C’è anche Molfetta tra le località citate nell’ordinanza dell’operazione “Erebus”, l’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari che ha portato all’emissione di misure cautelari nei confronti di numerose persone accusate, a vario titolo, di far parte di un presunto sistema organizzato di traffico illecito di rifiuti.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il meccanismo avrebbe consentito di movimentare migliaia di tonnellate di rifiuti attraverso una rete composta da trasportatori, intermediari, gestori di impianti e soggetti incaricati di garantire la copertura documentale delle operazioni. I carichi, accompagnati da formulari apparentemente regolari, sarebbero stati formalmente destinati a impianti autorizzati, ma in numerosi casi avrebbero raggiunto siti completamente diversi da quelli indicati nella documentazione.
Nell’ordinanza, Molfetta viene indicata tra le località in cui sarebbero stati individuati siti di scarico abusivo, insieme a Cerignola, Foggia, Ascoli Satriano, Candela, Trinitapoli, Minervino Murge e altre aree del Centro-Sud. Gli investigatori ipotizzano che alcuni camion, dopo aver lasciato impianti di partenza regolarmente autorizzati, abbiano scaricato il loro contenuto in capannoni dismessi, piazzali industriali o terreni non idonei alla gestione dei rifiuti.
Le indagini, condotte dal Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri di Bari e dalla Polizia Locale di Cerignola, si sono basate su intercettazioni telefoniche, servizi di osservazione, sistemi di localizzazione GPS installati sui mezzi e controlli sui formulari di identificazione dei rifiuti. Proprio il monitoraggio dei camion avrebbe consentito agli investigatori di documentare, in diversi episodi, una discrepanza tra la destinazione dichiarata nei documenti e quella effettivamente raggiunta.
Secondo l’accusa, il presunto sistema avrebbe permesso di evitare i costi legati al corretto trattamento e smaltimento dei rifiuti, generando un vantaggio economico illecito stimato in oltre 2,2 milioni di euro. Le somme sarebbero state movimentate attraverso fatture, bonifici e, in alcuni casi, pagamenti in contanti.
L’ordinanza descrive un’organizzazione stabile e strutturata, caratterizzata da ruoli ben definiti tra promotori, autotrasportatori, intermediari e cosiddetti “basisti”, incaricati di verificare l’assenza di controlli e indicare i punti esatti in cui effettuare gli scarichi. Le conversazioni intercettate dagli investigatori costituirebbero uno degli elementi principali a sostegno dell’impianto accusatorio.
Per quanto riguarda Molfetta, dagli atti non emergono al momento amministratori locali coinvolti né aziende cittadine tra quelle raggiunte dalle misure cautelari. La città compare invece come uno dei territori che, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero stati utilizzati per il conferimento illecito dei rifiuti nell’ambito di una rete che si estendeva tra la provincia di Foggia, l’area metropolitana di Bari, la Bat, la Campania e il Lazio.
L’inchiesta si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Le accuse formulate dalla Procura dovranno essere verificate nel corso del procedimento e per tutti gli indagati resta valida la presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva. Alla nuova amministrazione toccherà il compito di capire dove sono ubicati i siti in cui è avvenuto il rilascio dei rifiuti ed evitare che accada ancora.



























