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Inchiesta ambientale zona ASI, si dimettono due dirigenti

Mentre il Comune rilascia “nuove” Autorizzazioni Uniche Ambientali

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Un’inchiesta ambientale sempre più ampia, un sistema di scarichi industriali finito sotto sequestro, dirigenti pubblici indagati, dimissioni ai vertici del Consorzio ASI e, nel frattempo, autorizzazioni ambientali che continuano a essere rilasciate. È questo il quadro, sempre più complesso, che emerge dall’operazione “Ground Water”, l’indagine coordinata dalla Procura di Trani sul presunto disastro ambientale nella zona industriale di Molfetta. L’inchiesta, coordinata dal procuratore Renato Nitti insieme al pm Marco Gambardella, punta a fare luce su un presunto sistema illecito di gestione e smaltimento di reflui industriali nell’area territoriale di competenza del Consorzio ASI di Bari. Secondo gli investigatori, per anni diverse aziende avrebbero utilizzato la rete fognaria industriale consortile e i pozzi disperdenti per scaricare reflui contaminati senza adeguato trattamento e senza autorizzazioni compatibili con la reale natura degli scarichi.
Al centro delle contestazioni vi sarebbero sostanze altamente inquinanti e potenzialmente cancerogene: nichel, piombo, cromo, cadmio, arsenico, berillio, manganese, zinco, alluminio, ferro, tallio e stagno. Le analisi ambientali eseguite tra settembre 2024 e gennaio 2025 avrebbero rilevato concentrazioni superiori fino a dieci volte rispetto ai limiti consentiti dalla legge, soprattutto nei pozzi disperdenti, negli scavi di roccia e nelle aree prossime alla falda acquifera.
Le indagini, avviate alla fine del 2023 dal nucleo specializzato nei reati ambientali della Procura tranese, sono entrate in una fase cruciale con i primi interrogatori preventivi davanti al gip Lucia Altamura. Gli indagati ascoltati finora si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Due di loro si sono dimessi dai rispettivi incarichi: Domenico Mariani, direttore generale del Consorzio ASI e della società ASI Spa, e Pierluca Macchia, ex responsabile tecnico della ASI Spa. Le loro dimissioni potrebbero ridimensionare i capi d’accusa contestati, scongiurando il rischio delle misure cautelari richieste dal pm Marco Gambardella.
Parallelamente all’inchiesta aumentano le richieste pubbliche di trasparenza. Legambiente Puglia e il circolo cittadino di Molfetta hanno chiesto piena chiarezza sull’intera vicenda, sottolineando il diritto dei cittadini a conoscere tempestivamente lo stato della contaminazione ambientale, gli eventuali rischi sanitari e le responsabilità accertate. Per l’associazione ambientalista, il caso rappresenta una questione di enorme rilevanza pubblica che impone controlli rigorosi, monitoraggi continui e verifiche indipendenti sulla qualità delle acque e sullo stato della falda. Legambiente chiede inoltre che venga fatta piena luce sulle eventuali omissioni e sulle responsabilità amministrative che avrebbero consentito il protrarsi del presunto sistema di scarichi illeciti.
Anche il mondo imprenditoriale locale chiede verità e chiarezza. Diverse aziende sane della zona industriale temono infatti che l’inchiesta possa compromettere la reputazione dell’intero comparto produttivo molfettese, creando un danno d’immagine generalizzato. Da qui la richiesta di distinguere eventuali responsabilità individuali dal tessuto produttivo regolare che opera nel rispetto delle norme ambientali.
Ed è proprio in questo contesto già compromesso che emergono nuovi documenti amministrativi destinati ad alimentare ulteriori interrogativi. Negli ultimi mesi, e fino a una settimana prima che scoppiasse l’operazione della Procura di Trani, sono state pubblicate numerose Autorizzazioni Uniche Ambientali (AUA) riconducibili a diverse aziende e firmate dal dirigente comunale Salvatore Vincenzo La Forgia.
L’aspetto che più colpisce è la tempistica dei provvedimenti. Le AUA risultano rilasciate tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, quando l’inchiesta della Procura era già pienamente operativa e da tempo erano in corso consulenze tecniche, campionamenti ambientali, sequestri e verifiche sul sistema degli scarichi industriali dell’area.
In alcuni casi le autorizzazioni riguardano scarichi di acque meteoriche, reflui assimilati ai domestici nella rete consortile ASI e comunicazioni di impatto acustico. In alcuni provvedimenti compare inoltre il riferimento al “mantenimento dell’allaccio esistente”, un dettaglio che potrebbe suggerire l’esistenza di scarichi già operativi prima del rilascio formale delle autorizzazioni.
La questione centrale è comprendere se gli enti stessero semplicemente proseguendo l’ordinaria attività amministrativa oppure se si stesse tentando di ricondurre entro una cornice autorizzativa situazioni pregresse già operative da anni.
Più che di vere e proprie “sanatorie”, si tratterebbe eventualmente di regolarizzazioni tardive di impianti e sistemi di scarico preesistenti, intervenute mentre la Procura stava già ricostruendo il quadro del presunto inquinamento ambientale.
A rendere ancora più delicato il quadro è anche una comunicazione inviata nel 2016 dal Consorzio ASI a tutte le aziende dell’agglomerato industriale di Molfetta. In quella nota, richiamando una comunicazione dell’Acquedotto Pugliese, si parlava già allora di “valori fuori limite” negli scarichi industriali della zona ASI di Molfetta. AQP arrivava persino a minacciare “l’interruzione coattiva dello scarico fognario” per tutelare il depuratore cittadino. Nella stessa comunicazione si leggeva inoltre che gli sforzi di controllo sarebbero stati “vanificati dal comportamento non rispettoso delle norme da parte di qualche azienda”. Un passaggio che oggi assume un peso particolare perché dimostrerebbe come le criticità ambientali dell’area fossero note da quasi dieci anni.
Tuttavia, il susseguirsi di autorizzazioni ambientali nel pieno dell’attività investigativa apre inevitabilmente interrogativi politici, amministrativi e istituzionali sulla tenuta del sistema dei controlli ambientali in un territorio che gli investigatori descrivono come potenzialmente gravemente compromesso. Ed è proprio su questo punto che oggi si concentra la domanda più delicata: le istituzioni stavano semplicemente proseguendo l’ordinaria attività amministrativa oppure si stava tentando di regolarizzare formalmente situazioni che, secondo gli investigatori, avrebbero contribuito per anni alla contaminazione ambientale della zona ASI di Molfetta?
Sarà ora l’evoluzione dell’inchiesta, insieme agli ulteriori accertamenti tecnici e alle decisioni dell’autorità giudiziaria, a chiarire se ci si trovi di fronte a singole irregolarità amministrative oppure a un sistema consolidato di gestione degli scarichi industriali incompatibile con la tutela ambientale e con la salute pubblica.

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