Purtroppo in questa nostra città è ormai consuetudine dimenticare quelle persone che con la loro testimonianza, le loro opere e le loro parole hanno lasciato profondi insegnamenti dai quali poterne ricavare veri e propri modelli educativi e formativi. Il guaio, però, è che queste persone tornano utili soltanto quando si vuole confezionare su misura una solenne celebrazione per la ricorrenza di turno. O, al massimo, per sfoderare – nelle circostanze dove poter ricavare profitto sulla propria immagine – una apparente adesione e condivisione del loro pensiero. Ma quasi sempre, per fortuna, questo atteggiamento finisce per mettere in luce contraddizioni e ipocrisia. Mi vengono in mente, su tutti, Gaetano Salvemini, Gianni Carnicella e don Tonino Bello. E non è affatto difficile dimostrare la loro strumentalizzazione che si consuma nei nostri giorni, quando il ricorso facile e inappropriato svela palesemente non solo il tentativo inefficace di scomodare questi alti profili, quanto l’inadeguatezza nel fare coincidere finanche “apparentemente” i fatti con le parole.
Penso all’ipocrisia di Tommaso Minervini quando si professa di “convinta” fede salveminiana. Francamente faccio fatica a riscontrare in tutta la sua esperienza amministrativa questa sua adesione al pensiero dello storico molfettese, basti solo pensare alle “variegate” compagini con cui tre volte ha amministrato questa città per interpretare la sua incoerenza. E senza prendere in considerazione, ovviamente, le presunte accuse della recente indagine giudiziaria dalla quale emerge un modus operandi che non coincide con quello che è stato di Salvemini. E qui non posso fare a meno di ricordare le stesse parole di don Tonino Bello quando nel 1988, dovendo spiegare la sua presenza alle celebrazioni delle “Giornate Salveminiane”, affermò che «viviamo in un’epoca così povera di tensioni, così priva di slanci utopici, e così schiacciata nella contemplazione di orizzonti dai bassi profili, che il ricorso all’intercessione del calendario liturgico non mi sembra compromesso dall’invito a imitare un uomo integerrimo che, pur appartenendo a un altro martirologio, col suo rigore morale mette sotto accusa permanente il terribile calo di evidenze etiche di cui stiamo tutti pagando le spese».
Quarant’anni dopo…
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