato didattico che affianca senza appesantire la narrazione. È una scelta di metodo non banale per un’autrice della sua età, e testimonia un lavoro di ricerca serio, condotto, come lei stessa racconta nei ringraziamenti, attingendo all’archivio fotografico di famiglia e ai racconti del nonno, dello zio Floraspe e soprattutto della zia Sara.
Il libro non nasconde i momenti duri. La povertà seguita al terremoto, il lutto per il primo marito della bisnonna Filomena, la difterite del piccolo Floraspe, il dolore per il rifiuto dell’assoluzione che Agata riceve da un confessore dopo aver rinunciato a una quarta gravidanza, pagina quest’ultima che colpisce per la sincerità con cui una tredicenne restituisce la complessità di una fede vissuta, non da catechismo. E c’è, nell’ultimo capitolo, un episodio quasi da racconto gotico, ossia il ritrovamento, pochi minuti prima della chiusura della bara, di un fascio di lettere che Agata aveva conservato per una vita intera dal fratello Alfredo, emigrato in Venezuela, con un bigliettino che chiedeva fossero sepolte con lei. È il punto più alto del libro, perché Amira non lo racconta con enfasi ma lo lascia parlare da solo.
Amira ha scritto questo racconto perché ha una storia vera da consegnare a chi verrà dopo di lei. Lo dice lei stessa nei ringraziamenti, quando parla di voler “tramandare” quella memoria. È esattamente la scrittura che, come giustamente sottolinea nella prefazione Antonia Abbattista Finocchiaro, smentisce lo stereotipo del giovane distratto e privo di curiosità storica.
Il libro, già presentato da don Vincenzo De Palo e dal prof. Antonio Squeo nella sala “Don Tonino Bello” della Parrocchia San Pio X, merita attenzione non come curiosità di cronaca (“una tredicenne ha scritto un libro”), ma come contributo autentico, seppur piccolo, alla memoria orale e familiare di Molfetta e del suo hinterland pugliese-lucano. Vale la pena leggerlo, e vale ancora di più farlo leggere ad altri ragazzi della sua età.

























